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Andrea Rapisarda

Matteotti in Sicilia

Tratto da «Tempo presente», A. VIII, n. 1, gennaio 1963

Dopo che il Circolo del mio paese cambiò nome per chiamarsi Fascio, nel novembre del 1922, le cose restarono tutte come prima, con la sola differenza che il presidente si chiamò segretario e dovette farsi cucire dalla moglie un petto nero da mettere sotto il gilè per le visite alla Federazione di Catania. Inoltre, fra i ritratti a colori del re e della regina fu appesa una fotografia di Mussolini con la rendigote a risvolti di seta e il cappello a cilindro in mano. Per tutto il resto non ci furono cambiamenti. I soci seguitarono a riunirsi sui divani foderati di tela grigia per raccontarsi barzellette e tenersi informati dei prezzi del vino; sul grande tavolo di noce si continuò a trovare accanto al giornale di Catania il "Travaso”, dove si vedeva Mussolini che lanciava fulmini dagli occhi e dietro di lui un leone e un piccolo Padreterno sempre pronti ai suoi ordini.

Solo qualche vecchio seguitò a parlare del barone e dell’avvocato, gli avversari che fino a quel tempo avevano diviso il paese in tutte le elezioni; adesso l’avvocato era rimasto a badare ai suoi aranceti e ai clienti, mentre il barone si era messo dalla parte del Fascio, ma si sapeva che anche lui non contava più come prima né a Roma né a Catania. Di partiti, ormai, restavano solo quello della parrocchia di sopra e l’altro della parrocchia di sotto: l’antica guerra fra i gruppi di famiglie organizzati attorno alle chiese si sfogava nella maldicenza, più astiosa da quando non poteva essere fatta ad alta voce nei giorni delle elezioni. Siccome non c’era mai stato un partito degli antifascisti, non si formò nemmeno il partito dei fascisti.
Ai preti il Fascio non piaceva, e lo chiamavano "fenomeno passeggero” quando andavano a prendere il caffè nelle case dei vecchi capi elettori. A tutti gli altri non piaceva e non dispiaceva: era un’altra specie di governo, ma sempre un governo, e si sa che questo guaio non può mai mancare. Che poi a Roma comandasse qualcuno o qualchedun altro non aveva grande importanza: "Scinni Masi e acchiana Vrasi”, ne scende uno e va su un altro come lui.
Pochi mesi dopo la marcia su Roma, passarono per la strada nazionale tre autoblindate grigie con una striscia tricolore verniciata attorno alla torretta. Al Circolo se ne parlò appena, fra una mano di tressette e l’altra: si sentiva dire che quelle macchine erano state mandate in giro per far calare il bollore ai quattro gatti che a Messina, a Catania e in qualche città si erano messi all’occhiello una moneta da un soldo con la faccia di Vittorio Emanuele III per far sapere che loro restavano attaccati al re e alla vecchia legge. La rivolta del soldino svanì in pochi giorni come una bolla di sapone e nel paese furono fieri che nessuno ci fosse cascato, neanche i capi elettori del barone che alle ultime elezioni stava in un partito chiamato monarchico costituzionale.

Invece furono più d’uno a cascarci prima col marco e poi con l’acido citrico. Qualche biglietto da mille non mancava in quegli anni nelle famiglie dei proprietari, perché il prezzo del vino e delle arance era salito parecchio mentre il salario degli zappatori restava quello di prima, e nessuno si dava allo spreco: al massimo si comprava il pesce da taglio invece delle solite sardelle. Il danaro del raccolto veniva conservato in un cassetto del comò fra la biancheria della moglie, perché a mettere i soldi in un libretto di risparmio alla posta era come far sapere alla gente i fatti propri. Comprare marchi tedeschi appariva un affare da guadagnarci molto con poco rischio, perché erano scesi a due soldi: un affare come quelli dei commercianti di Riposto che venivano a comprare il vino nelle annate di grande abbondanza e le arance quando le esportazioni erano chiuse, a prezzi da compensare appena la spesa del raccolto. Invece il marco finì come carta straccia e chi ne aveva comprati ci rimise fino all’ultima lira.
La stessa cosa successe con i buoni dell’acido citrico, acquistati quando le fabbriche di Messina ne avevano i magazzini pieni e cedevano la merce a prezzi da fallimenti; l’acido citrico scese ancora e non tornò più su perché in Inghilterra avevano inventato il modo di fabbricarlo facendo a meno dei limoni. I miei compaesani non se la presero con i tedeschi, che anzi ammirarono per essere stati così furbi da imbrogliare il mondo intero, e nemmeno con gli inglesi; se la presero con se stessi per aver mancato alle antiche regole della prudenza che raccomandano di lasciar perdere le novità e di non muoversi finché non si è visto che cosa è successo ai primi che si sono fatti avanti.
Parecchi anni più tardi, però, altri ci cascarono di nuovo quando venne la crisi del vino, e i nobili di Acireale che si erano abituati a mangiarsi il raccolto con un anno di anticipo non furono più in grado di pagare le cambiali che i loro uomini di fiducia avevano distribuito per i paesi promettendo l’interesse del quindici per cento. Questo nuovo sbaglio potè succedere perché nessuno avrebbe mai pensato di paragonare un barone e un marchese al governo tedesco o a un fabbricante di acido citrico, e nessuno riuscì a darsi pace del fallimento dei nobili come se fosse crollata la cupola della chiesa maggiore. Si può dire che il distacco del mio paese da Acireale è cominciato da quel tempo.

Per chi non conosce Acireale, occorre dire che in quegli anni la città era ancora molto importante. Con una ventina di migliaia di abitanti contava più di trenta chiese, la Curia vescovile, mezza dozzina di collegi retti da preti, frati e suore, un seminario e una cinquantina di baroni, marchesi e principi, per non parlare dei rami cadetti (in pratica, erano nobili tutte le famiglie che abitassero in un palazzetto e possedessero almeno qualche migliaio di viti). Ai proprietari di Acireale appartenevano fino a Trecastagni, Fleri, Milo e Dagala le migliori vigne, quelle col cancello di ferro battuto, i cani di terracotta sui pilastri, le siepi di rose lungo il vialetto che porta alla villa coperta di gelsomini rampicanti, e i grandi pini a ombrello o le piante di castagno messe per dare ombra alle cantine. Siccome dei padroni e dei ricchi nessuno parla bene, in quei paesi nascevano molte battute maligne sugli acesi, fra cui questa, che in tutte le buone famiglie di Acireale c’era un figlio prete e un figlio scemo; storielle simili a quelle che i torinesi raccontano sugli abitanti di Cuneo venivano da Catania, città di commercianti e industriali, che ricambiava col sarcasmo la boria nobiliare dei vicini. In verità, Acireale vantava un’antica accademia con una buona biblioteca, belle chiese e palazzi barocchi, eccellenti fabbricanti di mobili e, soprattutto, i pasticcieri più raffinati dell’intera Sicilia che guardavano dall’alto in basso i complicati e pesanti colleghi palermitani.
Ad Acireale il Fascio non piaceva affatto. Dava fastidio ai baroni che un maleducato qualsiasi, figlio di un bottegaio e diplomato in ragioneria, credesse di esser qualcuno per il solo fatto di chiamarsi segretario politico. Il vescovo e i preti guardavano di malocchio quei facinorosi in camicia nera, forse mezzo socialisti e mezzo repubblicani, certo anticlericali, che cominciavano a sviare la gioventù e intendevano fare di testa loro, a differenza di tutte le autorità che fino a quel tempo avevano baciato l’anello al vescovo. Per tutti gli altri acesi, i fascisti erano una novità antipatica come ogni novità. Così, quando Mussolini fece un viaggio per la Sicilia, al tempo in cui non portava ancora l’uniforme ma la giacca nera con i pantaloni a righe, ad Acireale ricevette un’accoglienza molto fredda. Restò famoso nelle cronache locali il furto della bombetta che Mussolini aveva appesa all’attaccapanni prima di entrare nel salone del municipio. Quella bombetta non fu mai ritrovata e non si conobbe mai l’autore del furto, né dopo il 25 luglio, nel momento in cui il gesto poteva costituire una benemerenza antifascista, né in questi ultimi anni, quando tutti i benpensanti avrebbero ammirato chi si fosse rivelato come il devoto custode di una reliquia. Perciò bisogna pensare che la bombetta sia stata immediatamente calpestata e fatta a pezzi dall’ignoto trafugatore come simbolica vendetta sul nuovo padrone plebeo.

Nel paese, il furto della bombetta fu apprezzato come un gesto che nessuno si sarebbe mai aspettato da un acese, Mussolini e i fascisti piacevano ogni giorno meno. Adesso che i socialisti non si facevano più sentire, gli scioperi erano finiti e i treni arrivavano in orario, non si capiva che cosa ci stesse a fare quella gente che andava ancora in giro con la faccia da cane arrabbiato e il berretto nero con la testa di morto. Quando Mussolini mandò le corazzate a Corfù, quelle quattro cannonate entusiasmarono solo i ragazzi che sporcavano i muri col carbone disegnando Orlando paladino e i Reali di Francia, ma le persone serie scossero la testa rammentando un vecchio proverbio: "Con tutti fa’ la guerra ma non con l’Inghilterra”, perché si sapeva che gli inglesi stavano dalla parte dei greci. Al Fascio si parlava poco di politica e molto di vino o di patate primaticce; più ancora, di una compagnia di varietà che dava spettacolo in un magazzino, con una bella ragazza chiamata Lola che si presentava in scena con certi scandalosi pantaloncini corti e attillati. Il primo discorso fascista fu pronunziato in quei mesi nel salone del Fascio da uno studente universitario, figlio del medico condotto e chiamato col nomignolo di Catrabba, non si sa perché. Il giovanotto si presentò in camicia nera, e quando montò su un tavolino si cominciò a capire che il discorso sarebbe andato a finir male; inoltre prese la parola in lingua italiana, cosa consentita solo ai predicatori in chiesa e al segretario comunale quando pronunziava i discorsi funebri al quadrivio della Posta, dove si scioglievano i cortei. Catrabba parlò di Italia rinnovata, destini immancabili e altre cose del genere, e forse la gente si sarebbe limitata a ridacchiare se a un certo momento non avesse sentito la parola "comunque”, che per le orecchie locali suona come un "conciossiacché” pronunziato nel continente. Aveva appena finito di dire: "Ma comunque, o camerati”, che una pernacchia gli troncò la parola e lo costrinse a scendere dal tavolo. Passarono molti anni prima che si sentissero altri discorsi simili.

Quando si lesse sul giornale che i fascisti avevano ucciso un deputato socialista che non voleva star zitto, un certo Matteotti, la notizia non fece grande impressione. Quello del deputato è un mestiere come un altro, e per qualsiasi mestiere bisogna saper stare al mondo, cioè tenere la lingua a posto e non prendere di petto chi è più grosso di noi; se a quel Matteotti era capitato un guaio, colpa sua. Per di più era uno di quei socialisti che organizzavano gli scioperi, perciò avrebbe dovuto ringraziare i fascisti che lo lasciavano campare, invece di provare di nuovo a mettere disordine. Non si capiva perché nel continente facessero tanto chiasso per un morto. Questo giudizio non cambiò quando una sera venne al Fascio mio zio Sebastiano, che non ci metteva mai piede perché era sposato di fresco, per raccontare che Matteotti era stato sotto le armi con lui al tempo della guerra, nella batteria da fortezza di Monte Gallo sopra Messina. Quello era un posto da imboscati e figli di papà, Matteotti non aveva nemmeno la forza per le manovre ai pezzi da 280 e gli ufficiali dicevano che il governo ce lo aveva mandato da soldato semplice per levarselo dai piedi, perché a lasciarlo in giro o a mandarlo al fronte era capace di mettersi a fare propaganda contro la guerra. Si era portato appresso una cassa di libri e stava a leggere tutto il giorno, perché i superiori gli lasciavano fare il comodo suo. Lui non dava seccature, era gentile con tutti senza dare confidenza a nessuno, né a ufficiali né a soldati, non parlava mai di politica e regalava soldi di nascosto ai compagni più poveri. Un vero signore, da sembrare impossibile che fosse un socialista.
Gli ascoltatori osservarono che se Matteotti fosse rimasto zitto a Roma come faceva a Monte Gallo non gli sarebbe successo niente. Uno lo paragonò a quel medico di Giarre, socialista anche lui, che si era intestardito a dire di non voler cambiare idea neanche se lo avessero bastonato. Di quel medico non si poteva dire male perché era un gran galantuomo, curava i poveri senza farsi pagare e non aveva mai voluto fare il consigliere comunale, soltanto era diventato un po’ matto a forza di stare fra i libri. Nessuno lo aveva mai toccato con un dito, ma se si fosse messo a predicare in piazza invece di sfogarsi con gli amici e i clienti, certo i fascisti sarebbero stati costretti a muoversi. Insomma, Matteotti l’aveva proprio voluta.
Col passare delle settimane, però, si vide che nel continente il chiasso attorno a quel morto andava crescendo invece di finire. Dei giornali ai quali era abbonato il Fascio, il Travaso non se la prendeva troppo calda e ci scherzava sopra, ma adesso arrivava anche un giornale nuovo, il Becco Giallo, che ne diceva di cotte e di crude a tutti i pezzi grossi del fascismo, uno per uno col nome e cognome. Se Mussolini si lasciava dire quelle ingiurie senza fiatare voleva dire che non stava tanto sicuro a cavallo, e gli occhi spiritati del ritratto con la rendigote adesso non spaventavano più nessuno. Poi il giornale di Catania, che da qualche tempo era freddo con i fascisti, arrivò fino a parlarne male; nello stesso tempo il barone si mise insieme a quei deputati che andarono via dal Parlamento per fare l’Aventino. I preti cominciarono a parlare a voce alta dicendo sui marciapiedi e nel Circolo dell’Azione cattolica che un buon cristiano non poteva essere fascista. Gli studenti e militari tornavano dal continente raccontando che chi era iscritto al Fascio buttava via il distintivo e nessuno aveva il coraggio di farsi vedere con la camicia nera.
Nel paese nessuno aveva la camicia nera, e il segretario politico non si sognava nemmeno di mettersi il petto nero per farsi vedere alla Federazione. L’unico distintivo si era visto all’occhiello di Catrabba, che cercava di far carriera a Catania. Da questo lato tutti erano a posto, restava solo il ritratto di Mussolini ma sembrava troppo presto per toglierlo dal muro. Del resto, si avvicinava la vendemmia e c’era da preparare botti e palmenti, prenotare le ciurme dei vendemmiatori, fare le provviste di fagioli e stoccafisso.
Quando non ci fu più uva sulle viti nemmeno in montagna, a Milo e a Passopisciaro, e verso la pianura si cominciava ad assaggiare il vino nuovo, si vide che pure a Roma il mosto aveva finito di bollire. Il giornale di Catania portava notizia di antifascisti bastonati e di giornali socialisti bruciati, Mussolini fece al Parlamento un discorso a muso duro minacciando di mettersi sotto i piedi quelli dell’Aventino, e il merlo del Becco giallo cominciò ad arrivare col becco chiuso da un lucchetto. Il barone non potè più tornare a fare il deputato e da allora contò quanto il due di briscola, perché con la politica si era mangiato quasi tutto il patrimonio. I preti smisero di parlare di politica fuori dalla sagrestia.
La vendemmia era venuta bene e i prezzi stavano su, circolavano già quattro o cinque automobili e più d’uno faceva i conti pensando alla "501”: quando passava di notte un’automobile con lo scappamento aperto sulla strada nazionale, molti sapevano distinguere un’”Alfa” da una "Bugatti”. Le serate d’inverno affollavano il Fascio nelle stanze da gioco e nel salone, ma di politica si parlava poco o niente. Qualcuno dava un’occhiata al ritratto di Mussolini rimasto sempre al suo posto e pensava al barone che aveva fatto una brutta figura mettendosi con quelli dell’Aventino.
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