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Andrea Caffi

Mosul e i curdi

Tratto da «La vita delle nazioni», anno I, n. 6-7, 1925

Nessuno oserà contraddire i competenti della "politica fondata sulla brutale realtà” quando essi ci affermano che nel conflitto anglo-turco per Mosul ("una regione deserta”, spiegava il "Daily Mail” ai suoi molti lettori, "dove la popolazione arriva appena a 700.000 anime e che già ha costato ai contribuenti inglesi assai più di quanto valga tutta intera”) bisogna vedere prima di tutto i pozzi di petrolio, poi un problema di frontiere strategiche e infine un’essenziale questione di prestigio per l’Impero Britannico di Oriente.
Ma non fosse che per sola deferenza verso le "formule astratte” del diritto delle genti, tanto durante i negoziati per la pace di Lausanne che nel dibattito di questi giorni al Consiglio della S.d.N., sono state pure invocate la nazionalità e la volontà degli abitanti di questa contrastata regione.
Geograficamente il vilayet di Mosul -un vasto anfiteatro (ca. 90.000 chilometri quadrati) circondato da alte montagne e aperto sulla valle del Tigri- non appartiene né alla Siria, né interamente alla Mesopotamia e meno che mai all’Anatolia. Durante i secoli è stato un punto di scontri o un baluardo di resistenza per gli imperi che dall’Iran cercavano di protendersi fino al Mediterraneo (Babilonia, Parti, sassanidi, mongoli) o dal Nilo avanzavano verso l’Eufrate (Faraoni della XVII dinastia, Fatimidi, Eyubidi, Mehemet, Ali) o dall’Occidente dominavano l’Armenia (romani, bizantini, Osmanli). È stato anche il crocevia obbligato di tante fiumane migratorie, dai quasi preistorici Cossei ai Coresmi del 1240, e di traffici importanti dai fenici a Marco Polo. Quindi una popolazione mista; residui di razze, di religioni, di civiltà eterogenee. I turchi a Losanna presentarono una statistica non si sa in che anno e con che metodo raccolta, secondo la quale la popolazione sedentaria del vilayet di Mosul sommerebbe a 503 mila abitanti; dei quali 146 mila (29%) sarebbero turchi, 264 mila curdi (52%) e 43 mila arabi (8,6%); oltre a 31 mila fra cristiani e israeliti e a 18 mila "yezidi”, cioè dei curdi affiliati a una setta gnostica con reminiscenze zoroastriane. Gli inglesi opponevano i risultati del censimento fatto nel 1920 che dava un totale di 703.378 abitanti così ripartiti: 418 mila curdi (59%), 151 mila arabi (21%), 63 mila turchi (9%), poi 55.470 cristiani (nestoriani del patriarcato "assiro” Mar Scimon di Kochannes; Cattolici caldei del patriarcato di Mosul; Giacobiti del patriarcato di Mardin) e 14.835 ebrei.

La nazione curda

I curdi, che evidentemente sono in maggioranza, parlano vari dialetti (kurdmangi o "curdomedi”, zaza, ecc.) iranici, cioè indo-europei; non sono dunque né semiti come gli arabi né del ceppo uralo-altaico come i turchi; come tipo antropologico sono di razza... ma finora il concetto di "razza” umano è così arbitrario e fantastico, che si potrebbe discuterne all’infinito. Nomadi o semi-nomadi con organizzazione sociale gentilizia spiccatamente aristocratica (principi, cavalieri, valvassori, servi); anche in questo si differenziano nettamente tanto dalle tribù turche che dai Beduini; sono sunniti ferventi mentre nell’Iraq propriamente arabo (Bagdad e Bas’ra) vi sono 1.472 mila sciiti contro soli 567 mila sunniti; ma dai turchi sunniti ortodossi, i curdi si distinguono per la loro inclinazione all’estremismo mistico. Di questo popolo ca. 700 mila individui (tribù  "Mukuri”, "Kelhor” e i sedentari "Guran”) sono sudditi -indocili- della Persia; 450 mila ("Hakkari”, "Giaf”) abitano, come abbiamo visto, le contrastate marche dell’Iraq; quasi un milione (tribù "Milli”, "Hasananlu”, ecc.) sono stati inclusi nelle frontiere della Repubblica di Angora; quanti di questi ultimi siano sopravvissuti alla sanguinosa repressione continuata per mesi dopo la rivolta del febbraio scorso non è possibile precisare. […]
Dalla metà del IX secolo le tribù curde si convertirono all’Islam e da allora poterono attribuire un altro significato religioso alla "azione storica” cui coscienziosamente si dedicarono durante tutto il millennio seguente: il massacro sistematico delle popolazioni sedentarie cristiane e in particolar modo degli armeni. La persistenza in quella "zona di confine” di tale economia fondata sulla distruzione periodica, spiega abbastanza come [...] sotto tutte le superficiali dominazioni: dagli emir-al-omrah, ai sultani e atabechi turchi, dalle fuggevoli affermazioni di principi armeni, capitani bizantini, baroni francesi (in quel di Edessa) alla nominale sovranità del "re dei re” d’Ispahan e del padiscià di Stambul (dal 1515) rimanessero immutati e le forme primitive della vita sociale curda e il frazionamento di questo popolo in piccole schiatte completamente autonome. Solo dopo il 1830 la riforma dello Stato Ottomano si estese anche all’impervio Kurdistan; con una serie di faticose spedizioni punitive si fecero trionfare, almeno nella forma, i principii dell’accentramento burocratico sulla anarchia feudale. Ultimo a sottomettersi fra i capi-tribù fu Bedr-Khan; ricco di greggi e di schiavi, potente per la fedeltà di molti uomini d’armi, egli poté opporre resistenza al Sultano fino al 1847, quando capitolò l’ultimo suo castello nella regione di Gesire-ibn-Omar.

Giovani Turchi e Curdi

Dei quarantatre figli che sopravvissero a questo burgravio delle montagne assire, quasi tutti si distinsero per un perseverante desiderio di "urbanizzarsi” senza sciogliere i legami con il proprio popolo; [...] Midhat bey, aderiva a una corrente sovversiva ed emigrato al Cairo, vi pubblicava, nel 1902, la prima rivista curda con un programma di emancipazione e di risorgimento nazionale; quando il sultano riuscì a fare sfrattare Midhat dall’Egitto, fu un altro figlio di Bedr-Khan, Abdur-Rahman, che riprese a Ginevra la pubblicazione del "Kurdistan” con un indirizzo d’opposizione (al regime turco) ancora più decisa.
La famiglia di Bedr-Khan diventò quindi come una legittima rappresentanza delle aspirazioni di tutta la gente curda e il diverso orientamento dei suoi membri indica le varie possibilità che offrivano le circostanze storiche per appagare tali aspirazioni. Abdul-Hamid poneva l’unità dell’Islam al di sopra di ogni "principio nazionale” e dal 1891 in poi concedeva ai curdi larghissima libertà di esplicare la loro "missione storica” sgozzando e saccheggiando gli armeni.
La rivoluzione promossa dal Comitato "Unione e Progresso” in un primo momento lasciava sperare una completa uguaglianza fra le nazionalità dell’impero e l’autonomia delle province. Nel 1908 accanto ai "giovani turchi” il "club curdo” di Costantinopoli e il risuscitato periodico "Kurdistan” sostenevano il movimento costituzionale. Il generale Scerif-pascià s’atteggiava a capo del nazionalismo curdo e quasi a pretendente per un eventuale principato curdo, separato dalla Turchia.
Furono create, per iniziativa di questi gruppi politici, le prime scuole (elementari) con l’insegnamento in lingua curda e fu svolta una vasta agitazione fino nelle remote vallate.
Le delusioni e la conseguente inimicizia verso i "giovani turchi” non potevano tardare. Già il giornale "Ascirei”, che successe al soppresso "Kurdistan” nel 1909, si scagliava violentemente contro il regime dei Talaat Enver e Liman von Sanders. Una società segreta di patrioti curdi si costituì sotto la direzione di Bedri-pascià (il figlio di Bedr-Khan).
Il dissidio fra i turchi e i curdi si palesò insanabile nella guerra mondiale. Fino dall’inverno 1915-’16 i curdi si rifiutavano di combattere per la Turchia: un loro capo, Abdur-Rassak-pascià (già maestro delle Cerimonie presso Abdul-Hamid II), addirittura si poneva al servizio della Russia. Allo stesso tempo s’allacciavano rapporti fra i curdi e gli inglesi, sbarcati in Mesopotamia.
Nell’autunno 1917 la ritirata delle truppe russe bolscevizzate permetteva ai turchi di riprendere piede nel Kurdistan; Abdur-Rassak-pascià, fatto prigioniero, fu condotto a Mosul e strangolato. Ma nel dicembre 1917 già erano penetrati piccoli distaccamenti inglesi nelle zone di Mosul e Diarbekir e vi si mantenevano mercè l’aiuto dei curdi. Il Kurdistan fu oggetto di baratti tra Londra e Parigi; lo sceicco della Mecca, investito della nuova dignità di "re del Heggiaz”, pareva allora il più sicuro sostegno della supremazia inglese in Oriente e anche il "reame del Kurdistan” fu immaginato come podesteria per uno dei figli di Hussein.

Guerra d’indipendenza

Quando Mustafà Kemal cominciò a minacciare le ambizioni inglesi in Anatolia, si pensò di riprenderlo alle spalle per mezzo di un’insurrezione curda. Nell’agosto 1919 il maggiore Neville e due nipoti di Bedr-Khan tentavano da Malatia l’avventura.
Ma intrapresa con poca serietà e non sostenuta da Londra, l’impresa fallì miseramente nella primavera del 1920 e i giovanissimi capi dell’effimero governo di Malatia e di Urfa dovettero fuggire in Egitto.
Il nato-morto trattato di Sèvres, oltre che un’Armenia indipendente, prevedeva (art. 62/64) "un progetto di autonomia locale per le regioni in cui domina l’elemento curdo, situato a Est dell’Eufrate, a Sud della Frontiera meridionale dell’Armenia, a nord della Siria e dell’Iraq”; la Turchia doveva impegnarsi "fin d’ora a rinunziare a ogni suo diritto e titolo su quelle regioni” se i curdi con l’assenso della Società delle Nazioni avessero preferito l’indipendenza completa all’autonomia; nel quale caso le Potenze alleate non avrebbero fatto "ostacolo alla cessione volontaria dei curdi che abitano nel vilayet di Mosul allo Stato indipendente del Curdistan”.
A Losanna un qualche blando suggerimento per un "focolare nazionale” da concedersi agli armeni fu sdegnosamente respinto dal turco (d’altronde, come osservava il marchese Curzon nella seduta del 12 dicembre 1922, "le popolazioni armene di Bitlis, Van, Erzrum, Kars, Ardahan, che già ascendevano a tre milioni di individui, sono praticamente sparite”). Dei curdi non si parlò che incidentalmente discutendo le pretese turche su Mosul.
Sembrava quasi che assieme alla sua millenaria vittima, il popolo armeno, dovesse scomparire dalla storia anche il curdo. Durante l’anno 1921, Riza Khan, restauratore dello stato iranico, aveva schiacciato le tribù che capitanate da Smkho-khan volevano mantenere la loro privilegiata autonomia nel Curdistan e Luristan persiani.
Gli episodi sopra rievocati dalla resistenza di Bedr-Khan, alla levata di scudi che i suoi nipoti riuscirono a provocare nel 1919, basterebbero a dimostrare alquanto esagerata l’affermazione di Ismet pascià (fatta a Losanna il 23 gennaio 1923): "I curdi non hanno mai considerato il governo turco come un oppressore straniero!”. Ma a porre in luce i veri rapporti fra turchi e curdi vennero i fatti del febbraio-giugno 1924: l’insurrezione dello sceicco Said, le operazioni di guerra in tutta la provincia di Diarbekir, la selva di capestri fatta elevare dalle corti marziali turche per ridurre all’obbedienza i montanari curdi. I turchi sostengono che l’insurrezione curda è stata una specie di Vandea sollevata da fanatici hogia contro la Repubblica laica d’Angora con lo scopo di ristabilire il Califfato. Nei proclami dello sceicco Said si parla di autonomia nazionale e di diritti della nazione curda. Questo non poteva essere ammesso dai turchi che hanno affermato con tanta energia a Losanna la assoluta identità etnica dei curdi e degli osmanli anatolici. A principio di maggio la "Lega Curda” ha inviato un appello alla Società delle Nazioni e a tutti i paesi civili del mondo: "Da due mesi a questa parte”, vi si diceva, "il sangue scorre a fiotti sul territorio del nostro paese, il Kurdistan. Il popolo curdo, che conta due milioni di anime, geme sotto il barbaro giogo musulmano e paga il fio della sua volontà di vita. La pace di Losanna ha sancito una inaudita ingiustizia. Contrariamente a quanto stabiliscono il Trattato di Sèvres e il protocollo della Conferenza di Londra del 1921, che riconoscono al popolo curdo il diritto di godere di una larga autonomia entro i confini del suo paese, l’atto diplomatico di Losanna incatena il popolo curdo e lo priva di tutti quei diritti dei quali godono le minoranze nazionali secondo le norme più volte affermate con solennità dalla Società delle Nazioni. Il popolo curdo, non potendo più sopportare l’ingiustizia e la crudeltà di cui esso è vittima, ha impugnato le armi per la conquista del suo sacrosanto diritto di disporre del proprio destino. La lotta che noi abbiamo intrapreso deciderà della nostra esistenza avvenire. Noi combattiamo per i principii sanciti dalle grandi potenze alleate e associate: per la realizzazione delle promesse che queste potenze hanno fatto a noi, nella nostra qualità di popolo oppresso. Perfettamente consci delle fatali conseguenze che porterebbe con sé la nostra disfatta e cioè la distribuzione completa del nostro popolo, siamo tutti pronti a difenderci fino alla morte per raggiungere la liberazione dal giogo sanguinoso del Governo di Angora. Il popolo curdo, popolo ariano, non ha alcuna comunanza, né origine, né lingua, né tradizioni, con i turchi. La dominazione ottomana, malgrado la sua lunga durata, non ha lasciato altra traccia che quella dell’oppressione. La nostra lingua e il nome stesso della nostra nazione sono banditi dal regime turco e posti fuori della legge. Il governo di Angora, infatti, incoraggiato dall’indifferenza dei paesi occidentali, sta pensando di perpetrare contro il nostro popolo lo stesso delitto di soppressione che esso ha potuto commettere, non solo impunemente, ma quasi ottenendo di esserne premiato contro gli armeni. Il nostro movimento ha un solo carattere, ben specificato. Esso è soltanto nazionale. Noi non abbiamo alcuna mira reazionaria, poiché il ristabilimento del califfato è una questione che riguarda l’intero mondo islamico. L’ideale che ci siamo proposti di raggiungere è la costituzione di un Kurdistan libero, che abbia per base la fratellanza e l’uguaglianza dei popoli che abitano nel nostro paese. In questa lotta sanguinosa, che il popolo curdo deve combattere per la difesa della sua esistenza nazionale, esso chiede alla Società delle Nazioni e al mondo civile un sollecito ed efficace aiuto. L’intervento delle potenze occidentali s’impone non soltanto per dovere di umanità verso un piccolo e valoroso popolo, ma sopratutto come una necessità politica, dovendo esso garantire la pace nel vicino Oriente. […]

Il momento religioso

I turchi non nascondevano il loro sospetto che la cavalleria di San Giorgio avesse avuto qualche parte all’improvviso risveglio degli spiriti bellicosi in quelle tribù di montanari predoni. La stampa inglese a sua volta esternava l’apprensione che il movimento curdo venisse esagerato nei comunicati turchi per avere un pretesto a concentramenti di truppe sulle frontiere dell’Iraq.
Senza dubbio presso i curdi -dove si può dire non esiste altro elemento di "cultura spirituale” se non la meditazione su motivi teologici- la religione deve predominare in qualunque manifestazione della "coscienza nazionale”. Le sette e le confraternite vi sono più schiette e più attive che fra i musulmani urbanizzati.  [...] È noto, ad ogni modo, come anche fra i curdi che professano la stretta osservanza del Corano e della Summa, prevalgono negli strati umili molte pratiche schiettamente "pagane” (feticiste) e nella classe meno analfabeta la disciplina dei dervisci bektasci, nevlevi, nakscibendi; di quest’ultimo ordine monastico era capo lo sceicco Said. Era assai naturale che cercando degli alleati e qualunque mezzo per sfaldare l’oppressione di Angora, gli insorti curdi s’atteggiassero a difensori della religione, dello "sceriat” e allacciassero rapporti sia con qualche nucleo "clericale” di Koniak e di Brussia, sia con il principe Selim, figlio di Abdul-Hamid, rifugiato ad Aleppo, dove pure lavora un comitato nazionale curdo e qualche discreto adviser britannico. [...] Ma l’oligarchia militare che domina ad Angora si rendeva perfettamente conto di avere oltre che una funzione religiosa anche un avversario nazionale da combattere. Il giornale "Jeni-Turk" così esprimeva (21 aprile 1925): "Non è ammissibile che un milione di curdi continuino a esistere come un popolo distinto fra noialtri dieci milioni di turchi: o rinunceranno alla loro nazionalità, assimilandosi a noi, o saranno distrutti”. E nel famoso suo discorso programma al "focolare turco”, Ismet pascià diceva: "Sradicheremo e getteremo fuori del nostro stato tutti gli elementi non turchi”. Non sono parole vane: oltre ai milioni di cristiani (greci e armeni) è già stato "sradicato” dall’Anatolia un intero popolo musulmano: i sette o sei cento mila circassi, che, più di sessant’anni fa, avevano abbandonato le loro terre nelle valli del Caucaso, avevano sopportato la fame, le epidemie, tutte le miserie di una disordinata trasmigrazione pur di non rimanere sudditi dello Zar... La stessa sorte attende i curdi.

Politica musulmana

Potrebbe parere a questo punto un argomento sufficiente per non consegnare allo stato di Angora il territorio di Mosul, cioè un altro mezzo milione di curdi da "assimilare o sopprimere”. Tuttavia il diplomatico svedese De Wirsen, l’ex ministro ungherese Teleki e il belga Paulus, che il Consiglio della S. delle N. inviò (un anno fa) a studiare la questione sul posto e che molto scrupolosamente hanno adempiuto al loro compito, sono giunti nel loro rapporto a una conclusione condizionale: la popolazione della provincia di Mosul non sarebbe in grado di esprimere le proprie aspirazioni politiche per mezzo di un plebiscito; ma in maggioranza desidererebbe l’amministrazione del paese affidata a funzionari curdi e la lingua curda adottata nei tribunali, nelle scuole, ecc.; si adatterebbe al protettorato britannico (sotto il controllo della S. delle N.). Se invece la Gran Bretagna si ritirasse dall’Iraq e nessuna garanzia di autonomo governo locale fosse concesso ai curdi, questi (la commissione se n’é convinta) preferirebbero la sovranità turca alla sovranità araba. Dunque i funzionari di re Faisal sembrano meno sopportabili che la burocrazia turca alla quale le popolazioni si erano dovute abituare dal 1830 al 1915? Oppure gli arabi appaiono più antipaticamente "stranieri” che gli osmanli e l’eresia sciita più abominevole che l’"ateismo” di Angora? O semplicemente lo stato creato dagli inglesi a Baghdad non sembra una "cosa seria” a quelle popolazioni, mentre della Turchia ricordano solo la secolare grandezza e non conoscono l’attuale regime? Su questo esempio si potrebbero illustrare molte contraddizioni e confusioni tanto nella situazione politica del prossimo Oriente, quanto nella politica dei governi europei di fronte al "mondo dell’Islam”. Una confusione (propria dei periodi di passaggio da una forma di società all’altra) sussiste fra solidarietà religiosa e differenziazione nazionale dei popoli dell’Asia anteriore. Una contraddizione che ingenera sempre maggiori impacci si avverte fra la "politica musulmana” delle grandi potenze occidentali e le inveterate tendenze "anti-musulmane” nella "politica dei regni cristiani”. Quali grandi, compatte unità, irriducibilmente nemiche, il Cristianesimo e l’Islam non si sono affrontati che in brevi eccezionali momenti della storia. […]

Conquista europea

[...] Quando in seguito al rimescolio generale e all’imbarbarimento che furono il risultato della conquista mongolo-turca, l’Islam riapparve unificato sotto il califfo di Costantinopoli, la Cristianità non era più un blocco e la politica degli stati cristiani non si lasciava più guidare da idealità religiose. Non riuscì mai un’azione comune delle nazioni europee contro i turchi. Ma erano cristiani i popoli e rimaneva perciò "popolare” giustificazione di una politica di conquiste, l’emancipazione dei cristiani asserviti e l’evangelizzazione dei "pagani”. Come i missionari furono un ingrediente indispensabile
 della espansione coloniale, così la protezione dei Luoghi Santi e delle comunità cristiane soggette al turco continuarono a figurare con grande rilievo nelle ufficiali trattazioni della "questione d’Oriente”.
Questo mezzo di pressione e pretesto di interventi si combinò con l’intento di fare pesare, per mezzo di più o meno esplicite alleanze, anche le forze militari della Turchia, della Persia, del Gran Mogol, dell’Egitto nelle competizioni fra le principali potenze europee. Così si sviluppò per tre secoli un continuo giuoco di antitesi nell’azione europea di fronte agli stati maomettani: da Francesco I, il quale si allea a Solimano contro Carlo V, ma allo stesso tempo pone le basi di quella protezione francese degli "interessi cristiani” in Oriente che si concreterà in una ipoteca sul Libano fino a Lord Curzon, che vuol restaurare il califfato in Arabia e sovvenziona la crociata dei greci e degli armeni contro gli "agareni nemici di Cristo”.
Nella seconda metà del Settecento il mal governo, la disgregazione sociale, la decadenza della ricchezza e della cultura avevano sospinto tutti gli stati musulmani dall’India alla Mauritania verso un limite critico, ove diventava urgente il dilemma: o risorgere "europeizzandosi” o disfarsi nell’anarchia. Se i contrasti fra Austria e Russia, Francia e Inghilterra, Inghilterra, Francia e Russia non fossero stati di asprezza tale da compensare (con la vicendevole paralisi) la sempre più evidente debolezza della Turchia, della Persia, degli stati "Barbareschi -forse si sarebbe guadagnato il tempo necessario per attirare gradatamente questi vicini oramai poco pericolosi nel "concerto” della politica internazionale- e l’Islam si sarebbe sbloccato "umanizzandosi” poco dopo l’estinzione di ogni sentimento della "unità cristiana”. Ma la potenza dei popoli occidentali in un secolo straboccò talmente da capovolgere la situazione. Nel 1800 nessuna potenza cristiana (salvo la Russia in quel di Kazan e in Crimea) aveva dei sudditi maomettani; mentre di molti sudditi cristiani ancora erano abbastanza bene forniti i dey d’Algeri, di Tunisi, di Tripoli. Nel 1920 dopo un secolo di "guerre d’emancipazione” e in ultimo dopo i sistemi sbrigativi per risolvere la "questione armena” e l’ignominioso "scambio di popolazioni” consentito dalle potenze "civili” a Losanna, non si trovano più cristiani che gemano sotto il gioco degli "infedeli”. Viceversa dei 250 milioni di proseliti del Corano, 90 sono soggetti all’impero britannico, quasi 36 obbediscono alla regina d’Olanda, più di 30 alla repubblica di Francia, più di un milione e mezzo sono governati da De Vecchi e da De Bono, due o tre milioni si trovano nelle colonie portoghesi, un milione e mezzo fanno parte della nazione jugoslava. Passando a stati non cristiani ma neppure accettati per un osservante dello sceriat, troviamo 25 milioni di musulmani incorporati nella federazione dei Soviet e 10 milioni in Cina. Solo una sesta parte dei musulmani vive in stati dove la loro religione prevale; e di questi stati l’Egitto, gli emirati o imamati arabi, il Riff non sono che precariamente indipendenti.

Riscossa asiatica

Fintanto che greci, romeni, serbi, bulgari, armeni, georgiani, maroniti furono sotto la dominazione o sotto l’incubo della conquista musulmana, la solidarietà religiosa prevalse in loro su l’idea nazionale. Con l’emancipazione si determinarono i contrasti di lingua e di "razza” che cancellarono fino quasi la memoria di una "comunanza cristiana”. Tanto che nessun entusiasmo sfavillò per rielevare la croce su Santa Sofia e, quando i musulmani furono cacciati da Gerusalemme, l’attenzione si concentrò non sul redento Sepolcro di N. S. ma... sulle iniziative del sionismo.
I movimenti "nazionali” dei "giovani turchi” del "giovane Egitto”, della "giovane Persia” e poi degli arabi, e poi dei curdi, avrebbero potuto sgretolare il blocco dell’Islam, come l’emancipazione balcanica ha "sbloccato” il cristianesimo. Ma le aggressioni e oppressioni continuate dalle potenze europee hanno ravvivato la solidarietà primordiale e le pazienti trame "panislamiche” di Abdul-Hamid, la propaganda del Senusso, la lotta per l’indipendenza del Califfato ridestavano vaste risonanze fra tutti i musulmani senza distinzione di lingua, di razza e neppure di setta. Anzi il cerchio di queste solidarietà anti-europee si allarga oltre i limiti di una religione.
Perché i troppo rapidi, stupefacenti successi delle nazioni occidentali in quel solo secolo Decimonono hanno consolidato il dogma della "superiorità europea” sostituendo alla base religiosa quella della "progredita civiltà”. Se si trattasse ancora di valori spirituali, di "cultura” nel senso vero, il criterio di preminenza avrebbe dovuto modificarsi man mano che la civiltà "superiore” fosse venuta a più intimo contatto con quelle "inferiori”. Nel Settecento, mentre le nostre società europee si "decristianizzavano”, da un lato si accoglievano senza diffidenza né disprezzo i "metechi” che dalla "barbaria” s’accostavano all’europeismo (di questa accoglienza trassero beneficio i russi),  dall’altro una curiosità piena di simpatia e quasi di riverenza spingeva gli spiriti più colti verso le poco conosciute "altre civiltà”. A tale mentalità veramente superiore si educarono parecchie generazioni di indefessi esploratori, i quali, in disparte dalla brutale "penetrazione” economica e politica, si dedicarono con passione allo studio dei popoli lontani, delle loro tradizioni e retaggi di vita spirituale; forse nel periodo così pericoloso che ora s’inizia nei rapporti fra l’Europa e l’Asia sarà per noi provvidenziale (come contrappeso alle male azioni accumulate dai nostri trafficanti e guerrieri) l’opera di quei "sognatori” che s’innamorarono delle civiltà esotiche e vollero comprenderle.  Ma per i "non ingenui” che praticamente affermavano i superiori diritti della nostra "civiltà”, questa si compendiava tutta nelle artiglierie, nelle ferrovie, nelle banche, nelle navi corazzate, nella disciplina militare, burocratica, industriale. L’adesione individuale alla cultura europea non aveva quindi che un valore e un effetto molto relativo per colmare il nuovo abisso che divideva non più i cristiani dall’Islam, ma le potenze civili dalle inermi agglomerazioni di "razze inferiori”.
La figura di "bastardo intellettuale” che faceva il levantino o l’indiano passato per una scuola europea, contribuiva ad acuire nei civilizzatori e nelle loro vittime il sentimento della inesorabile distanza tra popoli dominatori e popoli servi. Le qualità necessarie per porsi nel rango superiore della gerarchia, non erano valori spirituali ma forze materiali; non potevano essere conquistati da singole persone, ma solo da stati; quando il Giappone si mostrò armato alla moderna, nessuno osò opporsi alla sua equiparazione.
Conculcando i popoli asiatici e africani, i dominatori europei li ricacciavano verso il fanatismo delle elementari ribellioni; invece di favorire in buona fede la differenziazione di queste nazioni, i padroni di imperi (con arte maggiore quello britannico) credettero di poter sfruttare le divisioni, aizzando or una parte or l’altra, ma senza appagarne nessuna.
Il risultato fu la delusione comune che ricementò non solo la solidarietà dell’Islam, ma quella di tutta l’Asia contro una supremazia straniera basata soltanto sulla forza.
Anche queste reazioni sono state da principio considerate come possibili "strumenti” nella lotta fra i vari imperialismi occidentali: Guglielmo II cercò di fare il suo giuoco, proclamandosi "protettore dell’Islam” e i dittatori di Mosca capeggiando la rivolta asiatica. Ma sembra che forze scatenate con tanta irruenza non si lasciano più maneggiare.
Oggi la situazione è cambiata non perché sia stato riconosciuto specioso l’argomento della "superiore civiltà” di fronte a dei competenti di diritto costituzionale come gli amici di Zaghul in Egitto, o a un druso come l’emiro Amin Aslan che sottilmente ragiona di Shelley e di Jules Tellier con una scrittrice francese, o al moro Abd El Krim che oltre alla radiofonia, sembra destramente manipolare il programma della III Internazionale e la procedura della Società delle Nazioni. Ma cominciano a mancare i "supremi argomenti” materiali, con i quali finora l’egemonia economica e politica degli stati europei veniva posta fuori discussione. Tutto questo si rispecchia nella questione di Mosul e in quella dell’autonomia curda, e forse sono "aspetti della storia” più importanti che i miliardi della Turkish Petroleum Company (trust americano-anglo-francese) e le 24 regioni di venti chilometri quadri ciascuna, ove si presume la presenza del prezioso liquido minerale.
Mosul si trova situata tra la Turchia, che ha disfatto tutto il piano di controlli europei stipulato a Sèvres, la Persia che ha lacerato il patto impostole dal governo di Londra nel 1919, l’Arabia, dove è bastata una guerra di beduini per fare crollare le creazioni inglesi del 1916-19, e la Siria dove la carriera del proconsole Sarrail sembra volgere verso un non lieto fine. Troppe prove della inconsistenza di quella politica con cui le grandi potenze hanno creduto di "dominare l’Islam”.

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