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[…] l’uomo è libero non perché la libertà sia l’attributo essenziale del suo pensiero e della sua coscienza, ma piuttosto perché egli non può dimostrare né di essere necessitato dalla natura, dalla storia o dalla volontà divina, né di essere affrancato dalle necessità naturali, dalle condizioni e costrizioni della società, causa sui, creatore di sé, faber lortunae suae. Rimane dunque, egli, incerto per un verso come per l’altro. Il che vuol dire che in ogni sua scelta egli saprà di essere in qualche modo determinato, ma non da che cosa e in che senso. La sua scelta sarà cioè, malgrado tutto, un atto libero e nuovo, un’aggiunta al mondo e una modifica dello stato di fatto: qualcosa che neppure lui, soggetto dell’azione, può prevedere.
Questa libertà, che fa tutt’uno con l’altrettanto sconosciuta che incontestabile natura delle cose, non può esser alienata, ma solo avvilita.
Quanto alla libertà più propriamente politica, diremmo in primo luogo che la libertà dell’individuo è un inganno se non è libera la società nella quale egli vive, se cioè non esiste per tutti uno spazio libero dove ognuno possa dar prova del suo valore, o semplicemente manifestare la propria natura. L’esistenza di un tale spazio non dipende certo soltanto dalle leggi, e neppure da quella che gli antichi ateniesi chiamavano, con una parola che rimane difficilmente traducibile, isonomia. Molto prima che dalle leggi, la libertà è garantita dal sentimento che in una data società s’è formato -diventando sentimento comune- di quel legame fra l’individuo e il mondo e di quella coscienza del destino umano, e cioè della dignità propria dell’uomo, che è il più profondo e indistruttibile dei fatti, contro il quale nessuna tirannia può prevalere, e neppure nessun artificio dell’intelletto. Questo è il fatto che, più di ogni altro, gli intellettuali d’Occidente sembrano aver dimenticato.
(da "La tirannia moderna, in Tempo Presente, maggio 1968)

Ero in America da otto mesi e questa donna non era ancora arrivata. Eppure aveva lasciato la Francia con suo marito molto prima di me. Mi ricordo di lei con amicizia perché a Tours, poche ore prima dell’arrivo dei tedeschi, fu lei a trovare un posto in un’auto per un amico malato, aprendosi un varco nella mischia delle macchine e delle persone a piedi che lasciavano la città, fermando le macchine al volo, gridando, imprecando, litigando con le persone con questa specie di energia assurda che solo le donne sono ancora capaci di conservare quando gli uomini vedono ragioni solo per la calma del fatalismo.
L’ho incontrata qualche giorno fa in un "Caffé Viennese” della 72a strada, da sola. Ero contentissimo di vederla. Ogni volta che si ritrova da questa parte una persona che viene da oltre oceano, si ha l’impressione che finalmente la vita riprenda come prima. Non è vero.
Mi ha sorriso con la stessa intensità ed evidentemente con la stessa illusione.
"Sono così contento di vederla. E suo marito?”
"In Germania. Gli spagnoli ci hanno arrestato alla frontiera. Siamo rimasti sei mesi in prigione. Un giorno hanno portato Friedrich a Hendaye. L’ho saputo una settimana dopo”.
Insieme con l’imbarazzo, ho provato una sorta di gelosia. Avevo conosciuto solo la prigione di Marsiglia. Non si finisce mai di essere snob. [...]
(da "Prigioni in Spagna”, in Dedicato a Nicola Chiaromonte nel trentennale della morte, ed. Una città, 2002)

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