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Aldo Garosci

Addio a Nicola Chiaromonte

L'Umanità, 21 gennaio 1972

D'un tratto, dinanzi alla scomparsa improvvisa di Nicola Chiaromonte, ci si accorge del valore che ha una persona come persona, indipendentemente da quella che pomposamente si chiama l'opera sua. E' vero per tutti (perché in tutti gli uomini che hanno una vita, c'è anche un'opera, in un valore e una individualità loro, irripetibili); ma per Nicola Chiaromonte era particolarmente vero; perché, di fronte alla lezione alquanto vana di quanti fanno consistere l'opera propria, o il valore proprio, non diciamo in titoli in cariche o in reali successi conseguiti, ma in un certo numero di scritti ben raccolti e compiuti, egli aveva fatta propria la convinzione di Andrea Caffi, quando erano entrambi in esilio nella Francia tra le due guerre, che c'è un valore più intenso, il quale può non tradursi in nulla di materiale, o per un intellettuale magari in conversazioni o in fasci d'appunti apparentemente slegati, e che consiste nell'essere in un certo modo, nello stare in un certo modo nel mondo, con la propria persona, che è essa stessa allora la cosa che importa.
O, per meglio dire, Chiaromonte non aveva avuto bisogno di farla propria quella lezione, perché la portava con sé prima di conoscere quel maestro per affinità elettiva. Era sua quando cominciava a parlare in Italia, a discutere in Italia nel periodo più intenso del fascismo, attorno al 1932 o '33. La portava con sé intensa a tal punto, che quando, portato da Vindice Cavallera a contatto con «Giustizia e Libertà», incominciò a collaborare ai «Quaderni», Caffi lo riconobbe subito come uno spirito affine, uno di coloro che (anche in quella che pomposamente si diceva la «lotta» antifascista, e che consisteva per allora nel rifiuto, nella protesta, nel cercare di tessere sottili e indistruttibili legami con spiriti affini in vista di uno scopo che pareva enorme, e mostruoso, come quello di distruggere uno stato accettato passivamente da una intera società, riluttante ma .ancora non ribelle) uno di coloro che in queste condizioni non si facevano illusioni, non fingevano sulla carta realtà che ancora non c'erano, che davano la precedenza su tutto alla disperata volontà di veder chiaro, veder chiaro con rabbia, che portavano in sé; certo la precedenza, sui gesti e sui riti della politica. Non per nulla Chiaromonte s'era scelto in Italia (già prima che l'imminenza del pericolo, con l'arresto dì Vindice Cavallera, l'obbligasse a emigrare) il nome di «Sincero»; e quando, in Francia, cominciò a dare a «G.L.» la sua collaborazione con note settimanali, intitolò quella sua rubrica «Impolitica». Non certo «Apolitica», o «Antipolitica», che sarebbero stati entrambi modi inadeguati di esprimere quel che portava dentro, che sarebbero stati scambiati per inerzia; ma «impolitica»; e cioè, realtà crudamente esposta e satireggiata al di là delle convenienze della opportunità: quella stessa scontrosa reazione di fronte al solido ostacolo che gli altri cercavano di non vedere, che ha poi sempre mantenuto, fino alla fine. Nel clima un po' semplicistico della «G.L.» di Parigi, di cospirazione ottocentesca mista a stimoli provenienti dall'attivismo gobettiano e dalla cultura crociana e a una buona dose d'attivismo libertario, quel giovane, per la diversa origine e generazione o piuttosto per l'innata originalità, portava con sé qualche cosa che testimoniava di una caduta più profonda nell'abisso totalitario, e perciò di un bisogno più profondo di ritrovare la causa e la ragione dell'agire (che fu poi quella grazie alla quale si salvarono, non tanto i giovani della «generazione fascista», quanto le ragioni di quella generazione). Era uno stimolo che portava più a fondo, mostrandone alcune inevitabili contraddizioni, lo stesso revisionismo essenzialmente attivistico di un Rosselli, che negava tutti i miti e le certezze della generazione liberale e socialista, cercando più in fondo socialismo e libertà. Per qualche mese ci fu, nella piccola organizzazione fuoruscita (e il fenomeno doveva ripetersi altre volte), una discussione accesissima, che rimetteva in discussione tutto, tutti i miti del paese, la cultura e la tradizione risorgimentale e quella rivoluzionaria, la «classe eletta» come la «massa» e mostrava a nudo quello che era parte della decadenza d'Europa. Non alla maniera apocalittica del «declino dell'occidente», ma con un richiamo umano e trascendente che il maestro in qualche modo raccordava a Piatone.
Ho detto altrove quel che, a mio parere, l'organizzazione di Rosselli trasse da quel contributo; non ho detto quanto ne dovesse necessariamente andar perduto. Ma ho spiegato come, nel corso stesso di quel processo, Rosselli e alcuni tra noi reagissero a quanto, in un così radicale sconvolgimento, sembrava mettere in causa l'organizzazione stessa. Fu cosi che Nicola, con Caffi, con altri, lasciò «G.e L.».
E ho ancora in mente i molti sforzi, i lunghi colloqui perché questo non avvenisse; ma la politica, come l'«impolitica», ha le sue leggi; ed era logico che altri reagissero a ciò che pensavano li avrebbe condotti all'inerzia, come Chiaromonte non poteva accettare ciò che pensava lo avrebbe condotto alla rinuncia critica.
In verità, poi, Chiaromonte non fu affatto condotto all'inerzia. Rinunziare, non poteva rinunziare. Non rinunziò alla «critica», anche se parve ai suoi amici strano che la trasferisse, per l'iniziativa di Tasca, dapprima sul «Nuovo Avanti». Non rinunciò alla «lotta» (che era in tanta parte rimasta simbolo); e, quando la tempesta franchista si abbattè sulla Spagna fu di quelli che, con la «squadriglia Malraux», su pochi e sconnessi aeroplani rimediati al mercato nero, una mano di uomini, tra idealisti e professionisti, cercarono di contrastare il totale dominio dell'aria che, grazie all'aviazione di Mussolini, spianava al «Tercio» la via fino ai sobborghi di Madrid. Della sua presenza in quella squadriglia è rimasta un'eco (priva, in realtà, di riferimenti alla sua reale biografia e personalità, ma forse con il ricordo della sua costante volontà di non dar nulla per scontato) nel personaggio dell'italiano «Scali», che Malraux introdusse nella vicenda del suo «Espoir». Ma cedimenti alla mistica dell'eroismo non ci furono mai; semplicemente, come ci scriveva all'indomani della morte di Rosselli: «bisogna militare». Non perché l'azione sia il primo; perché non ci si sottrae alla reale condizione umana.
Con il suo passaggio per la Spagna, più tardi il suo ingresso alla radio francese, e, dopo ancora, con la sua emigrazione, attraverso l'Africa del nord, per l'America, Chiaromonte si ritrovava, armato di una più intensa esperienza e forse di una ancora acuita capacità di intendere i moventi della vanità e delle passioni umane, nel mondo dei grandi intellettuali, nel mondo dei letterati, che fu anche il suo, come sua era la politica in senso grande. Ma senza che mai ci fossero ripiegamenti così verso la figura del letterato puro, o del puro scrittore di cose contemporanee, o del puro giornalista, come verso il facile gregge dei così detti «impegnati»; impegnati in realtà con il nome o la vanità o la conversazione nel sostenere tesi, buone o cattive, di parte. La sua presenza, con Silone, alla condirezione della rivista «Tempo Presente» (forse il modello di rivista italiana di taglio europeo, preoccupata di orientamenti morali), la scelta, per pubblicare le cose sue, di un giornale come «II Mondo» di Pannunzio, la sua polemica profonda contro le mode «brechtiane» o le antinomie alla Sartre indicano abbastanza chiaramente come Nicola fosse uno dei pochi che si sottraevano al ricatto sentimentale dei vari «impegni», dei vari «frontismi» inventati nel tempi grigi per far da alibi alle rivoluzioni non fatte e forse neppur più davvero sognate, e poi anche al ricatto della facile contestazione di questa stessa grigia «routine» senza vera speranza (ciò che era, per i letterati italiani, contestazione di se stessi). Ma saremmo disonesti se, scrivendo su un giornale politico e di partito, tacessimo quella che era, verso la politica di noi che ancora rimaniamo nei ranghi, il compatimento e talvolta la stizza e l'indignazione di Nicola Chiaromonte. Continuava la sua linea che era l'«impolitica». Impavido, anche se solo. Impavido e amaro, ma assieme sorridente di questa sua stessa amarezza.
Ci lascia, come testimonianza e traccia di questi suoi modi di essere, più che come piena rappresentazione di essi, oltre l'edizione d'alcune opere del suo caro Andrea Caffi, due libri «soltanto». «La situazione teatrale» raccoglie la sua esperienza sì del teatro, ma anche di qualcosa di più, del modo di essere in scena, di rappresentare se stesse, per esempio, di due società così diverse e dalle quali entrambe era stato profondamente segnato, l'italiana e la francese.
«Credere e non credere» è una polemica contro la storia, o piuttosto contro la lezione della storia interpretata come comando e fede. E' un libro appassionato, che parte dalla rilettura di Martin du Gard e dalla prima guerra mondiale (credo, in questo, fosse segnato piuttosto il ricordo della crisi del suo maestro Caffi che della sua propria), ma poi riscopre fondamentalmente le tesi tolstoiane e alla loro luce irraggia i sentimenti di autori contemporanei, così diversi, come Malraux e Pasternak. E in verità, tanta è la sua adesione appassionata a questo .spettacolo della irrazionalità della storia, in cui è vano sperare di immettere, a guida, il povero senno umano, che la conclusione rimase sospesa, appunto, tra il «credere» e il «non credere». Sempre da scegliere il secondo, contro l'illusione mitica di una sapienza profetica, anche non grossolana, che anima chi pretende d'avere o trovare la chiave della storia; ma sempre tiene in riserva il credere, contro chi credesse di potersene ritrarre.
Quando pubblicò questo suo libro, un amico, Enzo Tagliacozzo, gli scrisse scherzosamente che aveva richiamato in vita l'antico fato: e qualcosa dell'antica Grecia o forse dalla Lucania antichissima agli amici era parso sempre di ritrovare in lui, e «La Peste in Atene» intitolò Carlo Levi un suo ritratto del 1933. Ma la verità è che il carico di passione della contraddizione, il dolore e la capacità di dominarlo, la volontà di non rinunciare né a contemplare il grandioso spettacolo del destino umano, né a trovarlo insensato si esprimono in qualche modo in questo suo libro come si esprimevano in ogni cosa che scrivesse, o dicesse. Ma senza pienamente esaurire la forza di lui, Chiaromonte. Perché, appunto, in lui l'opera era l'uomo. E l'uomo era parte di un cosmo, di un fato che veniva anche da fuori. L'unica breve frase che pronunziò, nel suo ultimo malore, riprendendo un istante i sensi, fu «che cosa succede?». Ancora una volta, la morte colpiva dal di fuori, il destino scendeva dall'esterno.
Per questo è più cocente il dolore della sua scomparsa. Sappiamo che la sua forza, come tutto ciò che accade nel mondo, sparisce insieme con lui, e assieme ci resta. Ma è meno riducibile all'esterno, all'oggetto, al libro-ricordo, meno facile   a riinserire nella «vita che continua». E a chi ebbe l'occasione di essergli, in più rnomenti episodici ma essenziali, vicino, c'è lo struggimento di .vedere andarsene con lui, in «tempo perduto» un poco di quella realtà che stava sotto alla sua meditazione di uomo e che in qualche modo ci teneva, anche così staccati nelle cpnsuetudini, legati: l'immagine di una sera parigina, al Parc Monsouris, una di quelle sere estive che nel nord sembrano non terminare mai, quando nell'aria si innalzano i primi fuochi artificiali del «quatorze juillet», e Carlo scrive su una tovaglia i versi che terminano «citoyens innocents de la République»; l'immagine di uno «studio» di pittore, ove egli quietamente conversa, mentre nell'appartamento accanto una signora tosse, tosse; l'immagine d'un tumultuoso passaggio per la Francia meridionale, invasa dai profughi», o dello stupore di fronte all'assurdo diverso dal nostro, dell'America degli anni quaranta e infine l'immagine di un uomo tornato quasi giovane, come quando l'intravvidi a Anacapri da un piccolo autobus, smagrito nella sua camiciola estiva.
Nessuno preserverà questo suo passato che, ora che è lui scomparso, morrà con noi, come tutte le cose umane. Nessuna fata, nessuna «madeleine» intinta nel tempo può resuscitarlo come il mitico combray Proustiano. Il tempo «perduto» è davvero perduto. Chissà se di esso qualche linea sarà indovinata da quanti, dopo di noi, si rivolgeranno alla passione e alla ragione testimoniati da quanto ci resta di.Nicola Chiaromonte per risentirne il caldo soffio, la presenza inevitabile.
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