Eva ci aveva riconosciuti, noi lo sapevamo. Era una questione di tatto, nient'altro. La familiarità dei gesti e degli aghi che adesso la toccavano, la consuetudine dei corpi, sempre a distanza e sempre a contatto, questa ci aveva smascherati. I sensi nobili e le teste, protagonisti da sempre, in questo caso non c'entravano, erano troppo in alto per comunicare. - Cos'è questo verso che fa? È così da almeno mezz'ora. Abbiamo cercato di capire ma lei fa soltanto questo verso. Che cos'è? - Sì, sì, abbiamo cercato di capire - ha aggiunto il secondo sul primo, continuando poi, sempre dalla prima cerchia, quella dei più premurosi, che lui ha il diritto di sapere, che è ora di finirla con i misteri, che se queste cose succedono in un luogo pubblico tutti gli astanti si devono certo sentire coinvolti e devono prestare quindi il loro aiuto, ma tutti gli astanti hanno per lo stesso motivo il diritto di sapere, che lui voleva capire perché quella signora emette quel suono e lo fa solo quando sta male (alcuni nell'attesa gli avevano raccontato che in altre occasioni la professoressa era parsa insospettabile, quasi normale). Sull'onda di queste osservazioni altri (o forse gli alcuni di prima) hanno detto di essere per il garantismo, avanzando non poche perplessità sul fatto che né io né l'autista portavamo il camice o qualche altro segno di riconoscimento. Il senso civico, insomma, cresceva in modo minaccioso. Intanto, mentre l'autista le detergeva la fronte e le mani togliendo il sangue che non si era ancora coagulato, Eva ha girato impercettibilmente gli occhi verso di me, che avevo fatto un passo indietro come per guardare un quadro, li ha chiusi e li ha riaperti sempre verso di me, ma passandomi oltre, in trasparenza, senza pregiudicare la sua posa estatica. Ricordo di aver sentito distintamente quello sguardo che mi attraversava, di averlo interpretato come un'offerta importante a qualcuno o a qualcosa 219
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