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Francesco Gabrieli

Gli arabi e la libertà

Tratto da «Tempo presente», A. VI, n. 7, luglio 1961

L’antica storia degli arabi, in età anteriore a Maometto, ci mostra questo popolo, individualista e tendenzialmente anarchico, fiero della propria indipendenza dallo straniero e repugnante a piegarsi a qualsiasi autorità che non fosse quella dei suoi stessi capi liberamente scelti in seno alla tribù. L’Islam, che unì gli arabi e li immise nella grande storia, predicò la soggezione di tutto il genere umano a un Dio creatore e giudice, ma dal punto di vista dell’organizzazione sociale si limitò a inculcare l’obbedienza al Profeta, con qualche vago accenno a organi e funzioni consultive tra i credenti (che è stato facile alla moderna pubblicistica interpretare in senso democratico). E in realtà il potere dei primi califfi, successori di Maometto, non fu affatto assoluto; ma tale divenne gradualmente, per lenta opera di uomini e favore di eventi, cosicché l’epoca classica del califfato, e poi delle tante dinastie locali in cui questo si frazionò, presenta quel quadro dell’assolutismo orientale che anche il profano conosce stilizzato dalle "Mille e una notte”. Dopo aver perduto in tale assolutismo la libertà individuale, gli arabi perdettero poi nel corso del XVI secolo anche quella collettiva o nazionale, venendo quasi per intero a far parte dell’impero dei turchi ottomani. E in conclusione dovettero attendere più di mille anni dal loro ingresso nella storia perché la riflessa coscienza della libertà e il correlativo bisogno si facessero sentire efficacemente tra loro. Di questa coscienza ed esigenza, benché a taluni arabi sappia oggi di forte agrume l’udirlo affermare, essi sono in larga parte debitori all’Europa; la quale da un lato si affiancò e poi sostituì ai turchi nel tentar d’imporre al mondo arabo, in forme più o meno apertamente colonialistiche, il proprio dominio, ma contemporaneamente gli apri gli orizzonti della cultura e della coscienza politica moderna. Così il «risorgimento» arabo, tra la fine del secolo passato e la prima metà del nostro, si è compiuto interamente sotto il segno di ideali e ideologie europei: dapprima quelli ottocenteschi, democratici e mazziniani, poi quelli moralmente tanto deteriori, ma rivelatisi purtroppo non meno efficaci e suggestivi sulle folle, del nazionalismo e persino del razzismo, che improntano tutta la più recente storia del Vicino Oriente. Per i precursori e gli apostoli di questo risorgimento, come per il nostro stesso a cui quello arabo in più aspetti si ispirò, gli ideali dell’indipendenza dallo straniero e dell’interna libertà civile si presentarono di solito abbinati o addirittura confusi in uno. La lunga lotta che la pubblicistica araba sostenne prima del ’14 contro l’oppressione del regime hamidiano mirava ad assicurare al popolo arabo una più o meno totale indipendenza dal dominio turco, e insieme il godimento di democratiche istituzioni rappresentative.
Il trattato alfieriano sulla tirannide, che non fa differenza fra tirannia straniera e domestica, giungeva adattato per indiretta via agli arabi, era da essi parafrasato e avidamente letto. La prima guerra mondiale, ove gli arabi indicibilmente soffersero, e una generosa schiera di patrioti affrontò il martirio, sembrò condurre a soluzione entrambi i problemi, della liberazione dall’inviso dominio straniero e della interna libertà. È noto come in realtà gli egoismi delle potenze occidentali vincitrici frustrassero per allora il desiderio di piena indipendenza del mondo arabo, sostituendo al dominio ottomano un larvato dominio anglo-francese col sistema dei mandati, e contendendo a palmo a palmo all’Egitto, già da un quarantennio sottoposto alla tutela britannica, il recupero della effettiva indipendenza.
Questa delusione, che venne dagli arabi amaramente risentita, avrebbe dovuto essere compensata dalla introduzione all’interno dei liberi ordinamenti rappresentativi: ed essi furono infatti ovunque sanciti, con estrinseca e quasi meccanica imitazione dei modelli europei, nelle costituzioni dei vari Stati del Vicino Oriente nel primo dopoguerra. Ma il non risolto problema di fondo dell’indipendenza nazionale, e l’immaturità alla vita democratica delle classi dirigenti in tutti questi Stati, poco fecero sentire i benefici delle istituzioni democratiche nella vita interna dei singoli paesi. L’istituto parlamentare, eccetto forse che in Egitto, non fu che una lustra dietro cui si nascosero e con cui si camuffarono le rivalità fra uomini e gruppi mossi da interessi personali e di casta, spesso manovrati dai rappresentanti delle potenze mandatarie, a tutto scapito di una educazione politica delle masse. E quando quella sottile vernice democratica cadde, corrosa dal di dentro o spazzata via dalla violenza della dittatura, la sua sparizione anche formale non fu accompagnata da alcun rimpianto, mentre tutte le energie materiali e spirituali degli arabi venivano strette in fascio e scagliate sul fronte esterno, per la lotta contro l’imperialismo occidentale».
Tale è il processo cui abbiamo assistito nel secondo dopoguerra. In quegli stessi anni in cui, con sacrifici incomparabilmente minori a quelli del ’14-’18, i popoli arabi passavano dall’indipendenza nominale a quella reale (anche se con diversi processi e con vari gradi di approssimazione per difetto), il nazionalismo arabo anziché dichiararsi soddisfatto compiva un balzo pauroso di intransigenza e virulenza esasperata. Tutto il recente passato dei rapporti fra l’Oriente arabo e l’Occidente fu sottoposto a una revisione critica non sempre equa e serena, ingigantendo oltre ogni limite di verità i torti subiti, e disconoscendo ogni beneficio pur ricevuto nel periodo di tirocinio all’indipendenza (tirocinio finito, a scanso di equivoci, solo per la energica pressione dei tirocinanti...); sospettando in ogni collaborazione con l’Occidente le più nefande dissimulate insidie della frode e dell’oppressione; giocando infine sulla rivalità dei due grandi blocchi mondiali per strappare all’Occidente concessioni e riconoscimenti di fatti compiuti, che ancor pochi decenni innanzi sarebbero stati inconcepibili. Ma il prezzo di questi acquisti, con tali metodi ottenuti, fu per gli arabi l’interna libertà: quella che in taluni casi essi non avevano mai goduta fuorché di nome, e in altri solo assai approssimativamente, ma che pur sempre, sia pure come lontano ideale, aveva fatto nella vigilia battere il cuore dei padri. Ora, invece, nessun cuore sembra più disposto laggiù a battere per lei.
È cronaca dell’ultimo decennio l’affermarsi pacifico o violento nel Vicino Oriente di regimi personali e dittatoriali, che per far capo ad arabi stessi anziché a stranieri non perciò avrebbero meno raccolto l’anatema alfieriano, e di quanti ripugnano alla tirannia sotto ogni sua forma. In taluni casi, come in Egitto e Siria, queste dittature hanno preso il posto di zoppi regimi parlamentari; in altri, come in Iraq, si sono semplicemente sostituiti, con una etichetta di intransigente nazionalismo, ad altre appena larvate dittature personali, più accomodanti sul piano internazionale. Ovunque, la vera vittima del rivolgimento è stata la libertà civile, o quel tanto che i precedenti regimi pur ne avevano lasciato sussistere, e le cui caratteristiche è qui del tutto superfluo illustrare. Ora il più penoso fenomeno di questo ricorso di autoritarismo demagogico nel mondo arabo, a differenza di quanto accadde trenta e quarant’anni fa nell’Europa occidentale, è che tale annullamento della libertà interna non sembra aver urtato contro nessuna resistenza ideale, sia della classe politica spodestata sia della intellighentsia, che è sembrata in generale pronta ad accettare, anzi ad applaudire a quel sacrificio. Scrivemmo già altra volta che i Croce e i Salvemini, i Turati e gli Sturzo, i Thomas Mann e i Silone, che salvarono per l’Italia e la Germania l’onore del pensiero e dell’arte libera sotto l’infierire della dittatura, non hanno avuto parallelo in tutta l’estensione del mondo arabo da un decennio a questa parte. Gli uomini che ancora nella mezza libertà dei regimi pre-dittatoriali si agitavano e scrivevano contro le dittature (abbiamo in mente il pamphlet in tal senso, apparso alla vigilia della seconda guerra, di un noto e valoroso scrittore egiziano), oggi tacciono o si associano nell’omaggio agli idoli del giorno. E non saremo certo noi a volere e poter gettare la prima pietra, avendo provato a suo tempo per diretta esperienza quanto sia facile all’odierna tecnica dei regimi autoritari, e alla correlativa debolezza del singolo individuo, il far tacere ogni espressione di anti-conformismo. Resta il fatto che da noi quelle eccezionali figure di confessori e martiri della libertà ci sono pur state, e nell’odierno mondo arabo no. Del che, come arabisti e come uomini, ci sentiamo alquanto mortificati.
Certo gli scottanti problemi a tutt’oggi aperti sulla scena politica per il moderno mondo arabo (la spina nel fianco di Israele, e la lotta in corso per l’indipendenza dell’Algeria) spiegano, almeno fino a un certo punto, il successo e il primato laggiù di un così duro e crudo nazionalismo. Ma chi sente come supremo bene la libertà, e poco si consola nel vederla negata e oppressa anziché da stranieri da parlanti la sua medesima lingua, non può non guardare con conforto e speranza a ogni anche tenue indizio di più liberali e umani metodi di azione politica, e di convivenza civile: nell’arabismo d’Oriente, al Libano, ove la presenza bilanciata delle due confessioni si conferma benefica valvola di moderazione e di equilibrio, che ha ancor trattenuto il paese dal gettarsi negli esperimenti liberticidi; in Occidente, alla Tunisia, ove l’opera di un capo e patriota arabo, ma formato e nutrito di cultura e spiritualità europea, ha saputo finora conciliare la lotta per l’indipendenza e l’interdipendenza araba con quella moderazione e quel rispetto della dignità umana che resta il più prezioso bene di arabi e non arabi. Del resto, uomini di buona volontà, di chiaroveggenza e ragionevolezza possono trovarsi ovunque, anche se non disposti a spingere l’esercizio di queste doti fino alla misura eroica e al martirio, che è l’esigenza più perfida e immorale posta dai totalitarismi agli individui e ai popoli. Si può servire la causa della libertà, ci è stato insegnato, anche facendo della buona poesia, della buona arte, della buona scienza. Ed è perciò che ogni contatto, anche fuor del campo strettamente politico, con le più moderne e illuminate energie dell’arabismo odierno ci appare quanto mai auspicabile e gradito. Nel prossimo ottobre, avrà luogo a Roma un convegno sulla moderna letteratura araba, sui suoi mezzi espressivi, indirizzi e problemi, a cui parteciperanno alcune delle più qualificate e aperte figure dell’intelligenza araba. E sarà per noi una gioia l’accoglierle qui in un clima di comprensione e rispetto reciproco, l’ascoltarne la parola in discussioni libere e pacate, fuor del clima arroventato della pubblicistica politica, il capire e se è possibile farci anche un poco capire, da posizioni spirituali che la cattiva volontà tende a mostrare inavvicinabili. Agli ospiti del prossimo autunno non possiamo che ricordare come motto e augurio la antica divisa di un nobile patriota arabo, il padre spirituale del risorgente Egitto, Mustafa Kamil: «Ahràr fi bilàdina, kuramà li-duyùfina» (liberi nella nostra terra, generosi coi nostri ospiti). Questo noi offriamo, auguriamo e attendiamo a nostra volta da loro.
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