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Massimo Teodori

L'occidentalista eretico e il movimento per la libertà della cultura

(Intervento alla presentazione dell’Associazione Amici di Nicola Chiaromonte, svoltasi il 12 dicembre 2020)

1. La vita e l’opera di Nicola Chiaromonte sono state narrate con competenza e intelligenza nella biografia di Cesare Panizza a cui va il ringraziamento di noi tutti per avere riportato in auge uno dei più importanti intellettuali cosmopoliti italiani del Novecento. Con queste note vorrei solo illustrare un capitolo, tra i tanti, della figura di Chiaromonte, che a me pare tra i più significativi nella storia del Novecento, che mi piace intitolare "l’occidentalista eretico e la Libertà della cultura”.

2. La storia del Novecento può essere affrontata con l’ottica delle grandi fratture che ne hanno connotato le vicende politiche e culturali, collettive e personali. A me pare che per il tema che qui andiamo trattando possiamo così schematizzarne le principali antinomie del secolo:
- Fascismo vs. Antifascismo
- Comunismo vs. Anticomunismo
- Ragion di Stato vs. Coscienza individuale
- Progressismo generico vs. Riformismo liberalsocialista
Tenendo in mente queste antinomie è possibile individuare un filo che collega personalità, gruppi culturali, movimenti sociali, forze politiche e alcuni importanti "intellettuali civili” lungo il Novecento.
è il filo che collega alcune personalità fedeli a un lato delle quattro antinomie, e cioè l’Antifascismo, l’Anticomunismo, la Coscienza individuale, il Riformismo liberalsocialista.

3. è vero che Chiaromonte è stato estraneo a tutti gli "ismi”, che rifiutava il pensiero sistematico e le ideologie, tanto più se totalizzanti, che non si sentiva a suo agio in alcun movimento anche in quelli a lui più consoni… Eppure l’intera sua vita così variegata e operosa si dipana all’interno del perimetro disegnato da quel filo che collega un lato delle quattro antinomie. Pur rifuggendo da ogni definizione, Chiaromonte è l’antitotalitario antifascista e anticomunista schierato con l’Occidente delle libertà individuali -per questo "occidentalista”- che però segue la propria coscienza senza mai assecondare la ragion di stato o di partito e per questo è, al tempo stesso, sempre fedele al proprio campo ma anche "eretico” pure nelle grandi fratture dell’Occidente.
Negli anni Trenta è con Giustizia e Libertà, la quintessenza delle contraddizioni del riformismo "occidentale”, ma se ne allontana quando il movimento è contaminato dall’unità d’azione antifascista con i marxisti del fronte popolare che non ama. Nel momento cruciale della frattura della sinistra, tra comunisti e libertari, in Spagna, va con Malraux (e con Orwell, Rosselli e Pacciardi) il più occidentale di tutti i combattenti repubblicani. A Parigi la sua comunanza personale è con gli eretici della sinistra: non solo con Andrea Caffi ma anche con il "fratello anziano” Angelo Tasca, con Mario Levi e Aurelio Natoli. Inquieto come sempre non è organico ad alcuno dei vecchi partiti in esilio come il socialista e il repubblicano, e neppure con il libertarismo militante. Dopo Caffi e Tasca, trova la comunanza politica e intellettuale con l’altro grande eretico occidentale, il resistente non comunista Albert Camus.
Quando arriva negli Stati Uniti e Randolfo Pacciardi cerca di raggruppare una brigata antifascista per combattere il fascismo in Italia, Gaetano Salvemini gli scrive di prendere come braccio destro proprio il giovane Chiaromonte.

4. è solo negli Stati Uniti dal 1941 al 1948 che il cerchio politico-culturale integralmente occidentalista e integralmente eretizzante di Nicola si chiude nell’ambito di quelle amicizie, collaborazioni e intraprese intellettuali che segnano il momento culminante della sua piena maturità politico-culturale. Nella galassia dei radical americani, ex comunisti, ex trotskisti, libertari, socialisti, democratici e liberal, non ha dubbi su come scegliere coloro che gli sono più affini. Non i realisti anticomunisti radical e liberal tutti protesi alla Guerra fredda culturale con i quali pure condivide la collaborazione in "Partisan Review”, ma gli eccentrici-utopisti con i quali dà vita alla nuova rivista "Politics” e collabora con "Liberation”: primo tra tutti Dwight Macdonald e Hannah Harendt, Mary McCarthy, Paul Goodman, e ancora Irving Howe e C. Wright Mills. Quando tutti insieme, realisti e utopisti, contestano il raduno del Waldorf Astoria organizzato dai filo-comunisti per infiltrare gli intellettuali americani in funzione filo-sovietica nella Guerra fredda, Chiaromonte scrive a Mary McCarthy di guardarsi da Sidney Hook -anticomunista pronto a piegarsi alla ragion di Stato americana per combattere i russi- per i suoi ambigui contatti. L’episodio significativo di quel che Chiaromonte rappresenta nel cosmopolitismo occidentale della Libertà della cultura è l’iniziativa rivolta al partner Macdonald per pubblicare nel 1947 su "Politics” il saggio di Albert Camus "Ni Victimes ni Bourreaux” apparso un anno prima in Francia su "Combat”, saggio che, a mio parere, costituisce il punto di partenza di quella nuova sinistra che prende le distanze dal marxismo e dal comunismo alzando la bandiera della "conciliazione della lotta per una società più giusta con il rispetto della vita umana”. è il pamphlet incentrato su libertà, coscienza e verità disprezzato dall’intellighenzia italiana di sinistra che in seguito ho pubblicato io stesso come documento introduttivo del mio libro New Left: a Documentary History, apparso nel 1969 negli Stati Uniti e l’anno successivo in Italia.

5. Non si deve nascondere che Chiaromonte con il suo anticomunismo era a tutti gli effetti un Cold War Warrior. Ma un "guerriero non-guerriero” del tutto particolare, vale a dire un occidentalista dalla figura singolare anche tra gli intellettuali politici della sua parte nel suo tempo. Se per un eretico per vocazione come Nicola è lecito usare l’espressione, direi che l’unica casa in cui si accasò dagli anni Quaranta per due decenni fu la Libertà della cultura. In quella casa Nicola giunse però con la sua tenda che portava sempre intorno a sé anche quando ebbe responsabilità nell’organizzazione, fosse l’organismo internazionale, il Congress for Cultural Freedom (1950), o l’Associazione italiana per la libertà della cultura (1951), o la rivista "Tempo Presente” (1956) di cui fu direttore insieme a Ignazio Silone.
D’altronde quell’organizzazione, nata e sviluppatasi per la convinta volontà degli intellettuali antitotalitari con il sostegno delle istituzioni pubbliche e private degli Stati Uniti, non nacque forse per contrastare la propaganda comunista tra gli intellettuali occidentali decisa al congresso degli scrittori sovietici dell’agosto 1948 (in Slesia) da cui erano derivati i Partigiani della pace e il meeting del Waldorf Astoria a New York? Quando un centinaio di personalità -liberali, democratiche, socialiste occidentali, cattoliche, indipendenti- costituirono il 1° dicembre 1951 l’Associazione Italiana per la Libertà della cultura (Ailc), il loro Manifesto degli intellettuali italiani così ne enunciava i principi: "Noi riteniamo che il mondo moderno può proseguire nel suo avanzamento solamente in virtù di quel principio di libertà di coscienza, del pensiero, dell’espressione, che si è faticosamente conquistato nei passati secoli …”.

6. Che bisognasse combattere la guerra fredda culturale, ragione per cui nacque il Congress for Cultural Freedom era una idea alla radice del pensiero di Chiaromonte, espresso con limpidezza nell’opuscolo "Il tempo della malafede - il comunismo e gli intellettuali” pubblicato originariamente dall’Ailc nel 1952: "Il comunista dilettante è un oggetto degno di qualche studio. Mentre nel comunista militante, infatti, la malafede essenziale nell’epoca nostra si presenta già duramente forgiata in un’arma di difesa e d’offesa, nel comunista dilettante, invece, essa si trova allo stato libero, e, per così dire liquido, in una miscela umanamente torbida”. Era proprio quello il cuore del problema politico-culturale che, all’inizio degli anni Cinquanta, aveva contrapposto Albert Camus a Jean Paul Sartre, sostenitore dell’intellettuale "engagé” accanto al partito (comunista), in una polemica che vide Nicola solidale con il suo fraterno amico Albert.

Chiaromonte entra nel comitato esecutivo internazionale del Congress come supplente di Silone, pur con l’opposizione di Arthur Koestler, partecipando così a tutti i lavori di vertice insieme a Raymond Aron, Stephen Spender, Nicolas Nabokov, Denis De Rougemont. Quindi costituisce nel 1951 con Ignazio Silone l’Associazione italiana per la libertà della cultura, e poi fonda nel 1956 "Tempo presente”, come l’ultima rivista della catena della Libertà della cultura, di cui resterà direttore per dodici anni fino alla chiusura. La sua cifra, tuttavia, è di mantenere "Tp” autonoma dalle altre riviste del Congresso internazionale anche nel finanziamento che all’inizio si giovò del sostegno di Adriano Olivetti, tra i promotori dell’Associazione. L’autonomia della rivista apparve anche con la pubblicazione di saggi e articoli fortemente critici dell’americanismo bellico, della guerra del Vietnam e della cieca tecnocrazia americana firmati da Dwight Mcdonald e Mary McCarthy e molti altri dissidenti americani. Negli anni successivi partecipa, nel 1960 a Berlino, al Congresso per il decennale della Libertà della cultura dove sono presenti come "patroni” del movimento Willy Brandt, Isaiah Berlin, Hugh Gaitskell, e per la delegazione italiana Adriano Olivetti, Altiero Spinelli e Carlo Antoni insieme a Silone e Chiaromonte. Nicola continua negli anni Sessanta a tenere in piedi la rivista con un carattere decisamente indipendente malgrado le divergenze, non politico-culturali ma caratteriali, con Silone, fino a quando, nel 1968, affrontando una riflessione sulle rivolte giovanili, la rivista cessa le pubblicazioni per decisione dei due responsabili.
7. Chiaromonte e Silone, Silone e Chiaromonte: che cosa rappresentò la coppia che procedette affiancata sulla scena pubblica e nella vicenda della Libertà della cultura. Nonostante tra i due non vi fosse quell’amicizia che aveva legato Nicola a Caffi, a Mcdonald, a Camus e a Mary McCarthy, il vincolo di stima e l’accordo politico-culturale nella coppia sulla scena pubblica fu solido e non controverso. è Silone a volere Chiaromonte nel 1950 al vertice del Congresso internazionale come suo supplente imponendolo a Koestler, capofila della linea integralista dell’anticomunismo, ed è Chiaromonte a spingere Silone ad abbandonare l’impegno politico diretto di partito che aveva condotto lo scrittore abruzzese a guidare il piccolo partito Socialista unitario ("né con il Pci né con la Dc”) per dedicarsi esclusivamente alla politica culturale dell’Ailc e alla scrittura. Ed è ancora Chiaromonte, quando scoppia l’affaire Cia dei finanziamenti tramite fondazioni americane, che scrive nel 1966 a Dwight Macdonald che i vertici organizzativi -gli uomini provenienti e in contatto con l’intelligence Usa già nella guerra antinazista, Michel Josselson, Melvin Lasky e Thomas Braden- "dovrebbero essere orgogliosi di poter contare su persone come Silone e me, che non sono agenti Cia e fanno una rivista decente”.

Nell’universo della Guerra fredda non solo culturale, Silone e Chiaromonte rappresentano nel Congress for Cultural Freedom non solo quella che è stata chiamata l’"ala sinistra”, ma anche i capifila del gruppo degli intellettuali integralmente occidentalisti non disposti ad accettare, proprio in nome della Guerra fredda, la ragion di Stato degli Stati Uniti e, in suo nome, l’unità anticomunista con i maccartisti e neppure con i liberali fedeli alla logica di potenza del blocco atlantico. Lo scontro tra l’ala guidata da Silone e quella guidata da Koestler su questo punto iniziò già al Congresso di costituzione di Berlino del 1950 in cui emersero le due diverse maniere di intendere l’anticomunismo: da una parte la voce di Koestler sostenuto da Lasky e Brown e da gran parte della delegazione tedesca e, dall’altra, le idee di Silone, fedele alla sua vocazione di socialista cristiano (Habeas Animam), in accordo con buona parte della delegazione francese e inglese. Nei due scrittori, l’ungherese e l’italiano, entrambi ex-comunisti, si specchiavano le opposte anime che convissero nel movimento per la Libertà della cultura che per un quindicennio combatterono in Europa l’egemonia comunista tra gli intellettuali organizzata dai "partigiani della pace”.

8. Mi sembra storicamente onesto e moralmente doveroso per noi, amici di Chiaromonte, consapevoli della grande diversità delle due personalità, non scindere però le vicende di Nicola Chiaromonte da quelle di Ignazio Silone, pur nel rispetto delle opere, dei sentimenti e degli atteggiamenti dei due pilastri dell’ala libertaria della Libertà della cultura. In Italia è stata messa in atto una campagna diffamatrice di Silone e del Congresso per la libertà della cultura del cui vertice era parte integrante Chiaromonte, improntata, a mio parere, all’ignoranza del contesto storico dei fatti che si trattano e alla volontà di piegare singoli episodi a un’interpretazione utile allo scandalismo mediatico. Ne sono stati protagonisti alcuni sedicenti storici e giornalisti (con gli scritti di volta in volta centrati su Silone "informatore della polizia”, "spia” dei fascisti e degli americani, e Libertà della cultura organo della Cia) giunti perfino a interpretare la vicenda di Silone in chiave pan-omosessuale.
Il dato di fatto dell’affaire Cia/Libertà della cultura rivelato dal "New York Times” nel 1966 è che per combattere l’offensiva comunista nel mondo intellettuale occidentale durante gli anni postbellici, negli Stati Uniti si mobilitarono molteplici personalità, gruppi e istituzioni di diverso tipo. Accanto al Dipartimento di Stato e alla Cia (già Oss) c’erano le fondazioni a vocazione democratica, i grandi sindacati classici come l’American Federation of Labor di Irving Brown o riformatori come l’Union of Auto Workers dei fratelli Walter e Victor Reuther, i sindacalisti italoamericani Luigi Antonini e Augusto Bellanca, c’erano gli uomini delle reti antinaziste nate con l’Office of Strategic Services (Oss) che aveva reclutato il fior fiore degli intellettuali liberali e di sinistra contro il nazismo facenti capo ad Allen Dulles, basato a Berna per coordinare la resistenza nei paesi europei (a cui si rivolsero nella lotta antifascista anche gli italiani Ferruccio Parri, Altiero Spinelli, Adriano Olivetti, Raimondo Craveri, e il futuro papa Montini a nome del Vaticano) e, qualche anno più tardi, gli esperti della guerra psicologica che avevano fronteggiato a Berlino il blocco sovietico.
 
9. è su questo sfondo che vanno interpretati gli intellettuali delle diverse famiglie politico-culturali che dettero vita e confluirono nella Libertà della cultura, il pilastro occidentale della guerra fredda culturale: gli ex-comunisti degli anni Trenta oppositori del nazifascismo, i resistenti che si erano battuti all’insegna dell’antitotalitarismo, i reduci dalla Spagna libertaria, i deportati dai nazisti, i nuovi federalisti europei, i dissidenti est-europei scampati ai lager sovietici, gli intellettuali americani dai liberal ai radical agli ex trotskisti, e anche ex membri dell’amministrazione federale statunitense durante la seconda guerra mondiale che, per i loro legami, assunsero un ruolo organizzativo e propulsivo centrale nel Congresso internazionale per la Libertà della Cultura, ma che in nulla condizionarono l’ala italiana dell’Ailc guidata da Silone e Chiaromonte.
Si può sostenere, come hanno fatto alcuni sedicenti storici, che le grandi personalità che patrocinarono a pieno titolo la Libertà della cultura impegnando il loro nome, Bertrand Russel, Julien Huxley, Leon Blum, Raymond Aron, Carlo Schmid, John Dewey, Eleonor Roosevelt, Arthur Schlesinger, Salvador De Madariaga, Jacques Maritain, Benedetto Croce, Wilhelm Roepke, furono tutti strumentalizzati al soldo della Cia?

10. Messo a punto questo quadro storico, devo concludere che Nicola Chiaromonte in quella che fu la sua principale collocazione nella massima indipendenza, autonomia e intransigente moralità personale negli ultimi due decenni di esistenza, cioè la Libertà della cultura, non può essere sfiorato neppure lontanamente dalle strumentali accuse rivolte alle riviste della galassia della Libertà della cultura tra cui "Tempo presente”.
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