Studi Sociali - anno IX - n. 12 serie II - 27 ottobre 1938 - page 7

STUDI SOCIALI
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Di casi simili non v'é rimedio possibile se non
nell'abolizione del capitalismo, nella trasformazione
radicale del sistema di produzione. E tutti i me-
stieri, tutte le forme di attività umana debbono, un
po prima o un po' dopo, trovarsi nello stesso caso,
che é poi quello già tanto generale della sovrab-
bondanza di braccia.
Non giova l'associazione; non lo sciopero e tutte
le altre forme di resistenza; non la cooperativa.
Quando l'opera di un lavoratore non occorre ad
alcuno, 11 lavoratore non ha patti da imporre: deve
morir di fame — più o meno lentamente, con più
o meno convulsioni, ma morir di fame egli deve...
se non sa uscire dal sistema attuale.
Ed il progresso tende a rendere inutile l'opera di
un numero sempre più grande di lavoratori.
E' la contradizione definitiva, irreduttibile tra ca-
pitalismo e progresso.
O impedire ogni progresso, fissando le caste at-
tuali, abolendo la concorrenza tra i capitalisti, proi-
bendo ogni sviluppo della produzione, ogni nuova
macchina, ogni nuova applicazione scientifica, ridu-
cendo i lavoratori allo stato di bestie domestiche a
cui i padroni concedono la razione — un regime
insomma come quello che i gesuiti praticarono nel
Paraguay; o distruggere il capitalismo ed organiz-
zare la produzione non in vista del profitto di al-
cuni, ma in vista del maggior benessere di tutti.
La domanda dei bottai di Bari di rialzare il prezzo
del trasporto dei fusti usati, in modo che conve-
nisse ai vinai piuttosso bruciarli che mandarli in-
dietro, equivale al domandare che di ogni 100- fusti
fabbricati, per esempio 10 fossero messi in com-
mercio e 90 fossero distrutti prima di essere ado-
perati.
E' possibile ottenere questo? Certo che no. Ep-
pure, é talmente assurda la costituzione attuale del-
Nel primo numero .(19 settembre 1938) del "Mon-
do", rivista mensile di problemi internazionali che
si pubblica a New York in lingua italiana e in cui
collaborano Salvemini. Ferrero, Sturzo, Sforza, Nitti,
ecc., mi sembra particolarmente notevole un articolo
di Randolfo Pacciardi, "Il mondo che muore ed il
mondo che nasce" In cui la realtà del momento
presente é colta assai meglio che negli scritti di
molti socialisti. I vertiginosi sviluppi della tecnica
han ridette al minimo le distanze. "Il mondo é pic-
colo... Noi marciamo, a velocità eccellerete. verso
la Federazione dei; continenti... La Patria é il
mondo. Il nazionalismo é sempre stato una defor-
mazione del sentimento nazionale, ma oggi é para-
dosso, ironia e spesso delitto". Basandosi sugli studi
di Duboin (leader del movimento "Le droit au tra-
vali dans l'abondance" e direttore del giornale "La
grande relève"). Pacciardi mette in lupe il tragico
disaccordo fra progresso scientifico e istituzioni so-
ciali, fra superproduzione e disoccupazione. cioé sot-
toconsumo. "L'organizzazione nazionale, l'organizza-
zione "capitalistica", il vecchio regime sociale, sono
contro la 'tecnica, contro la scienza, contro la civiltà
nuova... Dal caos della rivoluzione meccanica che
distrugge la civiltà cosidetta capitalistica, si annun-
ciano gli alberi d'una nuova civiltà proletaria... La
massa vuole affrancarsi dalla schiavitù di oligarchie
che hanno il dominio dei capitali e delle macchine.
Ma ohe gioverebbe affrancarsi dalla schiavitù delle
oligarcki , e, per piombare nella schiavitù dello Stato,
padrone delle macchine, padrone dei capitali, padro-
ne delle coscienze?" Pacciardi risolve il problema
con queste formule: "Stato democratico. Libertà in-
dividuale. Capitale e lavoro nelle stesse mani" (che
sarebbe poi II socialismo). E qui, secondo noi, l'e-
satta visione della realtà é annebbiata dalle vecchie
illusioni. Uno stato veramente democratico non e-
state. E chiedere alle attuali democrazie di garantire
l'evoluzione verso il aocialismo, quando esse stesse
(com'é fatale) si stanno trasformando in regimi di
forza per impedire quest'evoluzione, é una conse-
guenza della Stessa utopia che fa vedere a Pac-
ciardi nella Società delle Nazioni (società di go-
verni, non di popoli) un primo passo verso la Fe-
derazione internazionale. Questa si farà, ma le sue
radici toccheranno strati assai più profondi e i suoi
primi germi stanno non nella Società delle Nazioni,
ma nelle Internazionali operaie che, malgrado il lo-
ro attuale fallimento ad opera dei partiti di governo,
hanno ben altra vitalità e sono destinate a risorgere
incessantemente dalle loro ceneri.
A parte questa divergenza sul problema dello Sta-
to, che non poteva non esserci, molte delle affer-
mazioni di Pacciardi potrebbero essere firmate da
nei. "In lepagna si ha la visione tragica, ma evi-
dente del contrasto irreducibile. su **ala universale,
tra due mondi, tra due società, tra due civiltà. La
Russia é anch'essa, per il proletariato internazio-
nale, una grande scuola. Nessun'altra rivoluzione
proletaria potrebbe esserne esattamente la copia. Gli
errori che si sono commessi non si commettereb-
bero probabilmente più. Dovunque il proletariato
guarisce delle illusioni dittatoriali. Dovunque il pro-
letariato associa il problema della libertà al proble-
la società che una tale misura riuscirebbe benefica.
Quando la gente muore di fame perché vi é trop-
pa roba, o perché é troppo facile produrla, o perché
dura troppo tempo, il distruggere può apparire —
puó transitoriamente essere— più utile che il pro-
durre. Un incendio, un terremoto può essere un be-
ne, apportando lavoro e pane ai disoccupati.
Ma non é col distruggere la ricchezza che i lavo-
ratori possono emanciparsi. Ed é fortunatamente fi-
nito il tempo, almeno nei paesi più avanzati, in cui
gli operai pensavano di potere arrestare il progrea-
ao. e mettevano nel distruggere le macchine tanta
energia quanta sarebbe bastata per impossessamene.
Non si deve combattere il progresso, ma rivol-
gerlo a vantaggio di tutti.
E per questo bisogna che i lavoratori s'impo.sses-
sino di tutto il capitale, di tutta la ricchezza so-
ciale, e diventino cosi interessati a che i prodotti
sieno abbondanti e la produzione costi il più pic-
colo sforzo possibile.
Per questo bisogna fare la rivoluzione.
Organizzazione operaia, scioperi, resistenza di tut-
te le specie possono in un certo momento dell'evo-
luzione capitalistica migliorare la condizioni degli
operai o impedirne II peggioramento; possono ser-
vire ottimamente per addestrare i lavoratori alla
lotta; sono sempre, per chi sa farlo, un mezzo di
propaganda; — ma sono irrimediabidmente impo-
tenti a risolvere la questione sociale. E perciò deb-
bono essere adoperati in modo da servire a prepa-
rare gli animi e le forze alla rivoluzione — per
l'espropriazione.
Chi non intende questo. é ridotto a far suppliche
ai prefetti.., e a riceverne beffe.
ERRICO MALATESTA.
(Questione
Sociale, n. 30
del 31 marzo 1900.1
ma dell'emancipazione".
Il problema della guerra é stato —per forza Il —
centro d'interesse del mondo nell'ultimo mese. Già
abbiam dette le nostre idee in proposito in altro
luogo del giornale. Pero vediamo nel LIbertaire di
Parigi del 22 settembre un articolo che non pos-
siamo non rilevare qui. E' intitolato "La paura é
il principio della saggezza" ed é firmato Mantice
Doutreau. Dopo aver lodato il viaggio di Chamber-
lain a Berchtetsgaden (gesto di pace inspirato, se
condo l'autore, da ragioni lontane dalle nostre, ma
preferibile ai furori belaci dei moscoviti), egli fi-
nisce con questo sorprendente periodo: "Quanto al-
la Cecoslovacchia, che vien fatta a pezzi come un
pollo qualsiasi, noi non ci pensiamo neppure. Coloro
che, in Cecoslovacchia come negli altri paesi sono
coef stupidi da essere patriotti, possono pure farsi
il karakiri sull'altare della patria. Ma, tirate le som-
me, é poco probabile che ciò avvenga. Laggiù come
qui i più ardenti difensori della nazione devono
essere, come Péri. Grumbach, Kérillis o Cachin, del
riformati o delle persone che han raggiunto i li-
miti d'età". Ecco, il meno che si possa dire é che
il firmatario di quest'articolo non ha intasato nep-
pone un giorno In regime fascista e non sa che cosa
sia. Non si tratta di difendere la patria, ma l'uomo.
E confondere le due cose significa non capir niente
della magnifica lotta dei nostri compagni spagnoli,
che furono saggi (almeno il 19 luglio) appunto per-
ché non ebbero paura.
Finché invece di spingere le masse all'azione ri-
voluzionaria contro la guerra e contro il predominio
fascista (due aspetti della etesea realtà in questo
momento) diremo "Non c'importa" la guerra non
farà che avvicinarsi aggravandosi.
Per fortuna, nello stesso numero del "Libertaire"
un articolo di Frémont smaschera il falso pacifismo
di chi ha favorito sempre l'espansione fascista ed
ora, col pretesto della pace, la favorisce una volta
di più.
Nel "Combat Syndicaliste" del 16 settembre. si
legge un articolo di Pierre Besnard che sostiene
che la Cecoslovacchia é dalla parte del torto e che,
se le intenzioni di Hitler non sono pure, quelle dei
suoi avversari non sono migliori. Il problema é po-
sto male, perché si pone sul terreno scelto dai no-
stri nemici; e su quel terreno non c'é soluzione pos-
ai-bis. Si nota in quest'articolo, come in quasi tutta
la nostra stampa francese, una sottovalutazione del
fenomeno fascista. Le democrazie, per guanto poco
democratiche siano, portano in sé i germi del fa-
scismo, ma non sono il fascismo. Esse vanno com-
battute sopratutto in quanto sono un ostacolo a
una vera lotta antifascista, che non può essere che
popolare, anticapitalista, antistatale. Nel numero del
30 settembre, lo stesso Besnard, riportando un col-
loquio con un esperto di problemi internazionali,
riconduce la questione ai suoi veri termini, dimo-
strando che l'esistenza di minoranze malcontenti& é
strettamente legata all'esistenza delle frontiere e
che solo una rivoluzione europea a carattere sociale
e federalista, può assicurare la pace. In fondo, il
disaccordo con i compagni francesi é, più che altro,
nel tono. Noi non »temo pacifisti, ma rivoluzionari.
Le destre non sono pacifiste, ma partigiane di Bi-
tter e di Mussolini. I capitalisti legati ai governi
democratici non vogliono la guerra antifascista, ma
il clima di guerra necessario alla repressione delle
forze rivoluzionarie. Queste distinzioni sono fonda-
mentali, ma non appaiono abbastanza chiare sulla
nostra stampa francese, che arriva a raccomandare
(vedasi manifesto del "Centro sindacale d'azione
contro la guerra", —che ha originato, d'altra parte,
arresti e persecuzioni ai suoi autori— pubblicato nel
Libertaire del 29 settembre) quelle stesse negozia-
zioni e concessioni che han tanto rinforzato il fa-
scismo all'esterno, ma sopratutto all'interno dei pae-
si totalitari. Daladier, Ohamberlain e tutto il capi-
talismo europeo vanno denunciati non come nemici,
ma come complici di 'Biller e di Mussolini. E la
lotta contro il fascismo sarà anche lotta contro di
loro.
"L'abondance" (La grande relève dee hommes par
la attenne) organo del movimento "Le droit au tra-
vali" — Parigi) é sempre interessante. Nell'ultimo
numero del 25 settembre cd la seguente formula
riassuntiva del programma del movimento: "A cia-
scuno la sua parte di lavoro, a ciascuno la sua parte
di svago, a ciascuno la sua parte nelle ricchezze
pro-dotte grazie a un patrimonio sociale ch'é pro-
prietà dl tutte le generazioni". Questa corrente si
dichiara apolitica; però i suoi posto-lati sono stret-
tamente legati al problema politico. Il dominio d'una
minoranza sulla maggioranza sarebbe impossibile in
un regime di giustizia distributiva, giacché la ric-
chezza é il principale strumento di potere. Per que-
sto lo Stato difende fino all'assurdo (come lo dimo-
stra in tutti i suoi numeri questo -bel giornale di
documentazione) il regime della "scarsità" contro lo
spettro, sempre più corporeo, dell'abbondanza. Que-
st'ultima ha già ucciso virtualmente il capitalismo
ed ora si prepara ad una lotta a morte contro lo
Stato. Se questo vincerà, avremo la scarsità for-
zata in un sistema di capitalismo o socialismo sta-
tale (ch'é in fondo la stessa cosa); se sarà vinto,
avremo diverse forme di socialismo libertario.
Nello 'siamo numero, un articoletto sugosiesimo
sullo Stato e i Trust —in particolare quello dell'e-
lettricità in Francia— dimostra contro Marcel Déat,
che il cosidetto controllo dello Stato sui trust
(che Déat presenta nell'Oeuvre come una conquista)
non é che un aiuto ch-e lo Stato presta, a spese di
tutti, alle imprese in pericolo. "Molti grandi padro-
ni. moltissimi "mediani" e quasi tutti i piccoli, non
sarebbero affatto malcontenti che s'offrisse loro que-
sto mezzo d'uscire dal vicolo chiuso". Infatti il con-
trollo dello Stato non va più in là del finanzia-
mento. Non sono i trust in mano dello Stato; é
lo Stato in mano dei trust. Lo stesso
successe
In
Italia con l'"Istituto di Ricostruzione Industriale". Il
fenomeno non é che un sintomo dell'evoluzione pa-
rallela e concordante, del Capitale e dello Stato.
L'articolista (J, Compain) cede appunto nell'utopia
quando s'augura che la collaborazione, offerta da
uno Stato economicamente forte, dia a quest'ultimo
il modo d'effettuare le necessarie riforme di strut-
tura.
E' uscito il primo numero di "Pensiero e realtà"
(settembre 1908), rivista fatta in Francia e negli
Stati Uniti da un gruppo d'anarchici revisionisti".
Luigi Fabbri ha discusso abbastanza, da queste co-
lonne, con i compagni di questa tendenza (anche gli
appunti suoi che pubblichiamo in questo numero si
riferiscono a questo problema) per risparmiarci di
tornare sull'argomento, finché non si presentino a-
spetti nuovi. Per ora ci limitiamo quindi all'unica
crea nuova ohe ci dicano Lagnerete e Sellatone da
questa rivista: l'interpretazione "nevisionista" della
situazione spagnola. "Avevamo ragione noi" essi di-
cono. "Che cosa han fatto la C.N.T. e la FAL se
non applicare ciò che noi dicevamo?"
11 che é vero. Il ministerialismo spagnolo é stata
la prova del fuoco delle teorie revisioniste, appli-
cate sotto il 'pungolo degli avvenimenti da anarchici
nella gran maggioranza non revisionisti. Da questa
prova, il collaborazionismo governativo é uscito tut-
t'altro che vittorioso.
Una cosa é essere gradualisti (noi non siam quelli
del "tutto o nulla" con cui se la prende —a ra-
gione— Lagniercia) e un'altra é andare al governo.
dove la nostra azione, sempre feconda alla base, é
destinata ad annullarsi. Noi l'abbiamo sempre soste
nuto e i fatti di Spagna lo confermano. Per non
ripetermi, credo più conveniente rimandare i lettori
a quanto scrissi a suo tempo sull'argomento ("Il
problema del governo" nel numero 8 della nuova
serie di "Studi Sociali", ripubblicato poi in opuscolo
a Ginevra). Il tempo trascorso da allora non ha
fatto che mettere maggiormente in luce le conse-
guenze dannose d'un atteggiamento, che ancora non
si può stabilire fino a che punto fosse necessario
in quel momento di suprema angoscia. Anche am-
mettendo oh'esso fosse ineluttabile (io non mi pio-
nuncio su questo, che può esere suscettibile d'un
giudizio storico, a posteriori, ma non d'un giudizio
morale, sulle intenzioni, giacché la maggioranza dei
compagni epagnoli, contraria in teoria, credette al-
l'impossibilità di sfuggire al dilemma tragico), ci so-
no ineluttabilità che trascinano seco disastri.
Niente si può rimproverare ai compagni spagnoli:
sono gli unici che hanno agito e solo l'inerzia é
immune da errori. Solo che purtroppo gli errori —
e anche le disgrazie— si pagano, specialmente quan-
do, come in questo caso, é tosi difficile tornare in-
dietro.
Tra le riviste
e
i giornali
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