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Sul corporativismo e su una certa tecnica

Andrea Caffi, 1935.

Vorrei sottoporre al lettore certi dubbi che mi sono venuti sul corporativismo. Si tratta, per ora, di barlumi di una luce (non so se nuova) sotto la quale il fenomeno dell'organizzazione corporativa mi appare non un semplice bluff, e neppure un espediente senza avvenire. Dirò grosso modo i vari aspetti sotto i quali il problema mi si è presentato.
(A) In certi casi, quando si patetizza sulla «fine del capitalismo», e che si crede di dare la formula sintetica della situazione con l'opporre «l'economia diretta» all'anarchia della produzione, viene quasi naturalmente di comprendere sotto la medesima rubrica (intitolata «nuova era dell'evoluzione economica della civiltà» o «rovesciamento dell'individualismo, liberismo, 1789ismo») i programmi di «stato corporativo», i piani, sia empirici (Roosvelt) sia sistematico-dottrinali (de Man, Stanford Cripps) ed anche l'esperienza moscovita. Ora, mi sembra che queste tre iniziative, non sol tanto provengono da mentalità e posizioni dottrinarie affatto differenti, il che è ovvio, ma anche, oggettivamente, segnino tendenze radicalmente divergenti nel corso delle trasforma zioni che subiscono sotto gli occhi nostri i rapporti tra gruppi sociali, nonché la tecnica di governo.
(B) I Volpicelli, Spirito ed altri, come pure i loro ammiratori francesi, portoghesi, nederlandesi, insistono nell'affermazione che la gerarchla sociale e l'unità organica quali dovranno risultare dal pieno sviluppo del corporativismo -così come Mussolini, Hitler e Schuschnigg hanno cominciato ad attuarlo- non sarà in nessun modo un'economia statalizzata, e assolutamente non comporterà un rafforzamento della burocrazia; al contrario, sarà in qualche modo l'opposto di quest'ultima. Ora, per quanto fossimo edotti dell'insanabile confusione che regna nelle idee dei prefati ideologhi, non possiamo senz'altro ricusare la loro tesi come pura e scema ciarlataneria.
Mi pare che infatti, si possa concepire l'organizzazione corporativa come una cosa assai diversa, forse anzi contraria, a quel che s'intende per nazionalizzazione dell'industria, del commercio ecc. (e di cui, inutile dirlo, il paese del piano quinquennale ci ha offerto un grandioso esempio).
Dunque, procederei nell'indagine cercando di dissociare, ridurre alla loro parte congrua, diversi elementi, tanto nel pensiero che nelle circostanze per cui siamo trascinati verso ignoti (o troppo noti) lidi.
1) Vanno eliminati in primo luogo certi idoli o certe sopravvivenze di sistemi dottrinali che hanno perduto ogni aderenza alla realtà da cui erano stati ispirati. Molti malintesi nascono dal frasario soreliano dei fascisti, da quello marxista ortodosso della burocrazia staliniana, da quello democristiano dei dolfussiani (e di Oliviero Salazar?) da quello cattedratico-socialista che i nazi hanno ereditato da Treitschke e dell'antisemitismo del 1880.
Tutte queste concezioni erano prodotti (o espressioni) di uno stato della società europea che, dopo il 1914, esiste o solo come ricordo sempre meno chiaro, o sotto l'informità dei ruderi. Il marxismo si fondava sulla premessa di un'assoluta coincidenza fra progresso della tecnica e progresso (in quantità e qualità, cioè capacità d'azione) del proletariato industriale; condizioni certamente non più accertabili nella tecnica «razionalizzata», nel mutato rapporto tra capitale produttivo e capitale-mezzo di potenza (in mano di oligarchie finanziarie o di apparecchi governativi), nei vari processi di differenziazione che, da un lato la moltiplicazione di specialisti, dall'altro la disoccupazione cronica di milioni di uomini hanno occasionato nei ceti proletari. Il sindacalismo rivoluzionario (come in un diverso «clima morale» il guild-socialism di Cole), contava sul maturamente di una « democrazia economica» o «sociale» in antitesi (proudhoniana!) con la democrazia puramente politica la quale pareva assisa su basi incrollabili; ora, col crollo, o più esattamente colla rivelazione dell'intrinseca superficialità e fragilità delle costituzioni democratiche, anche i loro sostrati «antinomici», cioè le varie forme d'organizzazione economica più o meno efficacemente avviate verso sviluppi autonomi, si sono trovati scardinati, barcollano nel vuoto, devono cercare un diverso punto d'appoggio. E ben si comprende quale distorsione e cumulo di assurdità significhi una collusione dal sindacalismo d'ispirazione soreliana, negatore detto stato con l'idea dello stato totalitario. Il democristianesimo, con inutili elementi di conservazione e anche di frenamento reazionario, non è nato tuttavia che in seguito alla rinuncia della chiesa cattolica ad ogni ulteriore intransigenza di fronte alla democrazia. La Rerum Novarum coincide con il ralliement alla repubblica in Francia, e con l'evidente messa in soffitta delle rivendicazioni temporalistiche in Italia; l'americanismo di Monsignor Ireland aveva pure un non dubbio significato di «andata al popolo moderno»). Ma, sotto Pio XII, dai concordati alla stretta alleanza con Horty e Primo de Rivera poi con Mussolini, con Dolfuss, purché volesse anche con Hitler, la Chiesa ha ripreso in pieno un posto d'avanguardia nell'esercito della reazione politica; quindi la sua adesione al corporativismo (in Austria anzitutto) non ha più nulla da vedere con una «conversione» al «modernismo sociale»; e neppure è senza significato che invece dell'«umanesimo cristiano» o filantropia di un Ireland, si abbia il padre Coughlin, la cui demagogia sa di Legue (del 1590) e di sanfedismo. Oserei ancora sostenere che, malgrado il culto per il «vecchio Fritz», proprio il trionfo di Hitler segna la liquidazione del prussianesimo autentico; ed i piani economici (con pirateschi agguati) di Schacht sono altrettanto lontani dal paternalismo bismarkiano quanto la Reichsweer dal tradizonale esercito fur Gott Koenig und (erst, an dritter Stelle) Vaterland. Ecco: questi camouflages, che spesso persistono nelle spiegazioni ufficiali degli attuali «riformatori» del sistema economico, con la loro inadeguatezza suscitano appunto l'impressione di un bluff o di qualche insufficienza nelle circonvoluzioni cerebrali di questi esimi personaggi. Urge dunque sbarazzare il terreno da tali orpelli.
2) Un'altra fonte di malintesi proviene dal fatto che i padroni dell'ora costruiscono con quel che hanno sottomano. Ed a portata di mano hanno trovato anzitutto le bardature di guerra portentose quanto frettolosamente imbastite dai vari Rathenau (e altrove, non si è trovato nessun uomo geniale come questi). Tutta la selva di controlli, divieti, commissioni, razionamenti, patti collettivi, sussidi erariali, crediti ecc., è stata trovata ancora tutta in piedi da Lenin; a Mussolini si è offerta nel caotico aspetto di tronchi ingombranti; a Hitler in piena rinascita, per via della crisi e delle oblique manovre del regime di Bruning.
Ora, questo sistema, oltre ad essere caotico fin da principio, e ad avere subito disordinatissime alterazioni nel primo dopoguerra, comporta elementi molto eterogenei: certuni, che cercherò d'indicare, sono certamente embrioni di un durevole regime totalitario, ed anche più direttamente, sia dell'economia di Stato, sia di quella che si preconizza come corporativa; altri elementi, numerosi, furono ripieghi momentanei, frutto talvolta di casuali e non confessabili accordi tra pescicani e prevaricatori, il che non ha impedito loro di corrispondere ad interessi concreti, e ad essere quindi tenacemente prorogati. Al quale scopo servono benissimo il pericolo di una nuova guerra, o la più o meno scaltra equiparazione degli effetti della crisi mondiale con quelli della guerra. Questa vegetazione parassitaria impedisce spesso al nuovo tronco di crescere, oltre a dissimularle ai nostri occhi: l'esagerato militarismo, e quegli sciami di profittatori che s'annidano nella Ghepeu, nelle rappresentanze commerciali, in qualche altro reparto ancora della burocrazia sovietica, hanno deformato fino alla mostruosità l'economia nazionalizzata. I patti con i capitalisti sotto De Stefani (e sotto Volpi) in Italia, la nota dipendenza del nazismo trionfante da Krupp e Thyssen, hanno pure fatto un'oscena farsa delle varie iniziative d'economia fascista. Eppure, questa esiste, ed ha un suo proprio significato così com'è una cosa seria il Gosplan con la sua «linea generale».
3) E' un luogo comune incolpare la tecnica: s'è sviluppata troppo rapidamente, ha preso la mano all'uomo... il quale di fronte alle macchine, s'è trovato nella situazione dell'allievo stregone. L'equivoco sta nell'identificare la «tecnica» soltanto e precipuamente con gli arnesi di produzione (le macchine delle officine, dei campi, dei trasporti). Si potrebbe forse affermare che questa speciale tecnica è proprio quella meno pericolosa. Padroneggiarla non sembra veramente compito troppo difficile: oggi almeno vediamo un uomo di scarsa cultura, un bambino, anche un negro, assimilarsi con la massima facilità il funzionamento di meccanismi complicati, e credo davvero che riescono anche a capire «come sono fatti», come si montano, e perché lavorano bene o male (li studiano con curiosità appassionata, e sempre più sono familiari con le molteplici realtà delle forze, senza avere bisogno di logaritmi o altra dottrina astratta).

Certo non si può prendere alla leggera la conseguenza che troppo spesso ha il diretto asservimento dell'uomo coi «mostri d'acciaio». Ma la «tecnica» sviluppatasi enormemente ancora prima della rivoluzione industriale e poi per una quantità di problemi nuovi sorti nel secolo XIX (eserciti stanziali, istruzione pubblica, igiene delle città con milioni di abitanti, reti ferroviarie, vasto sfruttamento di colonie) andata ampliandosi in modo veramente vertiginoso, è quella dei congegni di governo, tanto di governo politico, quanto di governo economico.
Nel romanzo di H. M. Tomilson All our yesterdays, che veramente è la schietta «confessione» d'un contemporaneo con gli occhi aperti, c'è un colloquio fra un membro della Camera dei Comuni e un generale il quale cerca di illustrare il carattere scientifico e «sperimentale» dell'arte militare «non meno dell'astronomia soggetta alle perturbazioni portate da nuove scoperte». S'avvicina ai due l'esperto finanziere Sir Wick Lam e ascoltando come l'uomo dello stato maggiore dimostra l'assoluta necessità di sacrificare molte giovani vite affinchè i condottieri imparino bene il loro mestiere «ha coscienza di trovarsi in presenza di cose ineluttabili e misteriose, non senza analogia, per esempio, con i problemi del tasso dei cambi, dove soltanto pochi iniziati sono in grado di orientarsi». Il funzionamento del macchinario amministrativo (e di quello bancario, pubblicitario, ed altri ancora) diventa sempre più «arcano», monopolio non di specialisti -come erroneamente si dice talvolta- ma di «iniziati»: perché l'esiguo numero di partecipi alle leve di comando dipende non da qualche particolare difficoltà ad imparare come si maneggiano, ma dal fatto semplicissimo che i posti attorno a queste leve sono così pochi che, anche se la squadra dei dirigenti fosse rinnovata ogni giorno, l'immensa maggioranza degli uomini non potrebbe sperare di veder giungere il proprio turno finché non fossimo tutti diventati Matusalemmi.
Che gli operai russi abbiano maltrattato e rovinato le macchine importate dall'America, non significa nulla: dopo averne guastate cinque o dieci, il più zotico mugik, saprà maneggiare la sesta o l'undicesima con una virtuosità perfetta. Ma quel che né il mugik, né il gregario comunista, né l'entusiasta Komsomoletz riescono a controllare (e devono quindi credere ciecamente a quel che imperiosamente insegnano gli ufficiali imbottitori dei cranii) è il sistema abbracciante la Russia con tutta la rete poliziesca, guerriera, fiscale ecc. ecc., i cui fili si concentrano nel gabinetto di Stalin, ed anche Stalin non può «abbracciare» questo sistema, non ne può avere nessuna diretta esperienza; non ha neppure tempo di rifletterci -deve agire come se tutto sapesse; muovere le leve creando l'irreparabile ad ogni momento, e spietatamente perseverando, evitare il massimo disastro: l'arresto o l'ingorgo che produrrebbe lo scoppio. Così si fa dai tempi di Colbert: uno storico entusiasta di questo grande uomo spiega le incredibili assurdità dei suoi regolamenti dicendo ingenuamente: «E' evidente che il ministro non poteva andare sul posto e non conosceva che in modo molto approssimativo -sui rapporti di subordinati spesso poco coscienziosi- lo stato di cose che s'accingeva a regolare».
La macchina -sistema tecnico- però lavora, perché a) gran parte dei congegni possono indefinitamente agire per pura inerzia; b) le poche parti veramenti ben studiate e tenute d'occhio sono quelle che schiacciano le resistenze, eliminano i «corpi estranei», provvedendo all'afflusso di energie nei punti di possibile sabotaggio (e in fondo, il meccanismo, apparentemente così complesso, consta di pochi, semplicissimi, massicci, piloni). L'effetto principale di questa tecnica è un consumo di mezzi materiali e di energie umane che irresistibilmente aumenta, e siccome la fonte di energie, la massa sociale, non è inesauribile, il logorio, e quindi la «crisi» per eccesso di sforzo deve pure giungere più presto che non si pensi. E lo sfracellamento, la polverizzazione delle forze umane, sono accelerati non solo dalla progressiva tensione, ma anche dall'importantissimo «fattore psicologico»: gli uomini vittime di questa tecnica sempre meno ne capiscono il «perché» e quindi anche il «come»; perciò s'abbandonano senza resistenze (e questo crea l'illusione di un rendimento più facile, sempre più grandioso), ma contribuiscono sempre meno con quelle riserve veramente miracolose che sono le solidarietà spontanee, gli orgogliosi sacrifici di colui che ha liberamente assunto di servire la causa comune.
La cosa non è nuova: in una città antica, o anche in una confederazione come quella ateniese, il rendimento del singolo cittadino era straordinario, ed il «popolino» s'appassionava per ogni particolare della cosa «pubblica»; ma nella monarchia di un successore d'Alessandro non aveva più senso di «occuparsi di politica», e ciascuno obbediva, sì, ma cercava pure di scansare oneri, responsabilità, sodalizi compromettenti, entrava nel «guscio». Quando Annibale era alle porte di Roma, ogni cittadino sapeva in che consistesse la salvezza della repubblica, e, non risparmiando la vita nella lotta contro il pericolo esterno, pur teneva d'occhio i patrizi, e si ribellava contro arbitri dell'autorità. Nell'immenso stato creato dalle conquiste, il popolo non poteva più farsi un'idea del gioco fra senato, proconsoli, finanzieri, e lasciò andare tutto alla deriva, non lasciandosi più allettare che dalle prodigalità momentanee dell'uno o dell'altro candidato all'impero. Lo stesso si è ripetuto all'inizio delle monarchie moderne: i comuni aragonesi così gelosi delle loro franchigie, e così pronti a controllare i loro principi, cosa potevano fare contro la mole imperiale di Carlo V?, o gli « Etats de Provence » contro la machine royale di Luigi XIV, o di contadini proletarizzanti per mezzo delle enclosures, cocciati nelle filande del Lancashire, quando i Lords possidenti di terre e i «lords delle ferriere e miniere», la Banca d'Inghilterra e i depredatori dell'India, si erano assicurate leve di comando di una mondiale efficacia?
Tutto il secolo XIX è stato uno sforzo grandioso per conservare o riconquistare qualche controllo sul sistema politico da parte della collettività; ma quello economico, proprio perché allora in prospera trasformazione, è sfuggito ad ogni velleità di vera socializzazione, cioè di adattamento a sentiti bisogni, a scopi comprensibili di una comunità concreta. «Quel che effettivamente costituisce il principale carattere della odierna società» scriveva Dickinson nel 1908 «non è la libertà, ma l'automanismo». E' l'incontrollato sistema economico (potenze finanziarie, loro clientele e tutta la burocrazia dei servizi pubblici) ha finito col rendere illusorio anche il controllo della facciata politica. Ciò si è rivelato nella guerra, e non si è più potuto tornare alle illusione di prima.
Così si presenta oggi lo smarrimento e la passività delle masse di fronte alla «tecnica» del loro ordinamento in «società civile». Sorge il pericolo del disfacimento (non ci sono più legami effettivi, coesione di gruppi, direzione univoca del sentimento popolare). Sorge il bisogno di sostituire una volontà artificiale della «nazione» o di una «classe», a quella reale, che non si manifesta, o forse non esiste più. E così, i «cesarismi» e i «duci provvidenziali» diventano surrogati necessari della «volontà generale», la quale può esistere e agire anche senza agorà, per mezzo di un tenace attaccamento a precisi costumi, a una religione e morale non definite. Ora (cito ancora, riassumendolo, Dickinson) tutti i «valori» morali o spirituali sono stati usati dalla plutocrazia del secolo XIX come mezzi per ingannare il popolo e mantenere privilegi di fatto, palesamente ingiustificabili. Quindi per naturale reazione si è diffusa una sfiducia astiosa verso ogni «norma riverita» una specie di nichilismo, proprio alla «folla traviata», al «regime ochlocratico»: e l'ochlocrazia è proprio la maschera più opportuna per «una dominazione assoluta del denaro».
4) Tornando al nostro problema della tecnica in relazione al sistema dei rapporti sociali, direi scolasticamente che la tecnica si oppone variamente: a) alla natura - spontaneità di energie naturali b) al diritto - spontaneità dei legami sociali e della «comunità integrata» c) alla spontaneità intima, artistica, religiosa (1).
In tutti questi casi, la tecnica, fino a un certo punto, funziona come provvido sostegno delle menzionate attività per cui l'uomo si afferma nel mondo; ma sostegno è sempre uguale a limite; il limite tende a diventare negazione, e ogni tecnica ha in sé come una tendenza imperialistica, cioè si estende e si perfeziona con invadenza, e quasi con la pretesa di sostituire da sola ogni altro valore, per es. l'invenzione artistica con « impeccabile virtuosità», la mistica intima con il misticismo magico (la magia-origine della tecnica), la giustizia conquistata dall'esperienza morale con l'ordine utilitario, tutti i prodotti della natura come surrogati.
E' perfettamente normale, cioè giovevole, che i «problemi tecnici» sviluppino e si moltiplichino nell'ordinamento delle cose. «Lo scopo che si prefigge ogni mente retta è di trovare cose nuove e di perfezionare quelle già inventate». Così affermava già l'autore dell'« Apologia dell'Arte medica », che fa parte del «corpo ippocratico». Ma quando nella vita sociale, nel destino dei popoli, i più urgenti problemi del giorno vengono posti sotto specie di ricerca di un «congegno» d'un sistema tecnico per risolverli, è segno di un grave disagio (se volessi esprimermi con enfasi, direi: di un peccato contro lo spirito santo). Perché l'uomo venga considerato come «materia prima», bisogna che il corpo sociale sie ben vicino alla rigidità cadaverica: andrebbe in pezzi se con involucri e ceppi, non lo si legasse dall'esterno. Mi pare che proprio una simile epoca stiano attraversando le società occidentali oggi: non le macchine in acciaio, e non l'«anarchia del mercato», ma il macchinario economico-politico di governo, il disgregamento di tutte le forze di solidarietà spontanea hanno provocato il grande disordine, il generale senso d'impotenza, la penuria fra un'inutile abbondanza di «mezzi» (che fatalmente rimangono soltanto mezzi, nessuna finalità essendo più viva negli animi). Il comunismo, il pianismo e il corporativismo sono ricerche di soluzioni tecniche, cioè si pongono in pieno sul terreno dell'inerzia sociale (le «masse») e dell'avvilimento umano (l'uomo-funzione, strumento, materiale da costruzione). Più semplicista, risoluta (e perciò forse più sana) è la soluzione bolscevica; all'evidente passività ed insipienza delle masse, si sovrappone la volontà chiara, assolutamente sicura, di «color che sanno»; questi formano lo Stato; e lo Stato s'incarica di tutto; è un'impresa immane; finora sembra davvero troppo ardua anche per un governo energico come quello moscovita, anche con le riserve inesauribili della Russia, anche con l'aiuto del misticismo (magico) divampato dalle grandi speranze del 1917. Seppur dovesse riuscire, quale sarebbe l'esito? Giocherebbe la cieca (tecnica) dialettica del processo storico, sicché lo Stato giunto agli estremi limiti della strapotenza, si abolirebbe «da sé», e così si effettuerebbe all'infuori di ogni umana volontà il « salto » della necessità nella libertà? O, al contrario, il materiale umano non potrebbe sfuggire alla sorte di diventare in modo definitivo poltiglia (macinata in un meccanismo sempre più «fine a se stesso») se non con un violento soprassalto che mandasse in frantumi l'intero apparecchio... a qualunque costo, anche a quello di «tornare indietro» verso ineguaglianze, miserie, disordini primitivi?
Il pianismo si fonda non sulla fiducia nella volontà e nella scienza di un partito identificatosi con lo Stato, ma su una ottimistica superstizione... terapeutica. Crede in una prestabilita armonia fra «naturali tendenze» e «invenzioni tecniche», il tutto essendo concepito nelle prospettive dello sviluppo automatico: l'uomo (la sua felicità, il suo genio) è soltanto un epifenomeno della «massa» di essere bipedi che producono e consumano. Vediamo questo «grande numero» in pericolo o di disperdersi (fuga dalle responsabilità collettive, fermenti antisociali) o di ridursi in un gelatinoso conglomerato (stato totalitario). Bisogna riordinare le cifre, disporle more geometrico oppure in una bella serie di equazioni. Bisogna, nel meccanismo sociale distorto e logoro, riaprire certi congegni, e magari introdurvi qualche vite di rafforzamento; allora ricomincerà a funzionare «come si deve», e tutto il resto -armonia sociale, floridezza della civiltà- tornerà automaticamente. Insomma, il medico non ha che da curare l'arto malato, ingessarlo per qualche tempo, nel caso disperato introdurre un po' di acciaio fra le ossa; così avrà «aiutato la natura».
Più realistico, e circoscritto a problemi d'indubbia urgenza, mi sembra il disegno dello stato corporativo.
5) II corporativismo (una volta smessi i cenci pseudo-sindacalisti, della Rerum Novarum ecc.) parte da certe condizioni di fatto: a) lo stato totalitario già esiste, e, anzi, i corporativisti sono o gli utenti o i candidati «all'usofrutto» di questo Stato (gerarchi in carica o speranzosa gioventù). b) stato totalitario significa «stato che è causa di sé» o «ciò la cui natura non può essere concepita se non come esistenza»; esistere, per uno stato vuol dire in primo luogo, conservare ed aumentare il suo prestigio -con edifici e con imperiali successi; in secondo luogo, mantenere lo stuolo di alti e bassi servitori; in terzo luogo, provvedere alla felicità dei sudditi almeno fino a quel limite (modesto) entro il quale la rassegnazione è preferibile alla disperata rivolta. c) questo implica, per lo stato totalitario una necessità di sperpero (spese d'apparato) e ad ogni modo, un'impossibilità di ridurre le spese; e tale enorme costo del sistema totalitario si connette in modo sintomatico alla sua «sicurezza»: il suo esercito, la sua polizia devono essere non solo numerosi, ma sempre occupati; e queste occupazioni anche se di carattere coreografico, sono sempre pretesto di nuove spese. Inutile dire come l'aumento di personale (improduttivo!) sia un continuo bisogno dello stato totalitario. d) lo stato ha vinto tutte le resistenze sociali, non ha opposizioni serie da temere, eppure si sente continuamente minacciato proprio dalla totale remissività dei suoi sudditi; questa massa passiva, per poco che la si abbandoni a se stessa, diventa sgusciante; fugge la «materia imponibile», si squaglia la «massa plaudente e plebiscitante»; bisogna ricorrere di continuo a rigorosi tassativi «ordini» perché si raduni il numero necessario di «manifestanti in entusiastico consenso», bisogna reprimere in ovo le minime velleità di assenteismo, perché è sicuro che alla prima diserzione tollerata ne seguirebbero subito cento e presto centomila. e) la più strana caratteristica dello stato totalitario è che, essendosi premunito dall'interno contro ogni sorpresa (prevenendo ogni coalizione, ogni movimento di opinione) esso stesso, come ente sovrano, naviga in piena avventura: gli Aureliani i Probi i Diocreziani non hanno nulla da temere per il regime (nessun movimento di popolo potrebbe scuotere l'autocrazia), ma sono a mercé del caso come nessun sovrano legittimo-costituzionale lo è mai stato: a ogni momento, un pretoriano può entrare nella tenda di Cesare, ucciderlo, farsi acclamare al suo posto (e tutto continua come prima, cioè in piena avventura: contro i Goti o contro i Persiani, favorendo i Traci o i Siriani, per Mitra o per Cristo, o per Eliogabalo, tutto è ammissibile, nulla importa più che il contrario). Nello stato totalitario dei nostri giorni, che è agl'inizi, certo la sparizione di Cesare potrebbe ancora provocare un putiferio come quello degl'Idi di marzo (e non ridursi al fatto di cronaca come le successive immolazioni di Gordiani, Carini, Numeriani ecc.).
Ma l'avventura è pure il motivo dominante: non c'è ragione perché il Danubio o l'Etiopia, l'unione con Berlino o l'amicizia Gallica, un putsch a Menel, o un giro di Walzer con Albione, l'amicizia polacca o un miliardo elargito a Mosca, siano, l'una piuttosto che l'altra, la «grande impresa di domani». E così si può esaltare Rossoni o Pirelli, la legge agraria o il ripristino dei privilegi nobiliari, il culto di Wotan o il pateracchio col Vaticano. Perché lo stato è causa e fine di se stesso, suo eccezionale attributo è quello di esistere. f) Dunque una vera sicurezza, non si avrebbe che ad un patto: se ciascuno, ogni uomo, ogni cosa rimanessero senza possibilità di spostamento, nel luogo indicato a ciascuno dal beneplacito delle supreme autorità (salvo l'ironica vendetta della sorte, per cui quest'autorità stessa insanabilmente inquieta, non cessasse poi di spostare continuamente uomini e cose). g) II più semplice sarebbe accasermare tutti e tutto minuziosamente definire, valutare e -fissare (tariffa di Diocleziano). Ma è uno sforzo che supera le nergie di cui dispone anche il più totalitario degli stati. Ed oggi, la impossibilità di veramente stabilizzare l'intera vita sociale, in primo luogo le mansioni produttive, la circolazione dei beni, è troppo evidente, da un lato perché l'immane sforzo bolscevico sembra non aver raggiunto lo scopo, dall'altro perché la crisi (quasi analoga al depauperamento del mondo romano sotto Diocleziono?) sconsiglia ogni preventivo di spese troppo… fantastico. Bisogna dunque trovare un altro espediente che costi meno, che salvando certe forme, indulgendo a certi non morti pregiudizi, eviti di porre a repentaglio l'intero prestigio dello stato...
6) Qualche insegnamento lo ha dato la guerra: perché i congegni economici si ponessero al servizio della nazione, (soprattutto in Germania) una vera e propria statalizzazione dell'industria, il suo affidamento a istanze burocratiche, non è stato necessario (fu anzi riconosciuto dispendioso e dannoso). Bastò che, a certe condizioni, dei gruppi sociali «si inserissero» nel sistema dei pubblici servizi. Nella democratica Inghilterra, vi fu veramente una leale intesa con la Trade-Unions e perciò l'accordo non potè essere che provvisorio, limitato al fine preciso della difesa nazionale (ne rimase tuttavia l'obbligo, da parte dello stato di provvedere al dole per i disoccupati dopo la guerra). In Germania, al contrario, de minimis non curavit... l'oligarchia burocratico-capitalista; Rathenau concordò le norme con magnati e generali; gli altri si dovettero acconciare, e la bardatura non è mai stata interamente smontata. Tutti gli altri paesi hanno forme di mobilitazione che possono caratterizzarsi come intermediari fra il tipo teutonico e quello britannico. Ma ora sembra che tutti i paesi abbiano elaborato, in previsione della futura guerra, piani di mobilitazione integrale ancora più autoritari e pesantemente uniformi di quello attuato da Rathenau. Per lo stato integrale, non c'è «stato di pace»: la sua esistenza esigendo lo stato dall'arme. Peraltro, persegue scopi che non sono tutti compresi sotto il titolo della difesa nazionale; c'è l'attrezzamento progressivo, la conquista dei mercati, un certo bisogno di pareggio, e soprattutto la poco confessabile urgenza di accontentare indiscreti parassiti e di avere disponibilità per bluffs di prestigio. Di che si tratta, in sostanza? Di due cose: la sicurezza più stabile e la possibilità di trivellare jusqu «l'au bout» le forze produttive. E ciò si ottiene immobilizzando tutta la massa sociale nelle corporazioni: impedite le fughe (assenteismi, sottrazioni all'occhio fiscale, zone incognite di un qualche «sottosuolo» sociale) sufficiente paura in ciascuno, perché faccia l'impossibile, «pur di assolvere il suo compito di buon cittadino», s'aggiunge anche un po' d'impulso alle ambizioni, premiando la capacità «tecnica» cioè il valore di rendimento per la macchina statale. Nessuna diretta responsabilità dello stato (del suo prestigio) è impegnata nella gestione stessa delle ricchezze; un aumento (insomma, non eccessivo) di sorveglianza e spese sopportate non dall'erario, ma dagl'incorporati, con apparenza di spontaneità.
Ha ragione Ugo Spirito, ha ragione Volpicelli; non è burocratico accaparramento della produzione; il cittadino produttore (padrone, operaio) diventa «pubblico ufficiale», ma non puro e semplice «travet». Gli sta sulle spalle quel che nessun burocrate sopporta: una responsabilità che non è mai coperta da ordini superiori.
Le corporazioni hanno le prerogative dell'ente statale o parastatale rispetto ai singoli disgraziati iscritti nella corporazione stessa; ma la loro responsabilità rispetto allo stato è la responsabilità in solido delle genti tributarie, delle curie.
Ma davvero? si rivedrebbero queste vecchie conoscenze? i « curiali » che scappavano nei boschi abbandonando casa, terra, famiglia perché non potevano più soddisfare al gravame fiscale? E perché no? lo stato di Diocleziano, Costantino, Giustiniano, era uno stato totalitario con «tecnica» alquanto diversa dall'odierna (e oggi per esempio, non vedo i boschi dove i curiali riparerebbero). Ma nelle cause e nei fini l'analogia non mi sembra del tutto... historici somnium. La società si disgrega «geht ausseinander wie ein fauler Fisch». Lo stato cerca di mantenerle la forma di corpo compatto mettendole attorno cerchi di ferro. Le corporazioni sono una risorsa tutt'altro che «stupida» (e non saprei dire se proprio inattuabile) dello Stato trionfante sulle rovine di ogni umana comunità.

(1) Due esempi: «La descrizione delle cose intelligibili assume presso gli ultimi neo platonici (Proclo, Damascio) una precisione così minuziosa che si è costretti a scorgervi l'artificio d'un tecnico professionale e di vedervi l'assenza d'ogni sincerità» (Emile Brehier, Histoire de la Philosophie, p. 36). «Simulare la creazione in arte, senza nulla creare... costituisce l'ineffabile ragion d'essere dei tecnici» (dalla rivista di A. Breton « La Bète Noire », luglio 1935.)

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