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Denis De Rougemont

L'Europa e l'avventura dell'Occidente

Tratto da «Tempo Presente», a. I, n. 5, agosto 1956

Disunita, respinta dagli altri continenti sui quali aveva a lungo dominato, arrestata sulle soglie dell’Asia dalla cortina di ferro comunista e dalla rivolta delle sue colonie, messa improvvisamente di fronte al pericolo di una decadenza definitiva e costretta a chiedersi se può avere ancora un peso nel mondo, l’Europa è in crisi. In tal modo essa acquista una chiara coscienza di ciò che rappresentava e di ciò che potrebbe ancora rappresentare e scopre la propria vocazione, che troppe volte ha tradito, appena è stata posta di fronte al dilemma di unirsi per risorgere o di scendere nelle catacombe della Storia.
Proviamoci a misurare la portata del successo dell’Occidente nell’era moderna. Toynbee ci mette in guardia, e a ragione, contro le illusioni di quello che si potrebbe chiamare il narcisismo culturale; ma come seguirlo quando, dall’esempio del mondo greco-romano, egli trae i motivi per confutare la credenza secondo la quale "nel corso di questi ultimi secoli avremmo compiuto nel mondo qualcosa che non ha precedenti”? Alessandro aveva conquistato soltanto un quarto dei continenti allora conosciuti, e se ha creduto che essi costituissero il mondo intero si è ingannato. Ma noi non possiamo commettere un errore analogo.
Che cosa ha fatto l’Europa dal secolo XV a oggi? Non soltanto ha irradiato la propria luce sull’intero pianeta, finalmente e solo da essa conosciuto; non soltanto ha influenzato, colonizzato o sottomesso (a seconda dei casi) tutta l’Africa, le due Americhe, l’Oceania e la parte meridionale dell’Asia (in misure diverse, ma per lo meno pari a quelle raggiunte dai Diadochi e dai Khan mongoli); ma, per di più, non ha cessato di mantenere una superiorità intellettuale e tecnica incontestata sulle altre civiltà. Se oggi i popoli in cui sono penetrati i metodi di pensiero, di produzione materiale e di organizzazione statale dell’Europa, si rendono politicamente indipendenti, io scorgo in ciò la prova decisiva del successo di questi metodi importati, piuttosto che una ribellione contro di essi. I greci e i romani non disponevano di un margine di superiorità incontestabile sugli indù e sui cinesi; ma dove trovare, nel mondo del secolo XX, un’altra civiltà capace di superare quella che l’Occidente ha diffuso? L’Urss e la Cina non rappresentano forse dei fenomeni di occidentalizzazione -troppo rapida- di una grande parte dell’umanità, altrettanto almeno quanto un regresso politico dell’Occidente? Sul piano religioso, il cristianesimo, pur non avendo conquistato il mondo intero -anzi essendo in regresso nei paesi comunisti- è stato la sola luce nella storia conosciuta (fino all’apparire del vangelo comunista), che ha illuminato tutti i popoli della terra e conserva ancora, più viva che mai, l’ambizione di convertirli. Anche qui non esiste alcun precedente nella religione dell’impero romano, il quale -per quanto io ne so- non ha mai ispirato vocazioni missionarie.
Non è tanto dunque la rivolta del mondo quanto le peripezie insite nell’Avventura dell’Occidente che sono all’origine della crisi drammatica che attraversiamo sin dal 1914 e il cui centro è il luogo stesso donde l’Avventura ha preso le mosse: l’Europa. Scegliendo tre sintomi principali di questa crisi: disunione dell’Europa, condizione proletaria e crisi della democrazia, tenterò di farne rapidamente la diagnosi e soprattutto la prognosi.

Disunione dell’Europa
Tra l’origine dal nazionalismo che, diffuso tra altri popoli, ha come effetto di coalizzarli contro l’Europa. Di fronte a venti piccole nazioni che si ostinano ad affermarsi "sovrane” -e delle quali nessuna è in grado di difendersi da sola- stanno il blocco sovietico compatto, l’Islam ostile e l’Asia che ci espelle. L’Europa, che aveva scoperto tutti i continenti, ha dovuto sentirsi minacciata per giungere finalmente a "scoprire se stessa” in quanto unità superiore e anteriore alle nazioni che la compongono; ma l’affermazione di questa coscienza, preludio indispensabile a qualsiasi tentativo di unione sul piano politico, appartiene ancora soltanto a élites ristrette, stranamente eterogenee. Qualunque sia il successo, prossimo o remoto, dell’azione rivolta a unificare l’Europa (ed è ancora troppo presto per darne un giudizio, dopo soltanto qualche anno di sforzi malamente coordinati), ciò che importa è il fatto stesso che un’azione del genere si sia manifestata in un tale momento dell’evoluzione dell’Occidente. Si può pensare che l’Europa abbia fatto il suo tempo e abbia dato tutto quanto poteva al genere umano (è forse qualcosa di più di quanto hanno fatto contemporaneamente tutte le altre parti del pianeta messe assieme; ma in fin dei conti è dato, e una volta per tutte). Si può pensare che il mondo intero, una volta conosciuti i segreti delle scoperte scientifiche dell’Europa, e adottate le sue strutture politiche, i suoi valori essenziali e la sua tecnica, è ormai in grado di servirsene senza la sua assistenza. Quanto al cristianesimo, esso non le appartiene. L’Europa può dunque sparire silenziosamente dall’agone della Storia, e il mondo non subirà una grave perdita. Al contrario; giacché proprio l’Europa ha causato, in questo secolo, i più terribili sconvolgimenti. Lasciamo dunque le Americhe, l’Asia e, in un prossimo domani, l’Africa prendere nelle loro mani la "fiaccola della civiltà”.
Ma si può anche pensare che, al contrario, l’Europa sia la più qualificata per cercare e trovare rimedio ai propri mali. L’Europa ha sì inventato la guerra totale, ma ha concepito il pacifismo e la condanna cristiana della guerra; ha creato il nazionalismo ma anche l’idea federalista; ha inventato l’individualismo anarchico ma anche lo spirito dei Comuni, i sindacati, le cooperative. Tutto dunque concorre a designarla come adatta a fomentare gli anticorpi capaci di immunizzare l’umanità contro quei virus che soltanto essa ha propagato. Salvando se stessa per mezzo della federazione, sistema ben più antico del suo nazionalismo, l’Europa può ancora offrire al mondo la formula e il modello di un superamento fecondo del limite nazionale.
Ecco perché i sostenitori dell’unità europea sono convinti di giovare alla causa dell’uomo quando lottano, anzitutto a casa propria, contro il nazionalismo inveterato e fautore di guerre, per un mondo aperto agli scambi creatori di rischi fecondi. Essi si sentono i veri eredi dell’Avventura occidentale, pur sapendo che un’Europa federata, la quale riprende il suo posto nella storia, non sarebbe né una soluzione finale né un termine ultimo. Ma il loro stesso sforzo prova fin da ora la loro coscienza di una vocazione dell’Occidente; e la loro lotta per un’Europa quale essi la vagheggiano contro l’Europa che non vogliono più e che si va sgretolando (cioè l’Europa dei nazionalismi) garantisce il valore umano della loro azione. Una simile battaglia, quale che ne sia l’esito, non può essere perduta se non da chi l’abbandona.

Secessione del proletariato
Risulta dallo sviluppo anarchico dell’industria in seno a una civiltà in cui si moltiplicano le resistenze al pieno sviluppo della tecnica e ai suoi effetti liberatori. Molti milioni di lavoratori in tutti i nostri paesi maggiori vivono una vita paragonabile, dal punto di vista sociale, a quella dei paria o dei coolies; meno dura sotto l’aspetto materiale ma ben più dolorosa moralmente, per il semplice fatto che gli ideali e le credenze del nostro mondo (eguaglianza, progresso, democrazia), lungi dal giustificare la loro condizione con una qualche dialettica o dottrina fatalista, la mostrano apertamente scandalosa. I lavoratori vivono nello squallore, lontani dalla cultura, molto spesso senza religione, quasi ai margini della nazione il cui regime, per quanto liberale possa essere, essi rendono responsabile della loro condizione.
Tutti i popoli civili hanno conosciuto il fenomeno delle classi votate a una miseria ereditaria. Mai tuttavia il proletariato era stato creato così direttamente dal principio medesimo del progresso e in così flagrante contraddizione con gli ideali di una società. Lo scandalo essendo apparso agli inizi del XIX secolo con la stessa subitaneità della tecnica, ne è venuto di conseguenza che l’Europa ne ha avuto coscienza per prima; coscienza non certo unanime ma particolarmente acuta negli individui migliori. Poiché la religione dell’Europa, meno di qualunque altra, la preparava a tollerare o subire questa ingiustizia, e poiché quelli stessi che non ci credevano più rimanevano tuttavia fedeli ai dettami del Decalogo o del Vangelo -un Proudhon prima e un Marx poi lo dimostrano- ne conseguì, sin dalla metà del secolo, un immenso moto verso il socialismo in tutte le sue specie e accezioni: dal marxismo al sindacalismo, dai bei sogni di Fourier ai sistemi cooperativi. Ne conseguirono anche le leggi tendenti a proteggere gli operai contro gli eccessi alternati di un lavoro inumano e della disoccupazione; infine l’idea radicale, ma conforme allo spirito dell’epoca della tecnica, di tendere alla soppressione della condizione proletaria.
È tipico dell’Occidente che un’ambizione di questa specie vi sia stata concepita, e poi considerata da molti come giusta e realizzabile a un tempo, e non invece assurda o sacrilega. Ma non c’è accordo sul modo di realizzarla. Gli uni puntano sulla Rivoluzione, quantunque l’esempio sovietico tenda a dimostrare che questa soluzione lungi dall’elevare con certezza il livello di vita del proletariato abbassa a quel livello tutta la nazione, e questo progresso a ritroso è ottenuto a prezzo dell’asservimento di tutti a pochi capi. Altri puntano sulla Tecnica, la quale ha dalla sua parte il solo avvenire possibile, ma non sicuro. Il successo della tecnica dipende infatti da varie condizioni che l’Europa è ancora assai lontana dal realizzare. Bisognerebbe infatti che l’Europa, nei suoi strati popolari, cessasse dall’opporre una sorda resistenza al pieno impiego della macchina; che le nazioni rinunciassero al loro sogno di autarchia, aprissero le loro soffocanti frontiere, creassero un grande mercato comune; e infine, e soprattutto, bisognerebbe giungere alla decisione di istituire un sistema (il nome non ha importanza) che distribuisca i vantaggi della tecnica, sia in beni naturali sia in un maggior numero di ore disponibili per il riposo e lo svago, anziché reinvestire la fatica degli uomini per ricavarne insensati sovraprofitti.
È chiaro che gli Stati Uniti hanno risolto i due primi problemi; a minor prezzo però dell’Europa e quindi con minor valore di esempio, mentre il terzo problema, che rimane il più grave e il più urgente, ha trovato un principio di soluzione solo nei paesi scandinavi. Nel secolo dell’elettronica e dell’energia nucleare, la condizione proletaria non ha motivo di perpetuarsi purché si osi affrontare i rischi del maggior tempo libero, i pericoli della noia e le vere aspirazioni della democrazia che si afferma di difendere.

Crisi della democrazia
Deriva dal fatto che il regime parlamentare e il suffragio universale si impongono ovunque, anche in Asia, nel momento stesso in cui i grandi problemi dello Stato e dell’economia sfuggono alla comprensione delle masse elettorali e delle élites, mentre i tecnici perdono sempre più la capacità di vedere i problemi nel loro insieme. Quando l’arte di governo diventa una scienza, votare sulla base dei partiti a favore o contro un progetto di riforma sociale, di riordinamento finanziario o tecnico, equivale a mettere ai voti la legge di Mariotte o il principio del terzo escluso.
Questa profonda illogicità costituzionale non può che diventare più grave nei regimi che tentano di stare al gioco, mentre le dittature barano apertamente. A suo favore si può dire soltanto che il buon senso pubblico può talvolta supplire (forse una volta su due: e possiamo accontentarcene) all’assenza di idee direttive negli uomini di governo e nei dirigenti tecnici e nel caso di provvedimenti il cui meccanismo tecnico non è chiaro alla massa, ma dei quali essa può almeno presentire le intenzioni ultime. Ciò tuttavia non si verifica che a due condizioni: la prima, che l’elettore debba giudicare problemi che sono alla sua portata: per esempio, misure locali di cui può a breve scadenza constatare la riuscita o il fallimento, e questioni di ordine generale che toccano il sentimento e la morale, quali il disarmo, la federazione, i costumi, la modifica del regime politico. Su questo si fonda la formula federalista, contraria allo statalismo giacobino, totalitario e centralizzatore; la seconda condizione, che consente al buon senso di supplire alla mancanza di informazione, è più difficile da definire: si tratta di una questione di fiducia, fiducia accordata liberamente (e non per decisione di un partito) a un uomo o al regime. Infatti, l’uomo o il regime ai quali si accorda la fiducia si sentono responsabili e quindi lo diventano. Questo sentimento pubblico e questa realtà sembrano esistere soprattutto in quei paesi dove la Riforma ha lasciato la propria impronta: l’Europa settentrionale, la Svizzera, gli Stati Uniti. Non dimentichiamo che questi paesi sono anche quelli che hanno avuto meno rivoluzioni e hanno un minor numero di comunisti*.
Nei paesi latini, al contrario, si osserva che l’elettore, più che sui fatti e sugli uomini, giudica in base ad apriorismi tradizionali e con un sentimento di completa sfiducia verso i partiti avversari e i poteri costituiti. La grande maggioranza degli elettori italiani e francesi che votano regolarmente per il partito comunista altro non sono che dei malcontenti i quali si dichiarano contro il regime in genere, così come si è anticlericali per sistema. Una minoranza convinta vota invece per "il partito”, come altri vota per la chiesa. Finché lo spirito di critica personale, rischio e salute della democrazia, non verrà coltivato energicamente, in Europa il comunismo (o i suoi surrogati fascisti) rimarrà virulento.

Confronto delle probabilità
Si potrebbe, parodiando Lenin, stabilire l’equazione: comunismo eguale marxismo più elettrificazione più dispotismo bizantino. Una sintesi cioè della tirannia alla maniera orientale, della tecnica alla maniera occidentale e di princìpi morali: giustizia, civismo, puritanesimo, progressismo eccetera, che derivano dalla tradizione cristiana. Tutto ciò forma una religione abbastanza complessa perché ne siano attratti sia i popoli orientali, in completa miseria materiale, sia i popoli occidentali, in completa anarchia morale. Ci domandiamo se questa religione mondiale ha la probabilità di sostituirsi alla sola grande religione rivale, il cristianesimo.
Dal punto di vista della tattica i sovietici hanno la meglio, perché nel momento stesso in cui la nostra civiltà cristianizzata ha rinunciato a imporre il proprio dominio sulle anime per mezzo della conquista politica e militare, il bolscevismo, riprendendo questo vecchio metodo (ce ne forniscono un esempio la Cina e i paesi satelliti) ha preso la successione dell’Islam, dell’autoritarismo cattolico, del collettivismo ortodosso e della dottrina dei princìpi luterani: cuius regìo eius religio. Ma al tempo stesso vediamo il cristianesimo, e la stessa chiesa romana, staccarsi dal potere temporale per meglio conformarsi alla sua missione spirituale. Al cesaro-papismo di Mosca l’Occidente non contrappone che i poteri profani e totalmente laicizzati; i suoi uomini di Stato, tranne qualche eccezione, non agiscono da cristiani, mentre le gerarchie russe e satelliti agiscono rigidamente da bolsceviche. In ciò sta l’immenso vantaggio tattico di cui gode la chiesa universale moscovita.
Dal punto di vista della strategia, il pronostico è diverso. Il comunismo non offre all’uomo e all’anima individuale un messaggio più liberatore, più esigente e pacificatore di quello offerto dal cristianesimo; non accetta l’opposizione, vita del civismo, né lo spirito critico e di libera ricerca, vita della scienza la quale è a sua volta indispensabile al progresso della tecnica, senza di cui nessuna potenza potrà dominare. Infine, negando ogni trascendenza, il comunismo spegne lo slancio dell’inquietudine creatrice e prepara una stasi della cultura e della società.
Il cristianesimo, invece, per quanto mal praticato, ha dimostrato da venti secoli in qua la sua capacità di produrre e di integrare le massime novità in ogni campo: dell’arte, delle scienze, della filosofia, senza rinnegare i suoi fondamenti evangelici. Ha dimostrato di saper durare, senza profondi cambiamenti, attraverso i più diversi regimi. Non ha mai rinunciato alla sua attività missionaria, a portare agli altri popoli la testimonianza della sua immutabile verità e della sua vocazione universale. Non ha mai cessato di offrire a tutti gli uomini, di ogni razza, di ogni classe e di ogni livello, la possibilità di convertirsi e di diventare "uomini nuovi”. A lungo andare, esso è destinato dunque a conseguire la vittoria, sebbene un simile pronostico dipenda dalle nostre vedute umane assai limitate. In effetti, esso ha "vinto”, dato che l’uomo continua a crederci da duemila anni a questa parte per ognuno, per tutti, contro nessuno.

La storia del mondo incomincia nel Secolo XX
Dire che il leggendario impero di Che-Huant-Ti era la massima potenza del mondo non significa nulla, dato che a quei tempi non esisteva un mondo che fosse misurabile e definito. Molti altri imperi si consideravano i più grandi, nella loro parte del pianeta. L’Europa ha, per prima, reso simultanea la storia del mondo, dapprima con le grandi scoperte, poi discernendo le diverse civiltà, e infine esportando la propria tecnica. L’America e il comunismo hanno compiuto l’opera: d’ora innanzi i tempi e i ritmi delle civiltà e delle nazioni sono destinati ad accordarsi, spesso attraverso la guerra poiché l’uomo non è buono, ma talvolta in direzione della pace quando l’accordo si stabilisca attraverso lo scambio delle virtù e dei vizi nella lotta.
Due potenze antagoniste ma già somiglianti tra di loro, l’Euramerica e l’Eurasia, dettano oggi i ritmi della storia. Il ritmo comunista o il ritmo occidentale finiranno per imporsi all’Asia, che già ora dividono in due parti. Metterle d’accordo significherebbe fare una sintesi della fede e dell’utopia; e si può prevedere che l’utopia sarà vinta. Oppure può accadere che l’Occidente, stanco della propria libertà, finisca un giorno col cedere lasciando il passo all’utopia... Ma ciò significa ancora una volta lasciarci trasportare dalle passioni del presente. Può darsi che una logica d’ordine più generale, diretta dalla tecnica e dalla demografia, modifiche tra poco il gioco mondiale delle forze.
Se mi trasporto in spirito alla fine di questo secolo, vedo che l’alternativa non è più capitalismo o comunismo, Stati Uniti o Urss. Vi sono, da un lato, paesi sottosviluppati dove la popolazione è raddoppiata, dall’altro paesi dove lo sforzo della produzione è equilibrato. L’angoscia dei tempi della guerra fredda è passata in secondo piano; forse è anche dimenticata. La situazione dell’Urss (aiutata dall’Occidente?) è migliorata a tal punto che i russi fanno ormai parte degli abbienti, in confronto alla Cina, che è alla testa dei paesi non-abbienti. Tutto allora si riduce, in apparenza, al dialogo millenario tra l’Oriente povero e sovrappopolato ma religioso, e l’Occidente profano, ricco e meno popolato. Ma già le parti stanno per invertirsi; l’Occidente, scoprendo la possibilità di fruire di una maggiore disponibilità di tempo libero dalla schiavitù del lavoro, si volge alle religioni e alle soddisfazioni della cultura; l’Oriente, scoprendo la tecnica e i mezzi per vincere la miseria, mette un freno alla propria fecondità e comincia a pensare secondo le nostre categorie. Potrebbe darsi che la relativa unificazione delle due metà del genere umano vada operandosi sotto il segno, d’altronde ambiguo, del progresso tecnico e sociale.

*Sono anche i paesi dove il senso del gruppo privato, spontaneamente costituito da cittadini i quali si sentono responsabili dei pubblici affari, precede l’autorità dello Stato centrale ed esercita in mille modi la propria influenza. Il non-conformismo delle "confessioni” protestanti favorisce in modo paradossale il formarsi di una opinione comune, mentre la tradizione centralista romana provoca fra destra e sinistra, fra clericali e anticlericali, una guerra senza quartiere che spezza le nazioni in due

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