La Voce - anno II - n. 20 - 28 aprile 1910

310 siderare come rudimentale. Che cosa gli manca? Chi mi sa dire che cosa sia uno spirito ruJimentaie? È un canovaccio ipote· tico da psicologi; a noi, che non siamo psi– cologi, occorre un altro canovaccio e io direi che lo spirito infantile è uno spirito adulto che non sa ancora nulla e che ha in sè, come a priori, la possibilità d' infinite deter• mina2.ioni. Ciò è dire più e meno che un rudimento. L'attività pedagogica consiste nel formare il carattere di quello spirito, cioè dunque nel suggerirgli un'intuizione della vita, nel ripetergli costantemente la stessa impressione dominante, nel creargli infine una volonta. L'impressione è un seme spirituale che negli anni infantili è quasi sempre decisivo, più del temperamento, pii.i delle a11itudini particolari a ciascuno. Per suscitarla in modo valido, è assurdo che possa ba!<ilareun brevissimo tempO giornaliero di sorveglianza e di lezione, mentre nel resto della giornata il fanciullo ritorna in famiglia. I.a periodica azione del maestro lascia luogo a troppe altre influenze t: perciò il tipo della scuola dei fanciulli è il collegio. L'attività del maestro nel periodo educa– tivo dev'essere guidata da un'esatta inhJizione e da una sicura scienza della mente del suo alunno. Ma qui non bisogna intendere che egli debba accettare ciò che già vi si trova, per ob– bedirvi o per svilupparlo. Il concetto più co– mune di educaz.ione comprende una scelta d'at– tività, esclusione d'alcune, esercizio d'alt re e ar– monia. L'opera dell'educazione è un che nuovo che s'introduce nello spirito, una violenza affettuosa, ma una violenz.a. Con essa si nega la naturalità dello spirito, per indurlo a ciò che noi crediamo bene e se talvolta pare che talune inclinazioni spontanee, o meglio ca– suali, siano necessarie, ciò non vuol dire che il bene educativo sia in esse : è il concetto attualmente domin:.nte intorno all'educazione, che ne permette l'integrità. Il con.;etto d'una armonia nella coscienza Jello scolaro deve essere il punto di partenza e il punto d'ar– rivo, il principio e la fine dell'opera d'un educatore: lo spirito dell'alunno, prima che questo entri nella scuola 1 dev'essere nulla per il maestro, nulla 12 di\·ersi1à dei tempera– menti, nulla le anomalie e i casi clinici, per– chè queste non sono cose ma apprenamcnli particolari d'una scienza. Nell'intuizione del maestro essi sono altri, hanno u11 altro si– gnificato e non possono alterare il presuppo– sto educati,·o se non in quanto questo li tra– sforma. Qnell:1 scienza che ha nome pedagogia e che insegna l'arte di condurre e di educare i fanciulli, contiene i criteri e i princìpi filosofici sui quali deve aver fondamento ogni opera educativa e mostra le leggi del pensiero infan– tile alle quali bisogna riferire il metodo dell'insegnamento. È una scienza di grande importanza, come si \•ede, tanto per le ori· gioi nobili che ha, quanto per lo scopo al quale essa è diretta e perciò ha un posto eminentissimo nei programmi delle scuole normali - e dei corsi di perfezionamento. E certo bisognerà ritenere che quando i mae– stri escono da questi corsi siano davvero per~ fezionati e perciò perfetti i altrimenti perchè mai quelle scuole si chiamerebbero cosi? Un ideale grandioso, nella scienza peda– gogica troverebbe la sua realtà j e questa scienza è t:tnto ben fondata appunto perchè chi la colti\'a s'accorge della responsabilità gra\'is!-ima di aprire all'attività del pensiero anime che per tutta la vita non avranno mai altro lume all'infuori di quello ricevuto nella scuola. Bisogna bene essere sicuri dell'efficacia di ciò che si insegna, altrimenti l'opera del\' insegnante potrebbe ridursi a vestire alla moda scientific, del giorno la banalità invincibile della vita popolare. Per i fanciulli Jeslinati agli alti gradi del sapere, il danno d'una educaz.ione non molto profonda è relativamente minore: essi infatti potranno correggere colla loro propria iniziativa filosofica, se l'avranno, e col soccorso delle cognizioni che apprende– ranno, quelle manche\·olezze e quei vizi che potrebbero derivare dall'educazione dei primi anni. fila molto spesso i primi insegnamenti hanno come un potere di suggestione, diven– tano come tante unità vitali che assimilano di mano in mano 1l11to il prodotlo della LA VOCE scuola e restano le sole forze iniziatrici del pensiero - che sarebbe quanto dire che il male cresce, procedendo e che pill si studia più si diventa somari. Quanto grande sia la importanza della pedagogia è abbastanza evi– dente e tutli lo sanno. Ma cib che non tutti dicÒno abbastanza chiaramente è che I' inse– gnamento che se ne fa ai maestri sia forse un po' troppo compendioso nella sua parte filosofica 1 troppo, per l'ufficio di fondamento che deve avere questa parte. Da essa infatti dipende se il mondo dev'esser materia o spi– rito e se il sapere sia ragione o senso o che altro, se il dovere sia ciò che piace agli dei, l'utile o altro ancora. Non dubito che i cultori della pedagogia, voglio dire i professori e gli scrittori eminenti di questa materia, siano edotti sul valore re· lativo e provvisorio delle loro a!Termaziorfi di indole filosofica : essi le hanno concepir,· essi ne sanno i limiti e la portata: posso~b dunque scrivere un bel libro tutto coerente o fare un ottimo corso di lezioni. Dubito invece che l'allievo maestro possa fare un giusto uso di quei principi, seppure li può comprendere con chiarezza appena sufficente. L'allievo delle scuole liceali, che pure ha un buon fondamen– to di cultura classica, letteraria e scientifica, dopo gli stuJi degli elementi di filosofia non è riputato adatto a dare a nessuno consigli sul valore delle scienze e della vita: appena si crede che egli sia capace d'incominciare con discernÌmento un qualunque studio supe– riore, scientifico o leLterario. Che l'alunno liceale studi questa materia in forma com– pendiosa, sia bene perd1è il suo studio non ha carattere definitivo, non sen•e d'indirizz.o per agire sulla vita, bensì d' incominciamento, di preliminare, d'esercizio del pensiero j ma non dovrebbe stare altrettanto bene che l'al– lievo maestro studi in modo tanto parziale un ordine di concetti dai quali deve avere criterio per l'azione e che costituiscono per lui non un incominciamento ma un sapere de– finitivo. A quel modo che non è possibile insegnare con un'opera sola « la filosofia » a chi ne deve fare un uso critico, non è nemmeno possibile dare principi filosofici con un lib10, nè con due, a chi deve servirsene per un'opera deduttiva varia e impreveduta, non chiusa nei presupposti ma aperta nella vita. Che il tale dotto sia giunto a formarsi un concetto esatto e necessariamente parziale della sua dottrina, ciò era necessario e bene, ma che quel medesimo dotto pretenda poi d'insegnare esclusivamente il suo concetto, privo dei postulati dai quali si mosse, come l'unica e più certa verità, non è ammissibile i è un inganno, una prepotenza, alla quale i più intelligenti fra i maestri tentano di sfug– gire continuando da sè i loro studi incom· piuti e rivolgendosi di· preferenza alla filoso• fia - fin dove possono. Par dunque davvero che la pedagogia sia troppo scarsa nel suo sviluppo filosofico e, caso mai, abbia lo stesso valore relativo del sistema al quale aderisce - il qual sistema non verrebbe mai inse– gnato da un filosofo di giudizio a chi dovesse far dipendere dalla sola conoscenza di quello i suoi criteri d'azione sulla vita: egli cer– cherebbe d' imporre il proprio sistema a co– loro che ne conoscono altri e che, se ac– colgono il suo, ne faranno quell'uso critico al quale era destinato. Guido Santini. (Co11linua). ROOSEVE-LT li troppo commoveule accordo che è n:g11aloIra i noslri uomini politici e lei/erari, da Podrecca a Foga::::aro, 11elt'accoglie,·e Teodoro Roosevelt, ci ha ,·esi 1111 po• diffidenti, e abbiamo vollflO ù1lerrogare su/la personalità delt'd.t"-j)resideule-. Giorgio C. Hen·ou. È questi 11110 dei rapi det socialismo americano, rapprese11/a11/el'America al Comi/a/o t,,ten,a::iouale di /Jr,u,el/es, 1111a delle più interessanti figwre di idealista alla 1Jfa::::i11i, e ,irode laggiù, fra i suoi rompag-11idi fede, una specie di suprema::ia co11ferit111[li dal suo disin– len•sse e dalla Silfi alte::::a morale. C,·aveme,tle affirlicato da a,mi di lolla e di /mJoro ripos<tora a Fin:11::e. Conte111pora11eame11/e al suo articolo abbiamò rù:evulo sullo stesso so,rgello ,m<tteltern del J>ro– fessor Vilfredo Pa,·eto, l'economista il<rlia1to eh~ vive a G"ineura e !t1 pubblirhiamo. sebbene 11011 siamo troppo d'accordo ro11lui. Dobbiamo anche ricordare ('/,e l'unico 1101110 politico rl,e d(ruilosameute si sia rifiutato di cor– teggiare Teodoro Roosevelt è staio il mi,lislro Siduey-So11ni110che ha, co11 1110ll!I n1de::::a, n"fiu• /alo 1111 suo invito a cola::ioue. I. La Voce mi ha chiesto di scrivere su Teodoro Roosevelt. È dinicile scrivere di una personalit:\ cosi invadente ed ingannevole senza adoperart> fino a un certo punto un linguaggio adatto al-' l'argomento. Roosevelt è così terribilmente personale in ogni sua pMola ed in ogni suo atto che è im– possibile scrivere su di lui in modo impersonàlc. Parlare di lui in krmini rhe possano in <llf<dd\i.: modo caratterizzarlo \'Uol dire esporsi all'accuda di animosit.i. personale. lo confesso di avere unii profonda animosità contro Roosevelt, 111a l' ho perchè ritengo che egli sia In forza personale più malefica e minacciosa che esista nell'at– tuale mondo politico. Egli rappresenta il ritorno dell'uomo al bruto, - egli è l'annuncio vivente che l'uomo cercherà soJlie\'O dal disgusto della società ritornando ad una prepotente barbarié. Egli è un segno (lella decndenza universale e ad un tempo uno di coloro che la producono. E).!'li è la glorificazione di c1uanto vi è cli putrido e di reazionario nella nostra ci\'iltà. Non è fa. cile per chiunque nmi il genere umnno o porti dentro di sè il dolore delle generazioni di par– lare con calma di un uomo la cui vita e le cui gesta sono una minaccia e un insulto nl più sa– cro spirito dell'umanità. Rigua;do ad altri uomi– ni si può scri\'ere pacatamentr: e lasriare qual– cosa ali' induzione dei lellori ; ma non si può in \'Crit:'t scrivt:re su Roosevelt senza dire la \'erità su di lui ; e ciò significa adoperare parole chiare e terribili. Questa è la tragedia e il ter– rore di dover parlare di lui. Recentemente sono slato criticato per aver detto che Teodoro Roosc\•eh è l'influenza più degradante nelln vitn pubblica e nella storia del- 1 'America. lo lo dissi perchè è vero. È un fatto noto a molli americani intelligenti, ma che sarà taciuto cla chiunque abbia una riputazione da perdere. Abbiamo tutti paura di lui: abbiamo paura cli lui precisamente come abbiamo paura della vendetta premeditata, del randello che ci colpisce alle spalle, del coltello nella schiena, del ladro nelle teneb1e. Nessuno sa ciò che farà quest'uomo se si entra in lizza con lui ; ma checchi: egli faccia egli eviterà la <1uestione contestata, e vi sara ad– dosso all'improvviso. per carpire un vantaggio che solo i disonesti e gli impudenti accettano. Checchè egli faccia, egli non \'i combatterà mai lealmente: egli non vibrerà mai un colpo che non sia a tradimento. Sotto certi rispetti Roosevelt è padrone del campo : la maggior parte degli uomini possiede ancora un senso rudimentale della verità ; oppure, se non han questo, un senso ordinario clell'humor e la man– canza di opportunità li salva da ogni folle tentativo di competere con Roosevelt nell'arte cli rivestire la più sfacciata falsità cogli abiti pomposi della morale. È noto inoltre che nes– suno vuole ora contendere con Roosevelt, per– che nessuno vuol abbassarsi al punto di com– battere colle armi di Roosevelt. È noto nncora che Roosevelt non esita ad approfittare di que– --stofatto conic fece nella sua controversia con Edward Il. 1-larrimann, come fece nei suoi stra– bilianti e \ 1 ergognosi articoli contro il sociali– smo ; come fece quando condannò, per accre– scere la propria popolarità, nella st:unpa c-apita– lista i due capi dcli'« Unione dei lavoratori » l\loyer e 1-faywood, mentre questi due uomini erano ancora sotto processo e si trattava della loro vita. Egli sa che il suo più feroce opposi– tore serberà almeno un certo decoro nella lotta. E siccome lni in\"ece non ne serba affatto, ha cosi libera scelta delle armi e le sceglie senza alcun rigunrdo a quelle dell'avversario. Davvero nes– sun uomo bianco adoprerebbe le armi di con– troversia di Roosevelt. E nessun uomo bianco ha :\\'Uto, o desidererebbe avere l'opportunit:'t che ha Roosevelt di dare alle più segrete ven– dette personali l'aspetto cli difesa del bene pub– blico. Ma non è contro un semplice individuo eh' io protesto. lo mi oppongo per il fatto che egli incar– na e procl:una la fondamentale immoralità sociale Bibloteca Gino Bianco - la dottrina che il potere crea il diritto, che nes– suna rettitudine vale se non quella imposta con parole brut;"tli o leggi brutali, o pugni brutali o eserciti brutali. Roosevelt propugna una vita deg,rn dc-Ila peggiore barbarie o della jungla. Egli ha messi innanzi agli occhi della gio,,entll della sua nazione la gloria della bestia invece della gloria cl<-ll'anima. La nazione è stata i1>notizzata e saturata dai suoi orribili ideali, come dalla sua prepotente e minacciosa personalità. Naturalmente si deve biasimare la m1zione stt:ssa, la c1uale in tal modo ri\'cla la propria decadenza; 1>oichègli eroi che noi adoriamo e gli ideali che noi accarezziamo sono le rivela,doni di noi stessi. Però è stato quest'uomo che più di ogni altro ha ris\•egliato I' i$tinto di uccidere e cli conquistare, e 1utta la sopita ferocia del popolo. j;; stalo lui ad accostare la tazza piena di sangue alle labbra della nazione, i11giu11gendolecli bere. Ed una delle ironie più strane che siano mai l;caturite dall'ignoranza accademicr1, <? che ap– parir:'t come una delle sciocchezze storiche, fu il conferimento del premio :',;obel per la pace a questo potente militarista perchè nell'interesse dei grandi banchieri e della propria politica mili– tue, si adoperò a privart: il Giappone del pieno frutto delle sue vittorie. Teodoro Roosevelt segna un regresso nella vita del mondo. Egli fa pronosticare I' indebo– limento dell'umanità, la sua mancanza d'una fede vitale. Egli è la fatale stella del 11\10\"0 ~Tedio Evo - nel quale l'incredula anima umana cercherà oblio ed eccitamento nell'omi– cidio militare e nella brutalità 1>0litica. È vero che Roosevelt ha fatto credere al mondo di es– sere un forte; ma in realtà egli è un debole, un problema antropologico, un caso 1>atologico. La sua psicologia è ora quella di un selvaggio, ora qudla di un isterico. Intellettualmente egli è un atavismo, la riapparizione di un tipo anti– co; egli appartiene alla classe degli autocrati della decadenza romana e dei minori despoti orientali. Roosevelt è l' ultimo uomo il cui nome deve essere pronunziato in relazione colla democra~ zia. Egli non crede affatto nè nella democrazin nè nella libertà. Non è più democratico Ji Gen– ghis Khan o di Luigi X I. Egli ama la libertà meno di Cromwell; e Cromwell amava la libertà molto meno di Carlo I. Questi però sono nomi troppo grandi per meHerli vicino a c1uellQdi un uomo così brutale, così ignorante dell'essenziale elevnte-zza morale, così spietatamente noncu– rante dei suoi simili come Teodoro Roosevelt. Ma anche supponendo çhe Roosevelt sia uno dei gentiluomini dell'anima, ;mche supponendo che egli politicamente voglia il bene della so– cietà, basterebbero i suoi metodi per farlo ap• partenere nlle fasi più oscure della storia della umanità: e sono i metodi del tiranno, il quale crede che il suo volere sia l'unica giustizia, e ogni opposizione al suo volere l'unica ingiustizia, il quale bolla i suoi a\!versari col marchio di ciò che egli considera infamia indelcbih·, o, se può, li uccide, Il miglior esempio di questa specie fu Cromwell, che dominò da tiranno sopra una na– zione, e sulle anime degli uomini, per la loro salvezza e per la gloria di Dio. E questo è il metodo ,col quale ogni tirannia e ogni tiranno cercano una giustificazione. È l'unico metodo che piace a Roosevelt o nel quale egli creda. Eppure nessun uomo dominò mai sopra al– tri uomini per il loro bene, nessun uomo fu mai giuslnmente padrone delle menti e dei corpi dei suoi fratelli ; nessun nomo mai signoreg– giò sopra :1ltri uomini se non per la loro ro– vina e per il proprio abbrutimento. Il 1>0ssesso del potere sopra altri è essem:inlmente distrut• tivo - tanto per chi possiede questo potere, quanto per coloro sui quali viene esercitato. E il grande uomo dt!l/'av,,e11ire, a diffen11::a del grande 1101110 del passato, sarà quello c/,e cercl,crd. di creare il potere nei popoli, e non di acquistare potere sopra di essi:. Il grande uomo del futuro sarà quello che si rifiuterà di esser grande, nel senso storico della parola; sarà l'uomo che pcrder:'t letteralmente se stesso, che si immede– simer:\ completnmente nella vita dell'umanità. Tutto ciò che un uomo può fare per un popolo, tutto ciò che egli può fare per un altro uomo, è di rendere libero quell'uomo o cp1el popolo. La nostra opera, in qualunque tempo e in qua~ lunque luogo vorremo fare del bene. consister:\ nell'aprire agli uomini i cnncelli delln vita nel sol\evnre le divine porte dell'opportunità. Ciò si può npplicare ali:\ societ:'1 come ali' in– dividuo. ·Se l'uomo colleuivo vorrà liberare l' in• dividuo, allora l'individuo finir:\ col darsi glo• riosamcnte, nella pienezza <lclla su:1 forzn, alla società che apre dinanzi a lui le sue porte e le sLradt: maestre dell'opportunità. Date l'op1>ortu– nità agli uomini e l'opportunità vi darà degli

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