IN FORMADI PAROLE LIBROQUARTO Feden·coGarciaLorca VIAGGIO VERSO LA LUNA (SCENEGGIATIJRAPERUN FILM) Testo dalla storia tormentata; testo di transizione, per un film muto, proprio all'esordio del sonoro; scrittura generante immagini, ad esse intima e lontana; poesia che guida carrellate e primi piani, che propone cinema portativo, questo inedito di Lorca sta, con fecondità e delizia, sulla soglia tra parola e immagine. NELLIBROQUARTO:MaricLaffranquc, Lettura e interpretazione; Federico Garda torca, Viaggio ver10 la luna; Paola Michcli, La storiadi un testo; Miria Grazia Profeti, Te1l0-scrillura/Testo-imm11gine; Antonio Mclis, Come di un poeta scono1ciuto. Con cesto originale e disegni dell'autore. Traduzione di Paola Michcli. Formato 12,5 x 18 Pagine 92 Prezzo di copertina L. 8. 000 Per corrispondenza L. 7. 200 IN FORMADI PAROLE LIBRO QUINTO MauriceBlanchot LA FOLLIA DEL GIORNO LALETTERATURA E IL DffiITIO ALLAMORTE con letture di jacques Derrida , Emmanuel Lé11inas Io non sono né sapiente né ignorante. Ho conosciuto gioie. h troppo poco dire: io vivo, e questa vita mi dà il più grande piacere. La morte, allora? (da La follia del giorno) NELLIBROQUINTO:MauriccBlanchot, La follia del giorno; JacqucsDcrrida. [La follia del tilolo]; EmmanuclLévinas, Eien:izisu ''La follia delgiorno''; MauriccBiancho,, La letteraturae il diritto allamorie. Traduzionidi FrancoFacchini,GiorgioMarcon,GiorgioPauizi, GiuliaUtso. Formato 12,5 x 18 Pagine 128 Prezzo di copertina L. 10.000 Per corrispondenza L. 9 .000 IN FORMADI PAROLE I libri di IN FORMA DI PAROLE sono distribuiti prevalentemente per corrispondenza. Ai nominativi inseriti nel nostro indirizzario si inviano periodicamente i cataloghi che annunciano le nuove pubblicazioni. Ricevere il catalogo non costituisce obbligo d'acquisto. Il lettore può farne richiesta a: ELITROPIA edizioni Casella postale 421 - 42100 Reggio Emilia (Te!. 0522/46049) B,bl!otecag1nob1anco Esistono infinite funzioni che misurano le preferenze di un individuo, così come esistono infiniti sistemi metrici che differiscono per l'unità di misura prescelta. Un'unica funzione può essere 01tenuta per ciascun individuo se fissiamo nella scala delle sue preferenze un punto di partenza e scegliamo un valore unitario di utilità. Sapremo allora assegnare a ogni cosa il suo prezzo o il valore numerico di utilità che quella cosa ha per quell'individuo (questo è naturalmente un punto molto discusso nella le1teratura - ma lo trascuro). Quando però si tratta di comporre in qualche modo le funzioni di utilità di tu1ti gli individui della società, non è sufficiente che ciascuno abbia la sua unità di misura. Vogliamo sapere anche se un dato bene sarebbe più utile e darebbe maggior soddisfazione a una persona che non a un'altra, per poter stabilire a chi sia giusto darla, in modo da produrre un maggior benessere complessivo. Fissate dunque le unità di misura dell'utilità di ciascun individuo, dobbiamo stabilire quanto valga ad esempio per te, quante delle tue unità di misura, quello che per me vale uno, se misurato con la mia unità. Questo rapporto è precisamente il rapporto di conversione tra noi due. Ora, la teoria matematica non prescrive nulla circa questi rapporti di conversione, che restano teoricamente del tutto indeterminati. Questa lacuna della teoria sarebbe precisamente quello che ci salva dal centralismo: «Né un Ufficio-di Pianificazione Centrale che pure avesse a disposizione il più veloce dei calcolatori potrebbe risolvere questo problema [di prendere concrete decisioni politiche calcolando le medie delle funzioni di utilità!. Non solo per ragioni tecniche ... ma appunto perché i rapporti di conversione tra le varie funzioni di utilità est<'· se, essenziali al calcolo della media. dipendono da una negoziazione politica»• che sarebbe inevitabilmente locale e acentrata. Ma che cosa ha a che vedere la giustizia sociale con una negoziazione'.' (Giorello e Mondadori non parlano esattamente di giustizia, bensì con O,· Finetti di Utopia, come «espressione dei giudizi di valore di qualcuno circa ciò che sembra desiderabile per l'intera società». Ma non mi pare che questo faccia una gran differenza a questo proposito). Il risultato di una negoziazione in generale non è funzione della soluzione più equa, bensì di cose com,· il potere di minaccia, l'abilità nella negoziazione, etc. (Può darsi che " ricorra all'arbitrato di un giudice disinteressato, ma naturalmente a meno di circolarità, questo non risolve la questione: quale criterio di equità dovrà seguire il giudice?). Un esempio può chiarire l'indipendenza tra giustizia e negoziazione: esistono certamente argomenti utilitaristi per mostrare come sia preferibile che l'Università spenda una certa somma per istituire borse di studio decenti per pochi studenti, piuttosto che per una mensa che offra a tutti dei pessimi pranzi a buon mercato. Eppure sono praticamente certo che da una negoziazione politica emergerebbe comunque la soluzione più ingiusta. V edo quindi solo due modi di interpretare il suggerimento di Giorello e Mondadori. O si intende che esiste qualche via (almeno teorica) per stabilire oggettivamente i rapporti di conversione «giusti• e la negoziazione politica è solo un modo praticamente efficiente per approssimarvisi - ma questo va per lo meno dimostrato e mi pare molto difficile riuscirvi. Oppure i rapporti di conversione «giusti» sono quelli determinati dalla negoziazione. Ma allora o assumiamo che sia equa la distribuzione attuale delle forze tra le parti in gioco (da cui dipende l'esito della contrattazione) oppure rischiamo di chiamare Utopia qualcosa che assomiglia un po' troppo alla situazione altuale. A mio avviso l'utilitarismo è centralista e inevitabilmente tale. Fa parte infalti della sua stessa idea centrale che la società debba comportarsi come un unico individuo, che compensa le perdite con i guadagni per ottenere complessivamente un maggiore benessere. Non credo che sia qui in questione la possibilità di confronti imerpersonali: posso facilmente concedere che questa macchina da scrivere sia due volte più utile a te che a me, ma quale potrebbe essere la giustificazione ultima per toglierla a me e darla a te? La schiavitù di alcuni può produrre nei liberi un grande benessere, che compensa abbondantemente nella media complessiva l'infelicità di quei pochi schiavi, ma qual è la giustificazione ultima per provocare l'infelicità di alcuni individui? L'aumento del benessere complessivo - questo è tutto ciò che risponde l'utilitarista - si avvicina a una giustificazione sufficiente solo in due casi: I) qualora si reintroduca in qualche modo un «interesse della comunità», che sia del 1u110distinto da quello dei suoi membri - ma questa soluzionè è evidentemente rifiutata dall'utilitarista per il quale la comunità è un «corpo fittizio»; oppure 2) quando la società sia considerata come un individuo unico composto dai suoi membri, proprio come una persona è composta dalle diverse parti del suo corpo e dai suoi «segmenti temporali». In tal ca,,l infa1ti. ç,,1111.•. un indi, idun non ha h1~og.1H> Ji g1u~11111.:-ar~i 4uando ad esempio decida (come damigella Cunegonda nel Candide) di sacrificare una propria natica per salvare la propria testa, così la società non ha bisogno di altre giustificazioni che il mag- . gior benessere complessivo, quando decida di sacrificare alcuni individui per far stare meglio gli altri. Ma trattare la società come un unico individuo è certamente avere un'immagine centrata della sua strultura - che è del resto resa esplicita nell'idea, così importante per l'utilitarismo, di uno spettatore benevolo e imparziale che organizza i desideri di tutti in un unico sistema coerente di desideri e nel quale i diversi individui si fondano in uno solo. Rawls, a cui pure è estranea la problematica centrato/acentrato, osserva a questo proposito: «Questa visione della cooperazione sociale è la conseguenza dell'estensione alla società del principio di scelta per un unico individuo, e inoltre, per far funzionare questa estensione, dell'unificazione di tutte le persone in una sola mediante gli atti immaginari dello spettatore sim- 'patetico e imparziale. L'utilitarismo non prende sul serio la distinzione tra le persone• 7 . Ma è davvero così importante questo nodo del centralismo? Non si potrebbe semplicemente ammettere che a) acentrato è bello ma b} non perciò. una struttura centrata è sempre inferiore e infine c) l'analogia tra la società e l'individuo è giustificata (nel senso che la società è la somma dei suoi membri come un individuo è la somma dei suoi segmenti temporali)? Credo che il punto c) sia quello più debole. Pensare che una persona sia la semplice somma delle sue parti è sicuramente avere un'idea molto rozza dell'identità personale. E come per costituire l'identità di una persona è necessario qualche atto riflessivo•, così non mi pare sufficiente dire che una società è giusta a meno che non venga riconosciuto da parte di tutti i suoi membri che è giusta. Mi pare insufficiente qualunque concezione della giustizia secondo la quale una società può essere «oggettivamepte> giusta (ad esempio perché di fatto la media del suo benessere è la più alta possibile) senza che sia riconosciuta come tale. Questo punto è stato espresso con grande chiarezza da Hermann Weyl: «Ma ugualmente errata, nella sua unilateralità metafisica, è la concezione realistica. Dal suo punto di vista la soggettività continua a costituire un problema. Leibniz pensava di aver risolto il conflitto tra la libertà umana e la predestinazione divina concependo l'azione divina come l'atto di dare esistenza (sulla base di ragioni sufficienti) ad alcune fra infinite possibilità, ad esempio alle sostanze Giuda e Pietro, la cui natura sostanziale determina poi il loro intero destino. La soluzione può essere considerata ,ufficiente da un punto di vista oggettivo, ma cade di fronte al disperato grido di Giuda: «'Perché proprio io ho dovuto essere Giuda?'• •. La stessa cosa dirà probabilmente, nella società mediamente felice, qualunque minoranza sacrificata agli interessi generali: «Perché proprio io devo c,sere sacrificata?». E che cosa le impedirà, a lungo andare, di ribellarsi ,·iolentemente, dando quindi sicura111ente luogo a una situazione di minor henessere èomplessivo? Si potrebbe pensare che la protesta della minoranza sacrificata sia irrazionale e che debba tacere una volta che si ,ia dimostrato alla minoranza che quello stato della società è quello giusto (il migliore degli stati possibili, per quanto riguarda la media del benessere). \fa naturalmente non è affatto così: dal fatto che un certo stato sia il migliore si può al massimo dedurre che ,111a/cuno deve venir sacrificato, forse addirinura che deve esserlo colui che presenta certe caraneristiche, ma non che devi essere tu quel tale 10 . Quindi /'111ilitarismonon ha alcun argomento razionale per convincerci ad accettare i ,acrifici. L'idea che sia necessario, perché una società sia giusta, il riconoscimento da parte di ciascuno della sua giustizia, il convincimento che le sue istituzioni sono sostanzialmente conformi ai principi che ciascuno avrebbe stabilito, se fosse toccato a lui il ruolo del legislatore, questa idea mi sembra nettamente migliore di quella utilitarista, ed è l'idea del contratto sociale. Note (I} Un modelloalternativodi spiegazione è chiaramente delineato in Popper, ad es nella Miseria dello storicismo, ma anche (singolare coincidenza!}nei wingensteiniani Winch,Dray, von Wright,e altri. (2) Si vedano ad es., G. Giorello e M. Mondadori, «Bentham e la sinistra. L'alternativa neo-utilitarista>, e S. Veca, La societàgiusta.Argomentiper il contrattualismo, li Saggiatore, I 982 (3) G. Giorelloe M. Mondadori,op. cit. (4) J. Harsanyi,«BayesianDecisionTheory, RuleUtilitarianismandArrow'slmpossibility Theorem>, in Theory and Decision, Il (1979), pp. 289-317. (5) Si veda ad esempioI. Berlin. (6) Op. cii. pp. 108-9 (7) J. Rawls,A Theory ofJustice, Harvard UniversityPress, I971, p. 27. (8) Su questo punto si veda la brillante trauazione del problemadell'identità personalecontenutain R. Nozick, Phi/osophica/ Explanations, OxfordUniversityPress, 1982. (9) H. Weyl,// mondoapeno, Boringhieri, 1981, p. 57. ( 1O) In generale per dedurre un asserto che contenga (essenzialmente) cio>, ctu», etc.,qualcheterminedi questastessa classe deve già comparire nelle premesse.Si vedano ad es. R. Nozick, op. cit.; D. Lewis «Allitutesdedictoand de se», in Phi/osophica/ Review, 88 (1979), 513-43; J. Pcrry, «The Problemof the EssentialIndexicab, in Nous, 13 (1979), 3-21.
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==