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Gaetano Salvemini

Non abbiamo niente da dire

Tratto da «L'Unità», anno III, n. 36, settembre 1914

Amici lettori, lo scrivere questo piccolo foglio settimanale è divenuto un lavoro intollerabile, di mano in mano che le fasi di questa immensa tragedia si sono andate sviluppando.
Scrivere di altro che della guerra, sarebbe ridicolo e impossibile. I nostri pensieri sono tutti concentrati, come ipnotizzati, su questo fatto.
Non è solo una stupida e crudele curiosità di spettatori sfaccendati. Noi sentiamo che tutta la nostra azione futura di cittadini e di privati dovrà orientarsi diversamente, secondo i diversi risultati di questa grande crisi. Più che a una guerra fra nazioni, noi assistiamo a una mondiale guerra civile. In essa sono impegnati non solamente i singoli popoli ma anche le classi sociali e i partiti politici di ciascun popolo, con tutti i loro interessi, con tutti i loro ideali; e non dei soli popoli belligeranti, ma anche di coloro che riusciranno a rimaner neutrali.
Noi sentiamo che la vittoria austro-tedesca non solo consoliderebbe il regime dinastico e feudale nei paesi vincitori, e vi soffocherebbe per lunghi anni ogni movimento democratico, ma dissiperebbe anche nei paesi vinti e neutrali qualunque tradizione di libertà civile. Effetti diametralmente opposti avrebbe la vittoria del sistema inglese: e li avrebbe nella stessa Russia dispotica, la quale si vedrebbe sorger contro, creata dalle sue stesse mani, la nuova democrazia germanica.
Quale fra i problemi della nostra vita nazionale non sarà condizionato dai risultati di questa lotta? Prendiamo, per esempio, la questione doganale. Una Inghilterra vittoriosa imporrà certamente il libero scambio alla Germania, e ne conseguirà un trionfo della libertà commerciale in tutta Europa. Una Germania vittoriosa imporrà con la forza ai vinti e ai neutrali un sistema di trattati doganali, in cui la preoccupazione della potenza economica tedesca farà tacere ogni altro interesse, ogni altra voce. A che parlare, dunque, in questi giorni di una questione doganale italiana, di un protezionismo italiano, di siderurgici e zuccherieri italiani, di agricoltori e consumatori italiani? Queste discussioni avevano importanza e interesse nel vecchio equilibrio mondiale; non hanno più significato in questi giorni di transizione, in cui ci sono ancora ignoti i fattori del futuro equilibrio.
Finché la guerra non sia finita, è vano occuparsi d’altro che della guerra. E non a torto il pubblico si rifiuta di badare ad altro, e obbliga i giornali a non parlare di altro.
Ma per un piccolo foglio di cultura qual è il nostro, il quale non può riempirsi di brute notizie immediate e di commenti più o meno cervellotici, che il vento di un’ora porta via, per noi il parlare di quello, di cui tutti parlano, è impossibile.
Le cause profonde e lontane della attuale crisi, noi le abbiamo già affermate, spiegate, illustrate in mille modi: per tre anni abbiamo detto sempre le stesse cose, finché il dirle poteva preparare lo spirito dei nostri lettori a comprendere la imminente crisi: oggi le cose parlano così chiaro che ogni nostro commento sarebbe superfluo. Su questo soggetto non abbiamo assolutamente più nulla da dire.
Dovremmo ripetere in ogni numero, con maniaca monotonia, i nostri desideri, le nostre preferenze, i nostri auguri? - Sarebbe un passatempo troppo sciocco per meritare di essere continuato fino alla fine di una lotta che potrebbe durare anche degli anni.
Oppure dovremmo settimana per settimana tirar l’oroscopo, fare i riassunti delle situazioni, contare i morti e i feriti, dare i bollettini delle nostre speranze e delle nostre disperazioni? Quest’almanaccare da sfaccendati sui margini di un così mostruoso torrente di sangue, questo contare i colpi dati e ricevuti quasi che fossimo a uno spettacolo di boxe o di tennis, ci sembrerebbe un ignobile esercizio di immoralità.
Motivo per cui, amici lettori, siamo venuti, dopo lungo esitare, nella opinione che questo non è tempo di scrivere, ma di tacere. E sospendiamo la pubblicazione del giornale.
Noi sentiamo il bisogno, sentiamo il dovere di raccoglierci nel silenzio per poter seguire i fatti con la calma di chi non è obbligato a spifferar settimana per settimana una sua opinione sulla "attualità” del momento. Sentiamo il bisogno, sentiamo il dovere di riesaminare i nostri antichi schemi intellettuali e morali, per vedere quanti di essi resistono all’urto della sanguinosa realtà, quanti devono perire nel naufragio del vecchio mondo, che ci vide nascere e ci nutrì delle sue idee.
Quando la tempesta sarà finita. Quando il cielo sopra il nostro capo e le dolorose profondità del nostro spirito si saranno rischiarate, e potremo vedere con sicurezza a che punto saremo arrivati, quali saranno le necessità e le opportunità del nuovo cammino; allora riprenderemo il lavoro, richiamando a raccolta i vecchi amici.
Per ora sentiamo l’obbligo di tacere, perché proprio, in coscienza, non abbiamo niente da dire, che valga la pena di esser detto e che non sia letteratura miserabile e vile.



Le pubblicazioni sarebbero riprese nel dicembre dello stesso anno
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