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La lezione di Chiaromonte - Cittadino del mondo

Corriere della Sera, martedì 8 febbraio 1972
(Una versione estesa di questo contributo in ENZO BETTIZA, Chiaromonte: Citizen of the world, in «Survey», vol. 26, n. 2 (115), spring 1982, p. 2-7)

«Per noi era un maestro. Non dico solo per me, che allora ero una professoressa agli inizi della carriera, ma per tutti. Parlavamo per serate intere di Tolstoj e di Dostojevskij, e lui in quelle conversazioni ha cambiato la mia vita in molte cose».
Questa confessione quasi di umiltà è stata pronunciata da una delle donne più note del mondo, la scrittrice Mary McCarthy; «lui» era un esule italiano serio e retto, Nicola Chiaromonte, la cui notorietà in patria era nulla e tale più o meno doveva restare, per il grosso pubblico, fino alla morte avvenuta poche settimane fa; i «tutti», ai quali fa riferimento la McCarthy, rappresentavano il meglio di una certa intelligencija radicale americana, da Edmund Wilson a Dwight McDonald, raccolta, sulla metà degli anni quaranta, intorno a riviste di punta come politics (con la «p» minuscola), Partisan Review, The Nation. L'ambiente, culturalmente sofisticato e moralmente rigoroso, non era certo facile. Nicola Chiaromonte (già partecipe dell'antifascismo parigino dei Rosselli e dei Caffi, già aviatore nella squadriglia di Malraux in Spagna, già intimo di Camus in Algeria) era allora appena quarantenne: per esservi riconosciuto come un « maestro » bisognava possedere delle qualità davvero eccezionali.
Chiaromonte le possedeva e qui, forse, era anche un inconveniente per la sua scrupolosissima personalità d'intellettuale. La sua cultura emancipata ed europea, il suo rigore personale, la sua intransigenza nell'impegno politico, la sua ripulsa di ciò che chiamava «il gesuitismo moderno» e «le menzogne utili», la stessa sua capacità di scrivere direttamente in inglese e in francese, lo avevano attrezzato a partecipare da protagonista alla vita delle idee in società evolute e severe. Ma le stesse qualità cristalline della sua natura di uomo e di pensatore, che gli consentivano d'inserirsi con naturalezza negli ambienti culturali di Parigi o di Nuova York, dovevano invece estraniarlo in Italia da gran parte della cultura militante che egli, inutile nasconderlo, disprezzava dal profondo del suo essere. Del resto, dopo la fine della guerra, aveva rimandato a lungo il momento del rientro definitivo dall'esilio antifascista. E' che aveva intuito benissimo, fino ad allora, il destino di solitudine che lo aspettava in una Roma distraente e distratta, superficiale, cortigiana, ancora seicentesca, ecletticamente esposta a tutte le mode di ritardo. «L'Italia odierna», ammetteva, «immeschinisce».
Una volta mi confidò che, dopo la guerra, aveva rinviato così a lungo il ritorno perché indeciso se vivere la seconda parte della sua vita da intellettuale italiano oppure francese o, addirittura, americano. Era, come il suo amico Andrea Caffi, un cittadino del mondo, un poliglotta dello spirito oltreché delle lingue. Ma con una differenza di fondo. Mentre Caffi congiungeva al mondo una sua certa levità bizzarra, l'estro di una certa verve imponderabile, mezza veneta e mezza russa, Chiaromonte, che era lucano, metteva una scontentezza indocile e come ferita. L'Italia attuale, con le sue volgarità e il suo dilettantismo ideologico, non era tagliata sulla misura austera di questo scontroso figlio del sud, di fondo libertario e utopico, balzato dalla città solare di Campanella alla fenomenologia di Husserl ignorando Croce e polemizzando con le storiosofie secondo Hegel e secondo Marx.
Anche se la McCarthy asserisce che tanti anni fa sorrideva, io non ricordo d'averlo visto sorridere mai. Direi anzi che perfino nell'aspetto esteriore di Chiaromonte s'era accentuato, col passare del tempo, in una maniera quasi simbolica, un atteggiamento di ripudio e di chiusura verso la società fatua che lo circondava. Il colore degli abiti ormai tendeva all'essenziale, al grigio scuro o al nero. Il taglio dei capelli, perfino il volto, concentrato, assorto, tendevano anch'essi ad una essenzialità monacale. Sul fondo di queste tonalità mortificate e spente risaltavano, stranamente rotondi, esatti, due occhi scuri, come mineralizzati sotto lo spessore ondulato delle lenti. Retoricamente si potrebbe dire che in quello sguardo bruciava la stessa fiamma che arde nei suoi scritti, in cui uno stile personalissimo, vetroso e trasparente, da saggista anglosassone, costruito quasi più sulla punteggiatura che sulla parola, raggela e riordina continuamente il contenuto di un pensiero che nasce da una biografia passionale.
La prima passione di Chiaromonte fu l'azione politica, che lo vide impegnato fra le due guerre in Francia e poi, soprattutto, in Spagna durante la guerra civile. Ma la sua ultima e più grande passione fu la meditazione sull'azione politica e, in senso lato, sul significato della storia. In questo, egli partecipò della temperie dei maggiori intellettuali d'azione del suo tempo, da Malraux a Koestler. Purtroppo, non scrisse molto, fors'anche per la sua profonda sfiducia filosofica nelle costruzioni del pensiero sistematico. Ma quel poco che ha lasciato è così denso e concentrato, così profondamente provocato da tutta una vita dedicata al mistero dell'azione umana nella storia, da lasciare abbagliati: Chiaromonte è forse l'unico intellettuale italiano che abbia tentato di dare una dignità speculativa, in sede saggistica, alle esperienze d'azione che hanno coinvolto l'élite antifascista europea negli anni trenta e quaranta.
Non furono molti ad accorgersi ch'era una esperienza di storia esistenziale e diretta quella che lievitava sotto i saggi letterari dedicati da Nicola Chiaromonte, intorno al 1956, nella rivista Tempo presente che dirigeva insieme con Silone, a Guerra e pace di Tolstoj e ai Thibault di Roger Martin du Gard. Innanzitutto era così desueto, per la tradizione critica italiana, l'approccio: l'interesse saggistico di Chiaromonte s'appuntava, in Guerra e pace proprio su quelle pagine di riflessione storica sulle campagne napoleoniche che per la nostra estetica formalista, di derivazione crociana, non hanno peso «artistico» e sono superflue a petto dei turbamenti poetici di Natasha. In verità Chiaromonte consumava una doppia rottura. Da un lato si sottraeva alla morsa della critica estetica; dall'altro, andando oltre e simpatizzando per le interpretazioni di Tolstoj, negava anche il metro del giudizio storicistico. Nella sostanza, Chiaromonte rifiutava la validità delle ricostruzioni storicistiche a priori e a posteriori, siano esse di derivazione idealistica hegeliana o materialistica marxiana.
In quella sua visione esistenzialistica e pessimistica Chiaromonte analizzava, attraverso le esperienze del grande romanzo europeo, l'assenza intimamente ambigua di ciò che chiamiamo «storia», «fatto storico», «sviluppo storico», e centrava l'attenzione sull'evento e sul rapporto assurdo e drammatico dell'uomo con l'evento: metteva a fuoco cioè quella catena di frammenti impalpabili che, frantumandosi all'infinito, sembrano dissolvere la Storia maiuscola nell'assurdo, piuttosto che ricomporla nell'ordine di un'Idea o di una Ragione superiore.
Un simile rifiuto della religione della storia, quale è venuta formandosi nella coscienza europea da Napoleone in poi, non poteva fare di Chiaromonte altro che un isolato in seno alla società culturale italiana che quando non è crociana è marxista, quando non è marxista è cattolica, e quindi in tutte le sue varianti lascia pochissimo spazio a una meditazione che rigetta ogni forma di finalismo o di fatalismo della necessità.
E' sintomatico che Chiaromonte abbia voluto raccogliere le sue riflessioni (in un volume uscito l'anno scorso da Bompiani) sotto il titolo perentorio: Credere e non credere. Alla fede in una giustizia finale della miriade di eventi convogliati disordinatamente nel grande fiume della storia, fiume che s'intravede solo nei sistemi filosofici o nei catechismi ideologici, Chiaromonte ha preferito l'azzardo dell'evento in atto; l'incidente, benché assurdo, resta almeno in parte ancora controllabile dalla ragione umana. Un umanesimo ridotto, lucido, stoico nella coscienza del limite, allergico ai rinvii perenni alla Grande Storia di domani, è la lezione di libertà che Chiaromonte ci lascia dopo una vita spesa con coraggio nella cronaca europea degli ultimi quarant'anni.
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