Pègaso - anno II - n. 7 - luglio 1930

81 U. Ojetti brerebbe un bel tipo in quell'accolta di parrucche, e ;nulla più. S'ag– giunga che il Porta si_converti che toccava app~n3: i quarant'anni, e il povero Belli, anch'egli povero e malato, quando c1 ripensò su, ne aveva cinquantotto. E poi il metro con cui i:;imisura il Foscolo, poeta e uomo, non è il metro con cui s'hanno da misurare costoro. E una cosa è misu– rare, un'altra è amare. La sfortuna del Belli è di non aver trovato a Roma, né da vivo né da morto, un Manzoni o un Grossi che lo amassero, stimassero, esaltas– sero e confortassero; di non aver trovato nel nostro Lazio, allora anche più d'adesso, privo di scrittori conosciuti e temuti nel resto d'Italia e anche fuor d'Italia, un papà, lì a portata degli ufficiali del censimento letterario, che valesse Giuseppe Parini; e- di non essere fiorito nel pie;no d'una primavera romantica come quella lombarda quando la moda era tutta.per la poesia popolare. Chi legga il fugace accenno del ,Sainte-Beuve al Belli: « M. Gogol me dit avoir trouvé à Rome un véritable poète popu– laire appelé Belli, qui écrit des Sonnets dans le langage transtévérin, mais des Sonnets faisant suite et formant poeme. Il m'en parla à fond et de manière à m~ convaincre du talent origina! et supérieur de ce Belli, qui est resté parfaitement inconnu à tous· les voyageurs », e paragoni questo oblio al giusto orgoglio della, nota prefazione : « Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la'plebe di Roma ecc.», e pensi che, prima del Belli, si può dire non s'avesse una vera e originale poesia in romanesco, sente tutto il peso e l'iniquità di questa sfortuna. E il peso è stato aggravato dalle facili e lunghe e ingenue dissertazioni dei più, tra quei pochi che hanno scritto del Belli, su Pasquino e le pa– squinate, quasi a cercare 11i veri antenati di lui, mentré le pasquinate niente hanno di comune coi sonetti del Belli se non, qualche volta, il bersaglio, la beffa cioè al Papato e al Sacro Collegio, e quel doloroso sar– casmo che è proprio non solo degli epigrammi ma dell'animo stesso dei romani di Roma e che nasce tutto dal tragico contrasto tra la grandezza che era stata nostra e, in qU<~lli anni, la nostra miseria. A me, confesso, i sonetti politici e antipapali del Belli, per quanto atroci e saettanti, importano assai meno dei sonetti in cui egli ci de– scrive, anzi ci rivela, l'animo e~ i costumi è i difetti, si, ma anche l'ener– gica :fierezza e l'amor della verità e l'intatta rassegnata bontà e l'intima tristezza anche nella baldoria, del nostro popolo. E poi, a chiamarla aiil– tipapale, si dice sulla musa del Belli la verità ? Andava, è vero, contro questo o quel papa, contro questo o quel cardinale, contro usi ed abusi e ingiustizie delle quali essi erano i colpevoli. Ma quando nel 1849 gli s'è toccato il papato, la sacra istituzione del Vicario di Cristo il Belli s'è ribellato, anima e corpo, anche se quella, che era proprio 1~ sua na– turale e immutabile fede, è poi sembrata agii osservatori superficiali una novità, e il suo sdegno è stato giudicato una comoda conversione e q1:1asiun'apostasia. Quando muore papa Gregorio e sale in trono papa Pio, che scrive il Belli? Sto Papa che cc' è mmo, ride, salu,~a, 1l ggiovene, è a la mano, è bbono, è bbello .... Poi, ve pare da Papa, a sto paese, BibliotecaGino Bianco

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