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Una biblioteca e una emeroteca digitale

per riandare al passato e riflettere sul presente.

La Biblioteca Gino Bianco con la sua emeroteca digitale di riviste, opuscoli, libri di storia e di politica, dagli ultimi decenni dell'800 al secondo dopoguerra del 900, si propone in particolare di far conoscere, innanzitutto ai giovani, le tradizioni di pensiero e di impegno sociale, italiane ed europee, del socialismo umanitario, del libertarismo, del liberalsocialismo, del socialismo democratico, del repubblicanesimo, del liberalismo democratico e del federalismo, rimaste minoritarie, spesso calunniate, per lo più dimenticate, a cui la Storia, e solo lei, col tempo, ha dato ragione.

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Le due riviste radicali degli anni 70

Sono in linea, sfogliabili, "La Prova Radicale" e "Argomenti Radicali", le due riviste dirette da Massimo Teodori, a cui va il nostro ringraziamento per aver donato alla biblioteca le collezioni.



"Siamo quindi qualcosa di diverso e di più di una piattaforma, di alcune battaglie, di un
programma. Abbiamo l’ambizione di dar corpo a quel ‘partito laico’ che non è tale soltanto per gli obiettivi, ma anche per il suo atteggiamento di fronte all’universo stesso della politica. Abbiamo la convinzione - convalidata dall’esperienza di questi anni in Italia e altrove - che sia necessario creare una nuova dialettica tra individui e organizzazioni, tra i ‘politici’ e i ‘non politici’.
Siamo tra coloro e con coloro che ritengono necessarie ed efficaci battaglie che sembrano partire da posizioni di minoranze; che non sono divenuti scettici di fronte alla palude del mondo politico d’oggi; che credono alla possibilità di far pesare come forza e volontà collettiva le nostre speranze individuali; che ritengono che si faccia troppo di "questa” politica che infeuda ogni settore della società civile e riduce ogni cosa a faide di potere e troppo poco dell’"altra” politica, quella che riguarda l’esistenza, i problemi, i desideri e la felicità di ciascuno di noi, e di tutti. Ci sospinge la concreta intenzione di interpretare, esprimere e contribuire a dar forma a quel ‘partito’ che non cerca né "equilibri più avanzati”, né "dialoghi” tra grandi organizzazioni burocratiche e autoritarie, e neppure la lotta per la conquista di anime corpi enti ed istituzioni. Siamo parte del movimento che accomuna idealmente e nel concreto di specifiche iniziative, radicali e socialisti, democratici e libertari e che ha come obiettivo di fondo di riprendere il destino delle nostre vite nelle nostre mani.
* * *

Non si celebrerà Mao né si citeranno Sacri Testi. Per trovare il senso del nostro impegno, anche scritto, non avremo bisogno di ricorrere a Fidel, a Che, e ad Al Fatah: siamo convinti che quanto più lontani e mitici sono i riferimenti anche ideali tanto più servono a coprire puntuali evasioni dalle contraddizioni in cui siamo immersi e dagli scontri che ci attendono "qui ed ora”. La validità delle nostre esperienze e posizioni non deve essere legittimata dal richiamo a questa o quella vulgata marxista. Non abbiamo neppure la Linea Corretta e l’Analisi Giusta da imporre quale avanguardia predestinata di processi rivoluzionari: l’avanguardia è quella che di tempo in tempo, di situazione in situazione, svolge un ruolo propulsore nella lotta per la libertà e le liberazioni. Non sentiamo alcuna necessità di fare bagni operaistici, di rigenerare noi stessi con le mitologie di cui la sinistra - quella tradizionale e una gran parte di quella cosidetta nuova- ha coperto e copre quietismi, pratiche di potere, evasioni quando non addirittura tradimenti. Abbiamo constatato come sempre più le forme di oppressione di sfruttamento di alienazione non passino oggi soltanto nella fabbrica, ma investano tanti aspetti della nostra vita e in tanti modi diversi: la famiglia, il tempo libero, la scuola, la salute, la caserma..."
(Da
"Quale rivista", presentazione del primo numero de "La Prova Radicale”, autunno 1971)


il manifesto (1969-1971)
La rivista mensile della componente del Pci che nel novembre 1969 venne espulsa dal partito per le sue posizioni critiche.


"Dopo un anno di occupazione militare la situazione cecoslovacca non lascia più margine a compromessi e impone nuove scelte al movimento operaio occidentale.
***
... Il primo punto è l'assunzione di una presa di posizione netta di fronte alle scelte politiche dei gruppi dirigenti dell'URSS e degli altri paesi socialisti europei. Non è più possibile puntare su una loro autocorrezione; si è costretti a puntare sulla loro sconfitta e la loro sostituzione, per iniziativa e da parte di un nuovo blocco di forze sociali diretto dalla classe operaia, un rilancio socialista che investa le strutture politiche e sia capace di esprimere realmente le potenzialità immense uscite dalla Rivoluzione d'ottobre. I cauti condizionamenti dall'esterno, le critiche generiche che non individuano esplicitamente obiettivi, responsabilità, gruppi dirigenti, non rappresentano ormai che segmenti di un «realismo» sempre più somigliante all'omertà, che avalla gli stati di fatto e scoraggia sul nascere ogni forza di opposizione. Finché la resistenza cecoslovacca si troverà di fronte — nel campo internazionale - all'alternativa fra le simpatie degli anticomunisti e le prudenziali realistiche coperture all'attuale gruppo dirigente, non le resterà che l'isolamento e il ripiegamento su se stessa. Ma anche questo è un punto preliminare. Il proletariato occidentale ha un solo modo per diventare un punto di riferimento mondiale, un momento di internazionalismo attivo ed efficace: quello di portare avanti la sua rivoluzione; essere in grado di proporre un modello di socialismo diverso, perché lo sta realizzando. Il discorso sulla Cecoslovacchia ci riporta così all'Italia. Con una nuova consapevolezza, e cioè che se la crisi oggi aperta in Occidente si dovesse ancora una volta chiudere con una sconfitta o un nulla di fatto, dovremmo scontare un arretramento grave su tutto il fronte rivoluzionario internazionale. Vi è una perfetta coerenza fra chi perdona la politica di Brezhnev e chi sollecita da noi una linea di compromesso. Se in Occidente i comunisti si inseriscono non c'è da attendersi che un congelamento conservatore nelle società socialiste. Sarebbe l'internazionalizzazione della rinuncia".
(Da
"Praga è sola", numero 4 settembre 1969)

Il '68 delle riviste

Dopo i Quaderni Piacentini continuiamo a mettere in rete alcune delle riviste più significative che hanno a che fare col ’68:
grazie alla collaborazione con la Fondazione Gramsci Emilia-Romagna, è online la collezione completa di Quindici, il mensile fondato nel 1967 da alcuni dei componenti del Gruppo 63 (Balestrini, Colombo, Eco, Giuliani ed altri) e stiamo completando quella di Lotta Continua settimanale (69-72), espressione di uno dei gruppi della sinistra extraparlamentare più importanti.
Inoltre abbiamo messo in rete Quaderni Rossi, la rivista operaista fondata da Raniero Panzieri nel 1961.


"Quindici non ha nulla da dichiarare, anche perché si ripromette di essere parziale e contraddittorio. Quindici spera di diffondere dei dubbi e di rovinare alcune certezze: d’essere insomma, un sano elemento di disordine. Ogni autore sottoscrive le idee che portano la sua firma, e quelle soltanto. È un periodico redatto da un gruppo: ma ciascuno dei suoi appartenenti è perfettamente libero non solo da ogni disciplina redazionale, ma anche da ogni presunzione di affinità. … Non faremo alcuna discriminazione ideologica di generazione: basterà che ci siano simpatici. … Non ci si occupa certo di cultura in quei supplementi dei quotidiani e dei settimanali che hanno scoperto la letteratura come "buon affare”; né nell’unico settimanale letterario italiano … ; né sulla stragrande maggioranza delle riviste specializzate … Non ci si occupa di cultura negli uffici "culturali” dei partiti, né alla televisione, né, con pochissime eccezioni, nelle università. … Con questo mondi di interessati e di taciturni, Quindici non vuole aprire un dialogo, neppure polemico: non accetta il discorso e vuole porsi come alternativo. … Può sembrare che nel nostro giornale la letteratura abbia una parte preponderante; in parte ciò è vero, ma col succedersi dei numeri il lettore vedrà che anche la letteratura è un punto di partenza per affrontare nella maniera più lucida possibile tutti gli aspetti - culturali e politici - della "conservazione linguistica”. ...
(dal n. 1, giugno 1967)



"L’idea di questo giornale è quella di trovare i nessi per saldare le lotte operaie con quelle degli studenti, dei tecnici, dei proletari più in generale, in una prospettiva rivoluzionaria. … Oggi grazie ai collegamenti realizzati, l’iniziativa di questo giornale non parte più da una singola sede, ma da gruppi di compagni impegnati e legati a situazioni di lotta, in una serie di città … Da tutte queste sedi, una volta alla settimana, compagni impegnati nel lavoro politico si incontrano per discutere e coordinare il loro intervento nelle lotte. Questo giornale vuol essere uno strumento di organizzazione collettiva della lotta di classe. Deve cioè collegare tra loro tutti questi compagni, portando avanti una precisa linea politica, ma nello stesso tempo deve essere diffuso a livello di massa sia per permettere a tutti i proletari che lo vogliono, di avere un quadro generale della lotta di classe, sia per mettere in grado le masse, che sono le vere protagoniste di queste lotte, di partecipare direttamente alla elaborazione, alla discussione e alla critica della linea politica che esso porta avanti. …
Chiunque usi la presenza di politiche diverse per giustificare l’immobilismo, il caos o il compromesso permanente, rifiuta perciò stesso la verifica dei fatti e ostacola lo sviluppo della lotta. Da questo punto di vista noi pensiamo che non passi alcuna differenza tra un volantino, un giornale nazionale o un capannello fatto davanti alla porta di una fabbrica. A questo punto ci resta il giornale da fare". …
(da Questo giornale, nel Numero unico dell'1 novembre 1969)



"I «Quaderni rossi», d’altra parte, non volevano essere una rivista teorica o di cultura, nel senso stretto del termine. Evidentemente, però, colsero nel segno, in quel loro insistere sull’esigenza di una ripresa del marxismo in termini di centralità dei rapporti sociali di produzione, di analisi dei sistemi di fabbrica, di critica radicale della presunta oggettività della scienza e della tecnica. Non c’è dubbio che sul piano politico le loro proposte alle organizzazioni del movimento operaio per un rilancio e un’unificazione delle lotte in funzione rivoluzionaria e "antisistema” furono drasticamente sconfitte ed emarginate, per certi versi addirittura ostracizzate come avventuriste; ma è indubbio che quelle proposte e il loro coté teorico avessero riscosso comunque un notevole interesse, tanto a livello intellettuale, nelle riviste e nella produzione culturale, quanto in vari ambienti politici e sindacali."
(Marco Scavino, Raniero Panzieri, i "Quaderni Rossi" e gli "eredi", in Aspettando il Sessantotto, Accademia University Press, 2017)

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