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Gaetano Salvemini

Il contadino italiano...

Tratto dal saggio Partigiani e fuoriusciti apparso su Il Mondo del 6 dicembre 1952

... Mussolini, in quei mesi, ebbe un momento di lucido intervallo, e si dolse che i fascisti non fossero riusciti in nessun luogo, in Italia, a creare un movimento partigiano alle spalle delle truppe anglo-americane. A quella melanconica osservazione dell’Uomo della Provvidenza che aveva sempre ragione, noi possiamo aggiungerne un’altra: ed è che la così detta repubblica sociale di Salò non produsse e non produrrà mai libri come l’Antologia della Resistenza, di cui vi ho già parlato, o come le stupende Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana, raccolte da Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli. Il fiore dell’eroismo e della poesia non nasce sul terreno dell’ingiustizia, della menzogna e della brutalità.
Sfuggiva al Duce che era questa assenza di motivi ideali una delle ragioni per cui non esisteva in Italia un movimento partigiano fascista. E gli sfuggiva anche un’altra spiegazione, la quale stava nel fatto che i fascisti e i tedeschi non avrebbero trovata nessuna assistenza fra i contadini italiani. Invece il partigiano antifascista e antitedesco trovò sempre una casa di contadino, in cui le donne lo nascosero, lo rifocillarono, lo fasciarono ferito, lo informarono del momento buono per mettersi di nuovo allo sbaraglio.
Assistere un partigiano era sfidare una condanna a morte. Furono migliaia i contadini italiani che in quei mesi sfidarono le condanne a morte. Anche quando il partigiano era un poco di buono (e ce ne furono dei poco di buono) il contadino non lo denunciò, perché, tutto compreso, anche quello là, per quanto gli portasse via i polli, per quanto commettesse prepotenze anche peggiori, serviva una causa degna di essere servita. Senza l’assistenza dei rurali italiani, il movimento partigiano non sarebbe stato possibile.
Per misurare l’azione compiuta dai rurali in quei mesi di guerra antifascista e antitedesca, bisogna tener presente anche l’assistenza da essi data ai prigionieri di guerra fuggiti dai campi di internamento nel settembre del 1943.
Due ufficiali inglesi che parlavano per esperienza personale, in una lettera al Manchester Guardian del novembre 1945, scrissero: "E’ molto difficile, per chi non fu sul posto, capire quanto gli uomini e le donne italiane fecero per noi; è difficile rendersi conto dell’immenso debito di gratitudine, che abbiamo verso la loro gentilezza, umanità e coraggio. In una sola piccola vallata, dal settembre 1944 ai febbraio 1945, gli italiani dettero rifugio e nutrirono non meno di 150 prigionieri inglesi, americani e polacchi, li protessero dalle ricerche nemiche, e li guidarono fino alla linea del fuoco, perché rientrassero nei loro ranghi. Ciò facendo, quella gente si esponeva continuamente a tragiche rappresaglie personali e collettive. Un intero villaggio fu messo a fuoco e raso al suolo, perché i nazisti erano venuti a sapere che alcuni prigionieri inglesi erano stati fraternamente accolti e ricoverati. In quella zona di circa otto miglia quadrate, scarsamente abitata, furono distrutte più di 350 case per rappresaglia. Un prete di oltre 80 anni venne fucilato sulla porta della chiesa da soldati nazisti, solo perché aveva dato asilo per due notti a un ufficiale inglese, prigioniero di guerra fuggitivo”.
I soli prigionieri di guerra inglesi soccorsi da italiani in quei mesi furono cinquantamila. Ed ognuno di essi poteva significare una condanna a morte. Quanti prigionieri di altre origini siano stati soccorsi, nessuno sa.
Le città si prestavano meno a quell’opera di assistenza, perché entrarvi e rimanervi senza dare nell’occhio era più pericoloso che disperdersi nelle campagne. Perciò in questo settore della Resistenza la palma deve essere data al nostro contadino. Si dirà che il contadino non badò a fedi politiche o ad origini nazionali, ma operò per carità cristiana. Il nostro popolo ha tutti i difetti del mondo, ma ha una dote che ne compensa gli infiniti difetti: una umanità che non si trova in egual misura in nessun altro popolo della terra. Ignazio Silone ha raccolto il caso di quella vecchia che nel contado di Piacenza nascose un prigioniero croato e fu processata per quel delitto. Il giudice le domandò: "Conoscevate prima quell’uomo?”. "Nossignore”. "Sapevate che era un croato?”. "Nossignore”. "Sapevate che era un nemico?”. "Nossignore”. "E allora perché lo nascondevate?” .”Perché anche quello era un figlio di madre”.
Io ho conosciuto un giovane scultore iugoslavo, che il 9 settembre fuggì come tutti gli altri da un campo di prigionieri, e andò a finire nella Ciociaria, dove una famiglia di contadini lo tenne nascosto, lo nutrì e lo vestì gratis fino all’estate del 1944. Era fuggito insieme con lui anche un inglese, e anche a questo quella famiglia offrì ricetto. Ma lui volle attraversare le linee per andare a combattere sotto la sua bandiera. E poi non dette notizie di sé. Probabilmente ci aveva rimesso la pelle. La donna, che lo aveva tenuto nascosto, si doleva di quel silenzio, non perché aspettasse alcun compenso, ma perché sarebbe stata contenta di ricevere un ricordo di amicizia. Un giorno commentò quel silenzio con una sentenza degna del Vangelo: "Non c’è che fa’: s’à da esse boni”. Per lei la bontà era una necessità, come la nascita, come il puerperio, come la morte. Quel giovane iugoslavo mi raccontava questa storia con le lagrime agli occhi.
Non diamo, dunque, significato politico, si dirà, alla umanità dei nostri contadini.
Sarebbe errore. Perché quella umanità fu sempre umanità "in senso unico”. I nostri contadini furono umani con quei nostri che avevano bisogno del loro aiuto per fare la guerra partigiana; e furono umani anche coi tedeschi e coi fascisti, ma dopo che erano stati vinti e domandavano pietà. Non furono mai umani con costoro, finché furono i padroni. Nello scegliere chi dovevano aiutare, seguirono sempre una linea, che non deviò mai.
La partecipazione dei contadini italiani alla lotta partigiana è il fatto più importante nella storia italiana del secolo in cui viviamo. Il contadino italiano di oggi non è più il contadino italiano di un secolo fa. Il servizio militare obbligatorio era pesante e odiato quanto si vuole, ma sradicò il contadino dal terreno in cui era nato, e lo costrinse a vivere qualche anno della gioventù in ambienti diversi da quello in cui in altri tempi sarebbe vissuto e sarebbe morto, senza saper niente del mondo lontano. L’emigrazione nell’Europa centrale e nell’America restituirono all’Italia con gli occhi aperti milioni di uomini che erano partiti con gli occhi chiusi. Il maestro elementare e il medico condotto arrivarono nelle campagne, e si misero accanto alla sola autorità che esistesse una volta, il parroco, e spesso disputarono a questo il terreno, e non di rado gli comunicarono anche qualcosa delle loro idee. Il giornale letto ad alta voce dal ragazzo o dalla ragazza, che andavano a scuola, innanzi a crocchi di uomini e donne anziane, svegliò anche chi non sapeva leggere. La lega di resistenza venne a mietere dove il maestro, il medico, l’emigrato e il giornalista avevano seminato. Poi il suffragio universale costrinse molta gente, che prima non aveva badato a loro, a scendere in mezzo a loro per acquistare i loro consensi ed i loro voti. Durante la prima guerra mondiale si ebbe un’esperienza, che mezzo secolo prima sarebbe stata inconcepibile: centinaia di migliaia di rurali siciliani, calabresi, basilischi, pugliesi, parteciparono per più di tre anni ad una guerra micidiale, che aveva luogo su una frontiera lontana centinaia di miglia da casa loro.
Ma finora il contadino italiano non aveva mai dovuto fare una scelta libera e pericolosa fra due alternative. Aveva aderito alla lega di resistenza attrattovi da un vantaggio economico immediato. Era andato alla guerra perché costretto. Era andato a votare per compiere un atto di fede o una protesta, che in fondo non gli costava nulla. Cominciò veramente a volere qualcosa con la testa propria e con la volontà propria, quando vennero i fascisti a bastonare il segretario della lega, e a bastonar lui se prendeva le difese di quell’uomo. Il contadino arrivò allora anche alla resistenza armata. Ma resisteva individualmente o per gruppi locali esigui, mentre gli altri procedevano per "squadre”, in "spedizioni punitive” preordinate, su camion forniti dai proprietari e industriali o dalle autorità militari, con armi, munizioni e direzione date da queste autorità, con la connivenza della polizia e dei giudici. Il contadino fu schiacciato, e poi infornato nei così detti sindacati fascisti, e portato, come prigioniero di guerra, ai "raduni oceanici” a gridare evviva. Ma il fondo amaro del suo pensiero nessuno fra i trionfatori dell’ora lo intravide mai.
Dal settembre 1943 in poi quel pensiero poté finalmente rivelarsi. Il contadino italiano fece allora la sua scelta; una scelta che poteva significare la vita o la morte. Entrò così definitivamente come fattore autonomo nella nazione italiana. Dopo l’esperienza dei mesi che vanno dal settembre 1943 all’aprile 1945, possiamo dire che oramai una nazione italiana esiste, non solo nelle aspirazioni di una minoranza intellettuale, come nella prima metà del secolo XIX, ma nella cosciente volontà di tutti i suoi componenti, anche i meno colti, anche i più umili. Beninteso che nessuna nazione è fatta a regola d’arte. Occorrerà ancora molto lavoro per rifinire la nazione italiana. E forse non sarà mai rifinita come tutti vorrebbero. Sarà ben rifinita per gli uni, mentre sarà mal rifinita per gli altri. Ma quella nazione esiste.
Che cosa questa nazione, finalmente unificata, farà di se stessa, nessuno di noi può prevedere. Caso mai possiamo anticipare che farà molti spropositi. Ogni popolo procede traballando come fanno i bambini, urtandosi di qua e di là, finché la esperienza non gli abbia insegnato a fare buon uso dei piedi e delle mani. Ma, mentre gli individui, prima o poi, imparano a usare piedi e mani, nessun popolo impara mai del tutto a usarli bene. Fatta una esperienza, molto spesso dolorosa, deve farne subito un’altra, magari più dolorosa della precedente. Quel che importa nella storia di un popolo è che tutte le sue parti sentano di formare un tutto, e vogliano rimanere unite in permanenza anche quando si dividono sui problemi dell’ora.
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