La Nuova Commedia Umana - anno I - n. 8 - 5 marzo 1908 - page 31

I
APPENDICE
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C'erano momenti in cui mi dipingevo come un odioso
poltrone che invecchia e imputridisce nel benessere de-
gli altri. E con le fiamme della vergogna alla faccia Mi
incitavo con l'eroica follia dei miei anni a riavventarmi
nell'ignoto. Io stesso ero un ignoto. Che cosa aspet-
tavo? Donne come Emma ce n.' erano in tutte le
vie. Era una' debole 'che aveva piegato al pregiudi,
zio di tutti gli sciocchi e rinunciato alla sua creatura,
.Insensibilità materna. Era una calcolatrice. Per sot-
trarsi ai rimbrotti di un padre da commedia si era accon-
ciata a sposare il tipo più brutto della vita sociale :-
l'uomo che mercanteggia, che considera il matrimonio
o l'unione di due esistenze, un negozio.
Voi mi offrite della carne avariata e io l'accetto, se •
è accompagnata da una buona dote. La; la, ba-sta di
questa ignominia.
Nella casa in cui mi trovavo ero forse il più puro di
tutti. La mia scusa era nella mia età e nella mia pove-
rezza. La mia ingratitudine era pari al loro egoismo.
Mi tenevano perchè giovavo loro. L'uno viveva dei
miei pensieri, l'altra della mia passione. Pagavo l'uno
e l'altra. Con il mio tempo, con la mia gioventù, con
il mio lavoro, con la mia intelligenza. Per un po' di
benessere che un giorno mi torrebbero io davo loro
tutto il mio capitale,. tutto ciò che avevo, che posse-
devo. Pure quando giungevo all'uscio 'd'uscita e stavo
per riniéttere il piede nella strada in cui avevo vissuto,
in cui ero cresciuto, in cui avevo patito la fame in
mezzo al vento, sotto la pioggia, in cui era stato tro-
vato tante volte inzuppato, gelato, assiderato, con i
piedi di ghiaccio, ton le inani che non sentivano più
nè il caldo nè il freddo, il mio •pensiero si contraeva e
:io rientravo prostrato, affranto, incapace a ricomin:-
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