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Storia d'una persona seria

L'Espresso, 30 gennaio 1972

Biografie/ Quella di Nicola Chiaromonte, rispettato in tutto il mondo e poco noto al grosso pubblico italiano, può insegnare molte cose. Nicola Chiaromonte è vissuto negli Stati Uniti dal 1942 al 1947. In quei cinque anni di intensa partecipazione alla vita culturale americana e di militanza nei circoli della sinistra intellettuale americana, la scrittrice Mary McCarthy fu una sua grande amica. Nella sede dell'"Espresso" lo ha ricordato così.

Nicola l'ho conosciuto nell'estate del '45. Prima ci eravamo incontrati un paio di volte, ma di sfuggita, né lui né io ricordavamo bene né dove né quando. Quell'estate invece facemmo amicizia. Eravamo vicini al mare, a Cape Cod, nella Nuova Inghilterra. Lui aveva un approssimativo cottage sulla spiaggia, dove ogni tanto arrivava anche Nicolo Tucci, come un uccello di passaggio. La spiaggia era magnifica, immensa, con dietro una macchia selvaggia. Di notte si facevano pic-nic alla luce della luna e ci si bagnava nudi, in un'acqua fosforescente, bellissima. Di giorno mi portavo la macchina da scrivere sulla spiaggia deserta, e lì senza ombrellone né niente, con la sabbia che entrava continuamente nella tastiera provavo a lavorare. Chiaromonte mi aveva fatto conoscere Simone Weil, ed io traducevo un suo saggio molto bello sulla guerra di Troia.
Allora, m'ero appena separata da Edmund Wilson: non ancora divorziata ma ci eravamo lasciati. Trovavo Nicola adorabile. Me lo ricordo con un grembiule legato alla vita, un grembiule celeste orlato da volani, mentre faceva le pulizie nel cottage. Sono arrivata una mattina e l'ho trovato così. Mi piaceva molto quello spettacolo, perché Edmund Wilson in grembiule non l'avevo visto mai. Nicola era un gran nuotatore e adorava il mare. Era forte, e destro in alcune cose; in altre impacciato. Per esempio a cavallo: non ha mai avuto un buon rapporto coi cavalli. Ed era bello. L'ho guardato stamattina sul letto di morte, e non era molto cambiato da allora.
Chi l'ha conosciuto soltanto adesso, cosi serio, non può immaginare quanto fosse divertente allora, che aveva quarant'anni. C'era nelle vicinanze della spiaggia una scuola di psicanalisti; ogni tanto venivano a esplorare la nostra spiaggia. Nicola li prendeva in giro, ed essi diventavano sempre più curiosi di lui, ed anche di Tucci. Volevano conoscere le loro motivazioni, il loro meccanismo interno, e non ci capivano niente. Non riuscivano ad inquadrare in alcun modo persone così chiare.
Ho scoperto l'utopia
Si parlava di tutto fra noi, e con gli amici che venivano a trovarci. Uno dei più assidui era Dwight Macdonald, il direttore di "politics" (con la p minuscola). Nicola allora collaborava anche ad altre riviste, fra cui la  "Partisan Review" e "The Nation", ma "politics" era quella cui dava di più. Era un giornale da principio di tendenze trotzkiste -perché Macdonald era un trotzkista un po' deviante- e che poi, per l'influenza proprio di Nicola, che aveva riavvicinato Macdonald alle idee anarchiche, si era spostato su una linea libertaria. Era molto interessante, molto letto: vi collaboravano da Parigi anche Andrea Caffi e Mario Levi, che erano stati amici di Nicola durante l'esilio in Francia. Fra gli americani, vi scriveva anche James Agee. Fra "politics" e la "Partisan Review" c'era un notevole dissenso sul tema della guerra. La "Partisan" sosteneva in pieno la guerra americana, così come veniva fatta coi bombardamenti a tappeto di Dresda e delle altre città tedesche; "politics" era più pacifista, disapprovava la distruzione delle città, e avrebbe preferito che la guerra, ormai praticamente vinta, si concludesse senza stragi superflue. Nicola era di questa idea.
Per noi era un maestro. Non dico solo per me, che allora ero una professoressa agli inizi della carriera, ma per tutti. Io per la prima volta, in quell'autunno, dovevo cominciare ad insegnare letteratura russa alle universitarie del Bard College, e non sapevo molto di quella cultura. Con Nicola e con Dwight, ma soprattutto con Nicola, parlavamo per serate intere di Tolstoi e di Dostoiewski, e lui in quelle conversazioni ha cambiato la mia vita, in molte cose. Per esempio, io preferivo Dostoievski, lui Tolstoi: mi ha convertito: E' soltanto un piccolo esempio della sua influenza, in un campo particolare. Come influenza generale, diciamo che Nicola ha introdotto nel nostro circolo americano qualcosa dell'Europa: un'Europa diversa non soltanto dall'America, ma anche da quell'altra Europa che noi avevamo conosciuto fino allora solo attraverso Proust e Gide, l'Europa convenzionale del romanzo moderno. Nicola ci ha portato idee più radicali (nel senso che a questa parola diamo noi americani) e ci ha fornito, non so come dire, il retroscena, o meglio il fondamento filosofico della politica. Con lui abbiamo ripercorso tutti gli stadi della teoria politica, dal trotzkismo, al marxismo, risalendo sempre più indietro, fino a Proudhom e agli utopisti del Settecento.
Ecco, l'utopia. E' proprio questo che abbiamo scoperto attraverso Nicola. Non si può certo dire che fosse ottimista, ma aveva sempre una visione più larga degli altri. In lui c'era pessimismo, ma anche una grande raffinatezza del pensiero, sulle grandi linee classiche. Questo in America non c'era, almeno per quanto ne so. Il suo era un pensiero più generoso di quello che aveva corso nei nostri circoli intellettuali.
Allora sapevamo ben poco del suo passato. Lui non ne parlava. Gli anni da fuoruscito, la guerra in Spagna come pilota della squadriglia di Malraux, la fuga dalla Francia, tutte queste cose le abbiamo sapute a poco a poco e non da lui. La sua leggenda è cresciuta per le più diverse testimonianze. Abbiamo saputo da altri come si sia portato sulle spalle la prima moglie malata, nella bufera, fuggendo senza un soldo attraverso la Francia invasa dai tedeschi. E come lei, tìsica, in quella fuga sotto la bufera, sia morta di stenti. Non ho mai osato chiederglielo, ma so per certo, da un suo amico, che ha dovuto scavare lui stesso la fossa.
Un americano aeiia Chiesa Unitaria, che era a Tolosa per aiutare i profughi politici, mi ha raccontato un'altra storia di quei giorni che è proprio tipica di Nicola. La sua organizzazione aveva fornito documenti falsi a tutti i fuorusciti antifascisti. Un giorno compare un poliziotto, va da Nicola e gli fa: « Documenti per favore ». E lui risponde; « I veri, o i falsi? ». E' andato in prigione e non so poi come ne sia uscito.
Quando lo conobbi, quell'estate, Nicola era già in America da più di due anni, e si era fatto un ambiente. Viveva di collaborazioni, e insegnando letteratura inglese in un liceo americano. Scriveva direttamente in inglese, e il suo stile era squisito: asciutto, secco, ironico, sempre molto limpido, molto puro. Diceva che scrivere in inglese per un italiano è un modo straordinario per imparare a scrivere meglio nella propria lingua, liberandola dalia retorica. Lui la retorica la odiava, in tutte le sue forme. Ricordo, in un saggio che scrisse molti anni dopo (e che io ho tradotto), il suo giudìzio sul modo in cui Sartre aveva rifiutato il premio Nobel. Non la sostanza di quella scelta, ma tutta la retorica che l'aveva accompagnata, per Nicola era insopportabile. Ne ha fatta un'analisi minuta, spietata. Ha sempre avuto rispetto per l'onestà di Sartre, ma aveva per le sue inclinazioni retoriche un'antipatia intellettuale profonda.
Ho detto di Nicola al mare. A New York, abitava in pieno centro, nell'Ottava Strada, vicino a Washington Square. Una sola stanza, mi sembra di ricordare. Ci sono stata spesso; lui allora era già sposato con Myriam, invitavano molti amici, cucinavano a turno. Anche in cucina era bravissimo. Faceva lasagne al forno, e altri piatti italiani, molto ben conditi, molto buoni. Serate piacevoli. Saltava continuamente fuori il suo lato più divertente. Quanto era serio e meticoloso sui grandi temi della politica e della storia, così sul resto era disincantato, acuto e ironico. Attento a tutto, anche ai vestiti delle donne. Un giorno parlavamo della moglie di un nostro amico; io facevo qualche critica al suo modo di vestire e ricordo che lui disse: « Somiglia ad uno scrupolo ». L'aveva dipinta.
C'è un mio libro, scritto nel '49, in cui è adombrata la figura di Nicola. Si intitola "L'oasi", e tratta di un gruppo di persone che si sono ritirate dal mondo su una montagna per crearvi una società libera e giusta. Nicola non è propriamente un personaggio, perché direttamente non compare mai, ma è in qualche modo sempre presente: è il Fondatore, sparito non si sa come, forse ancora vivo, forse morto, non si sa, descritto solo una volta e di sfuggita: il petto ampio come un monaco, una tonsura fitta di calvizie... Sono le idee del Fondatore che i comuni mortali come noi tentano di mettere in pratica su quella montagna. E come sempre accade, anche le sue idee vengono subito tradite dai discepoli. Si formano due gruppi, i "puristi" e i "realisti", che si dilaniano ideologicamente. E anche questo al Fondatore non sarebbe piaciuto. La sua idea era di vivere semplicemente, senza puritanismo né settarismo, come scelta da non imporre, e di osservare la nozione del limite.
Questo del limite era un concetto molto importante nel pensiero di Nicola. Che vuoi dire? Fra tante cose, anche questa: che un'azione non si qualifica soltanto per la sua natura, ma per la sua misura. Fare dieci è una cosa, fare venti della stessa cosa, è un'altra. Per Nicola, voler ottenere un mutamento attraverso la conquista immediata e integrale del potere, era una cosa sciocca, perché nel perseguire il potere, si snatura e sorpassa il limite: si crea una contraddizione fra ciò che si vuole, e ciò che si ha imponendolo. Sempre a proposito di limite gli piaceva raccontare questa storiella. In Cina un contadino aveva un piccolo podere.
Non c'era acqua, e lui doveva ogni giorno, con grande fatica andarla a prendere lontano, per la casa e per i campi. Un altro cinese, contadino come lui, gli dice: ma scusa, perché non fai come me? E gli fa vedere tutto un sistema di ruote, carrucole, funi, canaletti di bambù, eccetera, per estrarre l'acqua da un pozzo e farla arrivare dove serve senza rompersi la schiena. Il primo cinese guarda tutto, poi dice: non lo voglio. Perché? Perché così l'acqua diventerebbe furba. E' una storiella tipica di Nicola. Il sospetto di una tecnologia che non tenga conto dei ritmi della natura. Lui diceva sempre che nel mondo moderno non c'è possibile salvezza se si accetta il progresso tecnico per principio, senza riserve, e si applica tutto ciò che esso può suggerire.
Non ricordo mai di averlo visto arrabbiarsi per cose che lo riguardassero personalmente. Ma per le idee sì. Per queste, era capace anche di furori: ricordo un suo intervento, in un teatro, che lasciò la gente quasi spaventata. C'erano delle cose che non sopportava. Una di queste era la stupidità, se superava un certo limite. Un'altra erano gli attacchi, gli attentati alla libertà.
Quest'uomo, che non era un liberale, amava la libertà con una passione assoluta, totale. Gli piaceva anche ripetere una frase del suo amico Caffi: Io non odio nessuno. Odio soltanto i mediocri soddisfatti. Questo spettacolo della mediocrità soddisfatta e compiaciuta, veramente lo mandava fuori dei gangheri. Un giorno ci ha quasi scandalizzato, dicendo che non si può escludere l'idea di Dio, che escluderla è un assurdo. Per noi, che la escludevamo completamente, questo fu allora un vero e proprio choc. E ricordo anche che una volta mi disse: «Dopo l'esperienza che ho fatto in Spagna, non mi è più possibile di vedere la guerra come un mezzo utile per risolvere le cose». Ma anche in quel momento era fedele al concetto del limite, perché subito dopo disse: «Io no. Forse altri possono». Rispettava gli uomini.
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