Studi Sociali - anno IX - n. 12 serie II - 27 ottobre 1938 - page 2

2
STUDI SOCIALI
sformare i padroni in funzionari. Questi
funzionari conservano la loro posizione so-
ciale e, attraverso la gerarchia burocratica
ritrovano, aumentata, la loro supremazia
di classe. E' un errore credere che i funzio-
nari siano i servitori dello Stato. Quest'ul-
timo tende in cambio ad essere sempre più
uno strumento di dominio nelle loro mani.
Prima la classe 'privilegiata esercitava, at-
traverso gli organi statali, un'influenza po-
litica forte, ma invisibile ed indiretta. At-
traverso l'identificazione di questa classe
con lo Stato, quest'influenza s'avvia ad es-
sere palese, diretta, "totalitaria".
La parola d'ordine per i nostri avversari
non é più: salvare il capitalismo, ma: sal-
vare lo Stato ed il privilegio. Su questa base
s'é verificato il fenomeno della "mano te-
sa" e quindi del "fronte popolare"; su que-
sta base s'é costruito il non - intervento in
Spagna e si sono firmati gli accordi di Mo-
naco, in attesa degli ulteriori sviluppi fa-
scisti che già si stan delineando in tutta
l'Europa, come preparazione alla guerra
prossima, destinata a risolvere per un certo
periodo il problema della disoccupazione e
ad allontanare il pericolo rivoluzionario. I
pezzi grossi delle grandi organizzazioni
sindacali, i dirigenti dei partiti che aspi-
rano alla conquista del potere, —per quan-
to di sinistra siano—, sono tutti legati, in
maggiore o minor grado, con maggiore o
minor consapevolezza, a questa politica.
Si sente dire che la condotta della Fran-
cia e dell'Inghilterra é incomprensibile; ma
diventa invece chiarissima alla luce di que-
ste constatazioni, come diventa chiaro l'ab-
bandono delln Spagna da parte del prole-
tariato mondiale, prigioniero della dema-
gogia dei suoi dirigenti.
Le prospettive non sono affatto allegre.
Pure, in mezzo a tanto buio, c'é un ele-
mento d'ottimismo. La coalizione delle for-
ze autoritarie é stata provocata dalla pau-
ra. Paura della rivoluzione, paura del po-
polo, paura della libertà. Le proporzioni di
questa paura ci dicono che la causa non
ne può essere insignificante. Il popolo é
schiavo in mezza Europa, narcotizzato nel-
l'altra metà. Pure, se studiamo gli avveni-
menti degli ultimi anni e specialmente
quelli degli ultimi giorni, vediamo ch'esso
costituisce una forza quasi vergine, che
s'ignora e che non ha dato che in piccola
parte la sua misura; ma la storia recente
s'é svolta tutta in funzione di quest'inco-
gnita grandiosa.
Il fascismo italiano é stato aiutato negli
istanti più critici della sua storia dalla clas-
se dirigente inglese; il Comité des Forges,
attraverso Francis de Poncet ha prestata
man forte all'ascensione di Hitler al po-
tere. La guerra d'Etiopia é stata vinta con
la complicità dell'Inghilterra (il libro di
Garratt lo dimostra) ben occulta dietro il
paravento delle sanzioni, e con il petrolio
rusrlo. La coalizione franco - inglese ha fat-
to di tutto per consegnare la Spagna ad
Hitler e a Mussolini e non ha fatto niente
per impedire al primo l'espansione in Au-
stria e in Cecoslovacchia. Tutte queste ap-
parenti capitolazioni culminano per ora ne-
gli accordi di Monaco. Dal punto di vista
nazionale é una resa a discrezione senza
guerra. Ma chi crede piú al nazionalismo?
Solo gli ex - internazionalisti che salutano
le varie bandiere patriottiche, inquadrati
nel Fronte Popolare, i nazisti, per cui la
nazione non é ancora un ostacolo e i pochi,
giovanissimi fascisti italiani che, ipnotiz-
zati dagli occhi "fatali" di Mussolini, non
hanno uditi i colpi imperiosi della Germa-
nia alle porte del Brennero.
Per gli altri, le risoluzioni dei quattro
"grandi" a Monaco non sono che una coa-
lizione di governi contro i popoli, ora che
la Società delle Nazioni s'é dimostrata inu-
tile allo scopo.
La plutocrazia vede nel fascismo ed an-
che —con qualche diffidenza dovuta alle
sue origini— nel bolscevismo, la trincea
indispensabile per arginare l'impulso degli
uomini e delle cose verso la libertà e verso
l'uguaglianza economica (due principi che
si condizionano reciprocamente); nel fasci-
smo e nel bolscevismo, cioé nel trionfo
dello Stato forte, totalitario.
Il maggior pericolo quindi per le classi
privilegiate di tutto il mondo é la caduta
del fascismo. Nessun governo vuole la guer-
ra contro quest'ultimo. Solo nel caso d'un
trionfo dei sistemi fascisti in tutto il mon-
do, eliminato il pericolo popolare, avremo
la guerra. (Non é escluso che essa scoppi
prima, per un caso contingente, ma la ten-
denza per ora é di servirsi della minaccia
della guerra per tener a bada i popoli).
La "capitolazione" di Monaco é stata af-
frettata ed aggravata, non dalla debolezza
delle "democrazie", ma dalla debolezza dei
regimi fascisti, che si sono sostenuti finora
solo con l'appoggio dei loro apparenti av-
versari. Nella questione della Cecoslovac-
chia essi erano andati troppo in là sulla
via della guerra per poter retrocedere. E
ncn erano in condizioni di far la guerra,
non solo per la mancanza di materie prime,
ma anche perché, per la prima volta dopo
tanti anni, il popolo tedesco e il popolo
italiano han detto, col silenzio, una loro
parola. E questa parola era: no.
Il potere dei dittatori si basa metà sul
prestigio, metà sul terrore. Al primo passo
indietro, all'estero, di fronte a un'altra na-
zione, all'interno, di fronte al proprio po-
polo, sono perduti; rotto l'incanto, la si-
tuazione precipita.
Hitler e Mussolini, per uscire dal vicolo
chiuso, avevan bisogno d'una strepitosa vit-
toria senza guerra. Per salvarli, Chamber-
lain e Daladier hanno offerta loro questa
vittoria, apparentemente a spese di quelle
due astrazioni che si chiamano prestigio
britannico e prestigio francese, in realtà a
spece di tutti i popoli d'Europa. Dopo il
proletariato spagnolo, l'italiano e il tede-
sco sono quelli che fan più paura perché,
nel momento d'una eventuale crisi, il loro
antifascismo sarà vergine dai compromessi
che imbrigliano le masse dei paesi "demo-
cratici". Sotto il tallone di ferro fascista
Un pericolo immaginario:
la guerra dei
fascismi contro le democrazie. L'esperien-
za ha dimostrato che gli uni e le altre e-
rano ben decisi ad ammettere una guerra
sola: la sterminazione del proletariato ri-
voluzionario, per mezzo di tutta la gamma
degli espedienti politici, dai più violenti ai
più ipocriti (Franco, Negrin).
Un pericolo reale:
l'abdicazione morale
del proletariato che lascia che lo spoglino
dei suoi fini e delle sue aspirazioni, e so-
pratutto dei suoi metodi e delle sue pas-
sioni di classe, per associarsi —nelle idee
e nella pratica— a uno dei clan imperiali-
sti in contrasto.
Osservazione:
l'estrema instabilità di
questi blocchi imperialisti ci impedisce o-
gni previsione di qualche durata nel campo
delle alleanze. La Russia e la Germania,
la Francia e l'Italia, che sono attualmente
in campi differenti, sono state alleate ieri
e possono ridiventarlo domani. La diploma-
zia non ha niente di comune con la guerra
tra "principi ideologici". Lo sfruttamento
dei fattori morali é lasciato ai tecnici della
propaganda demagogica e patriottarda, che
scoprono sempre le formule necessarie.
Semplice domanda
a Damiani, Bertoni,
Pierrot, ed altri partigiani della guerra con-
tro il fascismo: Credete voi che, dato lo
stato di degradazione morale in cui si tro-
vano le "democrazie" francese, inglese, a-
mericana, ecc., sia nostra funzione
il pro-
vocare l'allargamento al mondo intero
del-
la guerra che combattono in Spagna l'Eser-
cito Rosso di Stalin e le Camicie Nere delle
Divisioni italiane?
A. PRUDHODIMEAUX.
Nimes, Francia.
Nota. —
Quando, prima degli avvenimenti che
precedettero gli accordi di Monaco, ci arrivò questa
breve collaborazione di A. P., pensammo subito ch'es-
sa, esprimendo chiaramente e in poche parole una
delle tesi in discussione, avrebbe potuto dare oc-
casione ad un ulteriore scambio d'idee. Ora la realtà
stessa ha detto una parola quasi decisiva su questa
questione ed é venuta in fondo a confermare quanto
—rispondendo a Damiani—, abbiamo scritto qual-
che tempo fa sul problema della guerra. I timori
degli uni e le speranze degli altri erano ugualmente
infondati: la democrazia borghese non vuol fare la
guerra contro il fascismo. Farà la guerra —che é,
ai suoi occhi l'unico sbocco di quest'assurda situa-
zione economica— solo quando sarà eliminato ogni
pericolo rivoluzionario. E allora sarebbe una guerra
fra Stati e non un conflitto tra fascismo e anitra-
sciamo.
L'antifascismo non può essere che rivoluzionario
e anticapitalista; se volessimo arrivare fino alle se-
grete radici del problema dovremmo dire anche: an-
Datatale. Lo Stato tende fatalmente verso il fasci-
amo, tanto con governi casidetti di destra (Gli Ro-
blas. Chamberlain) come con quelli cosidetti di si-
nistra (Brium, Stalin). LI fascismo é. nella sua es-
senza, 11 potere assoluto —tanto economico quanto
politico— d'una casta privilegiata che esprime dal
suo seno lo Stato (Italia) o che sorge intorno allo
Stato (Russia). In un caso e nell'altro lo Stato,
che sempre fu strumento di privilegio, presenta la
caratteristica relativamente nuova della fusione, in
uno stesso organo, dell'assolutismo economico con
quello politico, sostituendo allo sfruttamento privato
quello collettivo per via burocratica. In questo con-
siste il totalitarismo che, abbracciando tutti gli a-
spetti della vita, non lascia possibilità d'evasione e
riduce l'uomo alla stessa condizione degli achiavi an-
tichi. Con questa differenza, che le macchine, la
scienza, la tecnica, permettono di estrarre dallo
schiavo moderno fin l'ultima goccia del succo vitale.
Presi fra la socializzazione che li trasformerebbe
in esseri uguali ai loro operai, e la gestione di
Stato che 11 trasforma in funzionari privilegiati con
gli stessi benefici economici d'una volta, e con un
potere politico molto maggiore, i grandi capitalisti
preferiscono la seconda soluzione, ch'é la soluzione
fasciata. I piccoli capitalisti, che in genere in que-
sto sistema, han molto da perdere, contano poco e
si ha fame di pane, ma si ha fame anche
di libertà. Se il fascismo fosse rovesciato,
nessuno vorrebbe, in questi due paesi, ripe-
tere l'esperienza dello Stato forte, vagheg-
giato in Francia e in Inghilterra da tanti
uomini "di sinistra".
La caduta del fascismo sarebbe la rivo-
luzione in Europa; una rivoluzione per il
socialismo e per una democrazia integrale,
quella rivoluzione iniziata in Spagna, che
ha fatto molta paura a Hitler e Mussolini
ed altrettanta a Eden, Blum e Stalin. Ora,
difficilmente il fascismo resisterebbe ad u-
na sconfitta in Spagna (lo si é visto con
l'episodio di Guadalajara).
La salvezza dell'umanità, minacciata dal
ritorno della schiavitù (totalitaria questa
volta) e dall'isterilimento forzato dell'in-
telligenza, sta nella rapidità con cui i po-
poli dei paesi ancora semi - liberi si disin-
tossicheranno dalle illusioni del socialismo
autoritario e d'una democrazia di cartape-
sta, per prendere in mano essi stessi le re-
dini d'una rivoluzione che, malgrado tutto,
é già in atto. "Armi alla Spagna" deve es-
sere la parola d'ordine, non dei comizi di
supplica al governo, ma dell'azione diretta.
Solo il proletariato del mondo, al di so-
pra dei governi e dei partiti governativi,
può aiutare veramente la Spagna a liberare
sé stessa (primo passo per la liberazione
del mondo) dal fascismo, dalla plutocrazia,
dallo Stato. Solo l'aiuto diretto dei popoli
alla Spagna può dare agli italiani ed ai te-
deschi di coscienza libera la sensazione che
non saranno lasciati soli nel momento della
lotta.
Chiunque affretti questo processo di chia-
rificazione (e gli atti sono a questo scopo,
come c'insegna la Spagna, più efficaci delle
parole), contribuirà a risolvere la crisi ter-
ribile in cui l'umanità si dibatte ed a sal-
vare, non solo la civiltà, ma la vita stessa,
nelle sue forme più elevate.
LUCE FABBRI.
Contributo alla discussione sulla guerra
1 3,4,5,6,7,8
Powered by FlippingBook