Volontà - anno VI - n.5 - 31 marzo 1952

ccrso dell'ozio forzato per a,,,,iarsi (( alla vita)). L'abito era quello, al1a moda: la giacca stretta ai fianchi, larga aJle spalle, corta aJJe anche, i pan– taloni a conj capovolti, stretti alle caviglie, le scarpe di mola leggera lu– ('idc, la cravatta sfavillante, un rigo di fazzoletto bianchissimo nel taschino. E in mezzo a lutto questo la sua faccia minuta e denutrita: la bo('ca pic– cola, in dentro, il mento sfuggente e gli occhi deboli che filavano un poco di. !uce tra le ciglia <1uasi.congiunte. Vi restava ininterrottamente fino a11a una. A quest'ora scompariva a passo svelto. Ma non andava a casa. Chi diceva che andasse a prendersi la zuppa al convento dei monaci; chi che egli andasse a fare il ,, servo >) in un convento di <<monache profane)), che anche si trova da <Jne1le parti, tra i prati e Ja ferrovia. Qualchecosa 1o doveva fare e guadagnare. Il caf– fettiere diceva: (( Cummeo una tazza di caffè al giorno se la 1nende. Tre sigarelle in tasca cc l'ha! Ma voi ... )). Cummeo compiva sacrifici inauditi per quelJa tazza di caffè al giorno, 1>cr pagare così l'occupazione di suolo; per tenersi aggnq)pato a qud– \"impiego che era diventalo il Caffè del Sud e che durava dalle otto alle una e dalle una alle ventitrè ... Il vestilo comincia,'a a logorarsi. Al fondello a\'f'\'a gi;, una loppa, cu– cita con pazienza, per far combaciare il disegno della stoffa, con le sue mani. li mento curvo sul petto aveva unto la cravatta di seta ed il nodo si focl'va sempre più grosso. Spesso non aveva il fazzoletto per soffiarsi il naso, avendolo lavato, e adoperava quello del taschino e viceversa. Le scarpe si erano bucate. Ma riusciva sempre a rimetter su la vccc-hia rob.,1. ì\'"ei giorni feriali la sopport:wa con fastidio. La domenica stirava la giac– ca, il pantalone, la eamieia, ridava il lucido alle scarpl', e badava con os– sessione alJa piega, tutto sembrandogli nuovo: perchè era dome_!tica. Se andava in malora l'abbigliamento, non avrebbe potuto nemmeno comparire in pubblico. E (Juando per l'intervento battagliero dei reduci, <·he si fecero sentire dai padroni delle fabbriche, non trovò lavoro nella sla~iont> dei pomi<lori, Cmnmco restò quasi solo davanti al Caffè. Non aveva nemmeno bisogno di asst'nlarsi dalle tredici alle. quindici per fingere di andare a mangiare, cosa che faceva di notte, davanti alla porta della sua casa, dove la madre in un buco, gli nascondeva un piatto di cibo. Si servi,•a da solo sotto il rubint>tto del banco d'alluminio del Caffè un bic– chiere d'acqua geJata. E vedeva come gli altri partivano in truppa per an– dare ai bagni di Vietri, o sorhivano uno dei quei buoni caffè freddi o an– cora più buone granite di limone, con gli occhi quasi chiusi e i capelli senza brillantina stopposi e sfurjati. Qualche volta si alzava da] tavolino, si gettava nella pjazza di Nofi, do\'e pioveva sole nebbioso, e andava come un fantasma, che i calzoni gli sba1tevano alle caviglie nel vento polveroso. E un giorno un autista, gi– rando con velocità per quella curva pericolosa, tartassata di segnali, lo investi. Cummeo era morto. Sotto la giacca la camicia nuova era ridotta una pettina. E non aveva mutande addosso. DOMENICO REA da: Roma, Napoli 24 novembre 1951. 286

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