Testata sito Biblioteca Gino Bianco
tracce da seguire
Opuscoli mazziniani
Prima guerra mondiale
Andrea Caffi
Nicola Chiaromonte
"L'Unità" di Salvemini
"Volontà"
"politics"
vai all'elenco completo
le carte di Caffi
Quaderni Caffi
Moravia a Caffi
Rosselli(?) a Renzo Giua
Lettere di Faravelli
ricordiamoli
voci da ascoltare
Nicola Chiaromonte ricordato dagli amici
Alex Langer ad Assisi
Vittorio Foa: ricordare
pagine da leggere
"L'Europa è in crisi" (De Rougemont, 1956)
Mosul e i curdi (Caffi, 1925)
Il pugno di farina (Calogero, 1944)
Campo di ebrei (Debenedetti, 1945)
Matteotti a Londra (Bianco, 1984)
Il vecchio Cervi (Einaudi, 1954)
L'ideale di una federazione europea (Colorni 1944)
Saluto a Gobetti (Ascoli, 1926)
La nascita di Giustizia e Libertà (Lussu, 1973)
Una pensione (Cambria, 1965)
vai all'elenco completo

Pietro Adamo

I tram di Barcellona

"Volontà" 1946-1962
Intervento al convegno "L'Italia che sognavano, l'Italia mancata", Forlì, 19 aprile 2013

Ci sono più motivi per ringraziare la Fondazione Lewin e i suoi soci, gli organizzatori di questo convegno. Primo, li si potrebbe ringraziare per la loro pervicace testardaggine culturale, per la loro insistenza nel riproporre i testi, i luoghi, i personaggi, gli eventi dell'"altra Italia", quella che avrebbe potuto essere e non è stata (e dubito fortemente che sarà nei prossimi lustri), vagheggiata dalla sinistra laica e libertaria, dai Gobetti, dai Rosselli, dai Garosci (sua la locuzione), e così via. Li si potrebbe ringraziare per motivi più squisitamente strumentali, perché mettono a disposizione degli studiosi, e magari di giovani che non hanno mai sentito parlare di Rosselli o Salvemini, testi importanti, di prima mano, che possono essere consultati da studenti o usati per tesi di laurea. Infine, si potrebbero ringraziare gli amici di Una città e della Fondazione semplicemente per il fatto che esistono: i momenti che organizzano permettono a persone di comune sentire di ritrovarsi; fanno bene -non voglio dire all'anima, termine che mi sembra troppo religioso- ma per lo meno al cuore di coloro che in quella nostalgia per l'"altra Italia" trovano motivi di comunanza, di associazione, di un sentire condiviso. Vent'anni fa avrei forse detto di una solidarietà da compagni; ora, per ovvi motivi, non uso il termine.
La rivista di cui devo parlarvi è Volontà, che si distingue un po' dalle altre sue colleghe di cui si parlerà e si  parlato oggi perché è una rivista marcatamente di area; non che le altre non lo siano, che non facciano riferimento a un certo comune sentire, a volte persino a un partito, ma mentre i socialisti, per esempio, sono capaci di fare pubblicazioni che guardano ai problemi del lavoro, alla scuola, ai problemi sociali, gli anarchici fanno riviste che riguardano una e una cosa sola: l'anarchismo. Nelle riviste anarchiche, sicuramente quelle dal dopoguerra in avanti, di qualsiasi cosa di parli, alla fin dei conti l'argomento principale è sempre e soltanto l'anarchismo, le sue possibilità, la sua ragion d'essere, eccetera. Quindi, rivista d'area il cui più marcato motivo di esistenza è il rapporto con la tradizione politica che la ispira.
Volontà nasce a metà del 1946. Trova le sue radici nell'operato di una coppia un po' irregolare che si è formata ancora nel 1943, una coppia di militanti ma anche una coppia nella vita e in questo sta forse la sua maggiore irregolarità. Le due persone in questione danno vita a riviste come Rivoluzione libertaria e Il pensiero libertario; prima di fondare la rivista Volontà fanno un settimanale che si intitola anch'esso Volontà; animano anche una casa editrice, le Edizioni RL. I due vivono a Napoli e si muovono in un contesto, il Sud liberato, dove, tra il '43 e il '45, si può pubblicare e si può fare propaganda; gli antichi militanti di sinistra, gli anarchici, ma anche i socialisti, i comunisti, i repubblicani più radicali, si radunano, fondano associazioni, animano club, fanno nascere reti di comunicazione. Insomma i due si ritrovano al centro di una situazione magmatica e vivace. Si chiamano Cesare Zaccaria e Giovanna Caleffi, sposata Berneri. Partiamo da lei.
È l'anima della rivista: è lei che costruisce e bada alle reti di comunicazione, cura le relazioni, segue la corrispondenza. Giovanna è la vedova di quel Camillo Berneri di cui tanto s'è detto e parlato, allievo di Salvemini, che nella Firenze dei primi anni venti aveva frequentato Ernesto Rossi, i fratelli Rosselli, tutta la galassia dei salveminiani e che dal suo professore aveva mediato molto dal punto di vista del metodo. Un intellettuale che, come sapete bene, finì assassinato nelle giornate di Barcellona del maggio 1937. Quindi Giovanna è una donna che ha una serie di conoscenze importanti che risalgono agli anni Venti e Trenta, agli anni dell'esilio ma anche agli anni di università del marito. Ha un rapporto quasi filiale con Salvemini e conosce da decenni buona parte dei più importanti rappresentanti dell'antifascismo democratico, i Silone, i Chiaromonte, i Rossi, eccetera; in quel gruppo lei si muove non come un'ospite, ma come una componente. Lui, Cesare Zaccaria, è stato sin da giovane un militante anarchico (di tendenza individualista) ed è diventato amico di Camillo fin dai primi anni Venti. È un noto ingegnere (anche se non pare sia laureato), particolarmente preparato nel rimodernare le navi, ovvero nel trasformare navi da guerra in navi di servizio civile; in questo è rinomatissimo e gira tutto il mondo alle dipendenze del noto armatore napoletano Achille Lauro (come dice Joe E. Brown nell'ultima scena di A qualcuno piace caldo, "nessuno è perfetto"). Zaccaria è un grande pensatore misconosciuto dell'anarchismo. Ha delle idee peculiari sulla tradizione, ancora più peculiari di quelle del suo amico Camillo, che vedremo segnare con forza il percorso di Volontà. Cesare e Giovanna hanno anche la fortuna di godere della stima e dell'aiuto di Pio Turroni, uno dei personaggi più influenti del movimento anarchico, che giunge dall'esilio messicano a Napoli alla fine del 1943 e prende a lavorare con loro.
La rivista nasce in un momento di grande speranza e grande fiducia nell'avvenire. Al congresso anarchico di Carrara del 1945 partecipano moltissimi gruppi, associazioni, federazioni, e si diffonde una specie di grande illusione, sulla forza dei libertari e sulla rivoluzione imminente. Ma dura poco: nello spazio di un mattino (diciamo di un lustro) i gruppi si sfaldano, le organizzazioni si dissolvono e gli anarchici, presi da un lato dal successo democristiano e dall'altro dall'imposizione a sinistra della vulgata comunista, finiscono in una situazione decisamente marginale. Enzo Santarelli ha calcolato che al congresso di Senigallia del 1957 partecipano, per numero, meno della metà dei gruppi presenti a Carrara nel 1945. Insomma, il primissimo dopoguerra vive di un grande entusiasmo, che tuttavia va man mano a scemare. Ed è entro questa grande effervescenza che Zaccaria e Berneri progettano Volontà: come rivista che stia dentro al movimento ma che sia anche autonoma rispetto al movimento stesso. La rivista rispecchia abbastanza da vicino la personalità dei suoi due redattori principali: da un lato, appunto, una rivista che sta nel movimento, interviene nelle cose del movimento e talvolta è addirittura decisiva per le sorti del movimento; in altri termini, che entra nell'attualità politica, discute il caso del giorno, propone l'interpretazione degli eventi. In questo  una rivista di attualità politica, e di attualità militante. Dall'altro lato, però, abbiamo il registro più Zaccaria, teorico che ama discutere i grandi principi, i grandi modelli, i grandi paradigmi, e che porta nella rivista un afflato e una disponibilità specificamente teorico-culturale. Le due cose sembrano stare bene insieme: da un lato una evidente preparazione speculativa, dall'altro addirittura l'ambizione di dare la linea. Ma la peculiarità maggiore di Volontà, che ha a che fare anche con ciò di cui parleremo oggi, è che queste operazioni tentano costantemente di trovare una sponda: e la sponda in questione sta nella terza via, nella terza forza cui abbiamo accennato sopra, in quell'arcipelago di cultura liberalsocialista in cui i Berneri erano stati immersi fin da quando Camillo studiava con Salvemini a Firenze nei primi anni Venti. Un arcipelago non allineato: si tratta di coloro che non sono schierati nè con la Dc e i suoi sostegni USA nè con il Pci e i suoi alleati in Unione sovietica. Sono quelli che ancora sperano nell'Italia mancata, nell'altra Italia di Garosci, quella auspicata da Giustizia e Libertà, che si doveva fare in un altro modo, che doveva guardare ad altri modelli.
Quell'Italia rigorosa, seria, forse un po' giansenista, un po' protestante, che riscuote oggi poca fortuna e vanta una particolare cattiva stampa. Avete presente, che so, quel Giuliano Ferrara che polemizza costantemente con i "puritani" che vogliono rifare gli italiani e non vogliono accettarli così come sono, clericali, paciocconi, mammoni, conformisti; che si scandalizzano per la corruzione politica non capendo che essa sta nelle cose; che non vogliono accettare il fatto che le donne italiane non hanno sogni di emancipazione, non vogliono affatto lavorare ma stare a casa a curare i figli; e di fronte a questa "indubbia" realtà, questi sognatori vagheggiano altre Italie, altri italiani, altre italiane, proponendosi obiettivi pericolosi per la "democrazia"...
È quindi questo il punto di riferimento dell'operazione del duo Zaccaria-Berneri. Non sempre  esplicitato: come rivista di area e di movimento, che si rivolge in primo luogo a un pubblico di simpatie libertarie (e quindi un po' estremiste), sarebbe poco politico dichiararlo a chiare lettere. Anche se, non per caso in un momento in cui sta per separare il suo percorso da quello di Volontà, Zaccaria lo dirà in modo molto chiaro, discutendo con Ignazio Silone. Quest'ultimo, in uno dei primi numeri di Tempo presente, dà alle stampe "Gli apparati e la democrazia", uno dei suoi saggi di maggior spirito libertario (anche se lo spirito libertario di Tempo Presente è dato in genere dall'altro suo direttore). Zaccaria lo commenta nel suo ultimo intervento su Volontà (siamo nel 1957), dichiarando di aver sempre sperato "che divenisse possibile", "quando si è parlato di unificazione socialista nel campo dei piccoli gruppi", "entro una specie di costituente socialista il reingresso di una minoranza anarchica, che dal di dentro del partito unificato potesse agire come un fermento anti-apparato".
Mi sembra che all'interno della rivista sia sempre stata presente la volontà di conferire questo ruolo all'anarchismo, ovvero di situarlo entro questo arcipelago libertario socialista. Un'operazione condotta con alto profilo: nella rivista ritroviamo così Salvemini, Silone, Chiaromonte, Rossi, Capitini, Jacometti, Caleffi, e via dicendo. A volte partecipano in prima persona, scrivono lettere, dicono la loro; altre volte concedono i loro testi perché siano ripubblicati all'interno di Volontà, ma si tratta comunque di una presenza costante e continua. Si dia un'occhiata alla corrispondenza di Giovanna Berneri, pubblicata di recente da Carlo de Maria in un enorme volume (Giovanna Caleffi Berneri. Un seme sotto la neve, Biblioteca Panizzi-Archivio Famiglia Berneri-Aurelio Chessa, Reggio Emilia 2010) e si vedrà con facilità quale peso enorme aveva tale rete, quali erano i contatti di Giovanna, con chi discuteva, con chi si consigliava. Questa operazione di alto profilo continua anche a livello internazionale: nella rivista compaiono così Camus, Gide, Orwell, Dwight Macdonald (fondatore e direttore di politics) e financo Simone Weil (quando di Simone Weil in Italia quasi nessuno sapeva nulla; d'altro canto, Turroni aveva pubblicato una traduzione italiana di uno dei suoi primi saggi importanti già nel 1934).  Nel 1950 compare sulla rivista il più celebre scritto sull'oscenità di Henry Miller, in un momento in cui il suo nome significa ben poco nel nostro paese. Stessa cosa si può dire per Wilhelm Reich. E indovinate dove pubblica il ventenne Guido Ceronetti, quando non è ancora famoso?
Nel contempo abbiamo la valorizzazione della migliore intellighenzia anarchica, in particolare i giovani che si sono formati durante la guerra o addirittura nel primo dopoguerra: Pier Carlo Masini, Carlo Doglio, Giancarlo De Carlo (oggi purtroppo più noto per il figlio romanziere che per suo proprio conto), Luce Fabbri, Giovanni Bandelli (pensatore poco noto in Italia, che vive e lavora in Inghilterra). Anche qualche anarchico meno giovane, come Ugo Fedeli, avrà un ruolo importante.
Soprattutto, Volontà (in questo caso soprattutto Giovanna Berneri) si appoggia a una poderosa rete anarchica internazionale. Guarda a Parigi, dove trova collaboratori come André Prudhommeaux, che scrive sotto molti pseudonimi, Luis Mercier Vega, Gaston Leval.  Ha una forte connessione con il mondo di lingua inglese, dove ha una specie di quinta colonna. Camillo Berneri e Giovanna Berneri hanno avuto due figlie; Giliana vive a Parigi,  una militante ma non un'intellettuale; Maria Luisa, invece, vive a Londra, dove ha sposato il figlio di uno dei più celebri emigrati anarchici, Vero Recchioni (poi Vernon Richards), figlio di Emidio, e fa parte del gruppo di intellettuali inglesi stretto intorno alla rivista Freedom e all'omonima casa editrice. Attraverso Maria Luisa Volontà ha contatti strettissimi con il mondo di lingua inglese, Inghilterra e America, e quindi anche con le riviste che in quel momento vanno per la maggiore negli Stati Uniti. In particolare Resistance, che fa capo a un gruppo di giovani tra cui emerge presto David Thoreau Wieck. Gli autori della rivista sono molto presenti in Volontà.
Questa ha insomma respiro internazionale e affronta temi nuovi, innovativi, a volte iconoclasti. Vi si parla di femminismo, di sessualità, di psicanalisi, di società di massa. Ancora, quanto erano in Italia  - nel '48, nel '49, nel '50 o giù di lì- a sapere cosa fosse la società di massa? Forse qualche intellettuale. In Volontà è un tema all'ordine del giorno. Berneri e Zaccaria diventano peraltro famosi perché subiscono per due volte un processo per la pubblicazione di un pamphlet sul controllo delle nascite. Insomma, argomenti scottanti, rilevanti, straordinariamente up to date. Guardandola adesso, quella rivista, fa davvero impressione, nel senso che leggendo gli autori,  gli articoli, gli editoriali, persino le lettere, vi si scorge la straordinaria capacità di stare sul pezzo.
D'altro canto, come vi ho detto nell'incipit di questo intervento, il tema prediletto di Volontà è l'anarchismo: si parla certo di Reich, della psicoanalisi, della società di massa, ma ciò che veramente interessa a tutti i collaboratori della rivista è l'anarchismo. Attraverso la discussione dei temi caldi sopra citati, si intende di fatto proporre una peculiare visione dell'anarchismo: un po' eterodosso, molto aperto, molto antidogmatico, molto concretistico e molto problemistico. Un anarchismo, mi verrebbe da dire, molto salveminiano. Il professore pugliese è importante per Volontà. Non soltanto perché partecipa attivamente, perché ha una vivace corrispondenza con Giovanna, perché lei gli chiede consigli, perché lui ne dà anche di non richiesti a Zaccaria, ma anche e soprattutto perché le esperienze intellettuali di Camillo Berneri, di Giovanna e di Cesare Zaccaria riportano alla sua lezione: l'antidogmatismo e il revisionismo di Camillo, la sua volontà di sottoporre tutto a libera discussione, di ridiscutere sempre tutto, ereditati in tutta evidenza da Zaccaria, sono il risultato di un salveminismo applicato all'anarchismo. In questo senso il problemismo di Volontà è funzionale a una ridiscussione antidogmatica e piuttosto spregiudicata del ruolo e dello scopo dell'anarchismo nella società di massa contemporanea.
Zaccaria risente anche molto di influenze liberali. Vive a Napoli, la città di Croce e ne frequenta i circoli. Dal liberalismo e dalla sua militanza giovanile nell'individualismo anarchico trae la sua avversione per ogni forma di organizzazione e per ogni tipo di dirigismo. Oggi diremmo che è quasi un liberista. Zaccaria è convinto che soltanto la spontaneità della vita sociale possa garantire la libertà di commercio, la libertà economica, e così via. Quindi è contro ogni tipo di intervento da parte dello Stato e difende ad oltranza i principi dell'individualità e della libera associazione. Da qui il tono prevalente di Volontà, una rivista che sembra scritta a New York, per via della grande attenzione alla cultura libertaria di lingua inglese: nella rivista è tutto un fiorire di William James, di Jefferson, di John Stuart Mill, di Thoreau. Zaccaria ha inoltre scritto un saggio che  ancora inedito, spero non per molto, sulla rivoluzione americana come base per attualizzare l'anarchismo (mi si permetta di rimandare in questo caso al mio "Cesare Zaccaria, l'anarchismo e l'America", in Giovanna Caleffi Berneri e la cultura eretica di sinistra nel secondo dopoguerra, a cura di F. Chessa, Biblioteca Panizzi-Archivio Famiglia Berneri-Aurelio Chessa, Reggio Emilia 2012). Da qui il tono anglocentrico di Volontà, che guarda con orrore a ogni tipo di accordo con le sinistre tradizionali e che di quelle sinistre condanna essenzialmente il furore comunistico, in un momento storico -tra fine Quaranta e inizio Cinquanta- in cui il PCI costruisce una egemonia culturale sul territorio di cui sarà difficile liberarsi. Ed è per questo stesso motivo che la rivista polemizza con forza, entro il movimento anarchico, con gli organizzatori, i pianificatori e tutti quelli che vogliono regolare troppo da vicino la vita dell'uomo.
Ho pensato di darvi un'idea dei progetti e degli intenti della coppia Berneri-Zaccaria attraverso un solo documento, ma molto importante, che i due pubblicano quando passano dal settimanale Volontà alla rivista. È il programma di lavoro pensato per gli anni a venire, in dodici punti.
Il primo dice: "Intendiamo riesaminare i classici dell'anarchismo", e li cita, "per abbandonare le pagine caduche e ripeterne e collegarne le pagine eterne, ritrovando nella diversità loro la vitalità molteplice dell'anarchismo". Punto secondo: "Intendiamo riportare in primo piano anche il pensiero di quei libertari le cui idee hanno più immediata certezza di verità perché nella loro vita si sono sposate all'azione": citati Malatesta, Galleani, Berkman, Berneri. Il terzo punto è quello più conclusivo per quanto riguarda l'anarchismo ortodosso: "Intendiamo mettere in luce gli elementi anarchici che affiorano nel pensiero di tutti gli spiriti veramente grandi, anche se lontani dall'anarchismo politico": sono citati Paine e P y Margall (Margall è un proudhoniano spagnolo che si muove nella seconda metà dell'Ottocento, grande sostenitore del collettivismo, nemico di ogni tipo di comunismo); Jefferson e Cattaneo (anche qui la citazione di Cattaneo situa Zaccaria su una linea di pensiero che risale a Berneri e a Salvemini); Thoureau e Gide e infine James e Croce. L'idea è di "mettere in luce le parziali realizzazioni anarchiche già nate in tanti settori della nostra società, anche entro il quadro capitalistico, appena non vi giunga l'influenza avvelenante dell'Autorità".
Nel punto quattro si polemizza con gli eredi deterministici sia di Marx sia di Adam Smith. Nel Punto cinque si affronta  il problema della religiosità: contro la chiesa-istituzione, ma non contro la religiosità in quanto tale (anche qui sulle orme del Berneri agnostico affascinato dal tema della religione). Punto sei, "Intendiamo avviare anche tra noi lo studio della Cultura Popolare" (le maiuscole sono nell'originale): nel 1946! Sette, intendono rivedere formazione e modalità di costruzione del movimento anarchico (in funzione critica, ovviamente). Otto, progettano di rivedere le esperienze degli ultimi trent'anni per scoprire in che senso totalitarismo e autorità si siano collegati. Nove, si propongono di studiare l'azione la politica anti-libertaria di Chiesa e partiti. Dieci, il problema del mezzogiorno e del sud. L'undicesimo lo leggo quasi tutto, per poi ritornare sul suo senso più avanti: "Intendiamo studiare problemi tipici del nostro tempo e prospettarne soluzioni libertarie determinate su casi concreti - mostrare al senso comune che sono possibili nuove forme efficaci di lavoro cooperativo nell'agricoltura e nell'industria maggiori e minori, nuovi impianti di gestione pubblica di lavoratori e utenti per servizi sociali, avvii nuovi per la produzione di scambi - ma anche nuove forme libere di scuole - il tutto situato entro nuovi Liberi Comuni" (di nuovo il rimando a quella nota tradizione) "che non siano governetti locali ma strumenti ubbidienti alla volontà dei cittadini". In proposito vi ricordo che tra fine '35 e primi mesi del '36 Rosselli e Berneri, entrambi a Parigi e impegnati essenzialmente nella propaganda e nella polemica (con altri ma anche tra loro), mettono su una specie di combine pubblica per postulare la possibilità di ricostruire l'Italia su basi federaliste e libertarie, dal basso, senza lo Stato o con poco Stato. I due sono interrotti dallo scoppio della Guerra Civile spagnola, ma l'associazione di liberi comuni di cui si parla nel Programma del duo Berneri-Zaccaria mi ricorda molto quel peculiare momento e quel peculiare incontro. L'articolo 12 recita: "Intendiamo infine riprendere senza genericità la critica anarchica alle forme attuali della vita individuale e sociale".
Questo documento, le idee che sottende e la pubblicazione cui dà luogo, potrebbero o no rivelarsi una base possibile per posizionare l'anarchismo entro la cultura libertaria socialista di cui sopra e che tanto compare nelle relazioni di questo convegno? Potrei tentare diverse argomentazioni in proposito, ma forse si tratterebbe di una fatica inutile. Infatti, una risposta convincente alla domanda la troviamo tra alcuni amici/nemici di Volontà particolarmente emblematici.  
Intendo fare riferimento a due documenti. Il primo risulta a mio parere molto divertente, perché ha a che fare con il gruppo di sinistra radicale oggi esistente più vicino ai testimoni di Geova e che purtroppo ha le sue radici nell'anarchismo: sto pensando a Lotta comunista, gruppo organizzatissimo come organizzatissime sono appunto le sette religiose. Si può entrare facilmente in Lotta comunista: provate però a uscirne! Ti telefonano venti volte al mese per sei mesi consecutivi (con scientificità, mi verrebbe da dire). Alla fine ti riprendono per stanchezza (appunto come fanno i testimoni di Geova). Lotta comunista nasce a metà anni 50, fondata dall'ex anarchico Arrigo Cervetto insieme a Lorenzo Parodi, ma trova la sua prima genesi nell'espulsione dalla FAI voluta da Zaccaria nel 1950 di una scheggia di anarco-comunisti sinceramente comunisti, che in quel momento possono anche contare sulla collaborazione di Pier Carlo Masini, che poi, oltre a divenire uno dei più grandi storici dell'anarchismo italiano, diventerà assessore socialdemocratico di Bergamo, con una virata un po' diversa rispetto agli altri suoi colleghi espulsi nel 1950. Ma a quella data sono insieme, hanno dato vita al settimanale L'impulso, stanno a Livorno e sono la punta di diamante del più feroce comunismo anarchico del periodo. Scrivono (prima dell'espulsione) un saggio impegnativo diretto contro Volontà e Zaccaria, prendendosela proprio con il progetto innovatore e revisionista che vi ho prima illustrato, da loro battezzato "progetto resistenzialista" (dalla rivista americana Resistance sopra citata, molto rilevante e molto influente a livello internazionale, che fa propri i principi di un anarchismo esistenziale e impolitico, cioè applicato alla vita sociale, ai costumi, alle consuetudini, eccetera, che rifiuta totalmente il mondo della politica tradizionale, compresa quella del basso dei partiti anche di sinistra). Secondo Cervetto e Masini anche Volontà condivide questi principi. I due scrivono: "Caratteristica di tutte queste correnti fu e resta un completo isolamento, il loro assoluto distacco dal flusso storico della cultura progressiva e di classe; esse sono fuori dalla cultura proletaria, non si legano alla cultura proletaria, non sono degne di menzione nella storia della cultura proletaria" ("Beh, molto bene", ci verrebbe spontaneo commentare). Il "nemico numero uno" del "progetto resistenzialista" "sono le ideologie. Quando un"ideologia gli si para davanti, il resistenzialismo la denuncia come un'arma segreta al servizio del Potere". "Di qui", pensate che disastro, "l'insistenza sui temi della varietà, della molteplicità, dell'antinomico e del contradditorio della 'tensione competitiva' e del 'disordine creatore'", temi prediletti da Zaccaria. "Di qui il continuo riferimento al "buon senso", alle idee semplici ed elementari" come empirici surrogati di una valida guida teorica, al grido ritornante dell'anticultura". "Alla base di queste stanche variazioni sulla libertà, sta il fondo antisociale ed in effetti reazionario del resistenzialismo. L'anarchismo cessa così di essere l'ideologia della classe operaia e contadina, il prodotto di una razionale rielaborazione dell'esperienza rivoluzionaria, l'arma teorica per difendere gli interessi unitari e permanenti della classe lavoratrice", e così continua. Al nostro orecchio tutte queste considerazioni sulle "stanche variazioni sulla libertà" tipiche della rivista suonano come lodi all'antidogmatismo, al problemismo, all'anticomunismo e all'apertura mentale di Volontà e di Cesare Zaccaria.
L'altro documento che citerò è un lavoro storico di Gino Cerrito (Il ruolo della organizzazione anarchica, RL. Catania 1973). Quest'ultimo rappresenta il punto di vista di coloro che insistono sulla necessità che gli anarchici si organizzino, se non in un partito, per lo meno in un forte gruppo ben diretto, ben articolato, ecc. Cerrito polemizza con Volontà e Zaccaria; non con il Programma di lavoro che abbiamo citato ma con un opuscolo che deriva da questo stesso documento e che viene pubblicato nel 1946 con il titolo Società senza stato a firma dei due redattori di Volontà. Secondo Cerrito i due intendono dimostrare "la possibilità della realizzazione di una Società senza lo Stato" citando "Jefferson, le comunità indiane d'America, la marcia dei pionieri verso il West e la gelosa autonomia dei loro comuni. Per quanto concerne la società di domani, gli autori ribadiscono una concezione semplicistica e comoda [...] di certo anarchismo pseudo-kropotkiniano per cui gli anarchici rinunciano a priori a ogni progettazione sociale in senso positivo e determinato, affidandosi alle scelte e alle preferenze degli individui coinvolti.
 La critica di Cerrito coglie nel segno, almeno per un verso; "non si tratta di possedere un piano da applicare più o meno forzatamente a tutte le situazioni, si tratta di conoscere i problemi fondamentali della società e le possibili soluzioni libertarie dei medesimi, quello della produzione e delle riserve, per esempio, quello dello scambio, quello della distribuzione, quello delle comunicazioni". In altri termini, la soluzione prospettata dai due redattori di Volontà non ha davvero senso politico: nel momento della rivoluzione, il popolo -le persone- si rivolgeranno a chi sarà in grado di risolvere nell'immediato tali problemi, non a chi intende lasciarli al tempo e al libero gioco delle opzioni.
A mio parere, Cerrito non coglie davvero il problema, ovvero che Zaccaria non sta davvero pensando nei termini di una soluzione dell'esito rivoluzionario, ma al metodo di una vita fuori dalla politica. Ci torneremo tra qualche momento. Quel che ci interessa ora è la conclusione di Cerrito, che è una perfetta esemplificazione del perchè l'atteggiamento di Volontà rientra a pieno titolo all'interno della cultura libertaria e socialista della terza forza, della terza via di cui dicevamo sopra. "Il loro programma", spiega, "è la negazione dell'anarchismo rivoluzionario. Fondato su un tipico empirismo liberale, esso può benissimo essere accettato da un qualsiasi seguace di teorie democratico-radicali di tipo anglosassone, anche se in esso ricorrono impropriamente le parole anarchismo e anarchia". Più che una critica dell'empirismo (problemismo) zaccariano, la considerazione ci sembra oggi una utile indicazione per comprendere su quali pilastri poggiasse il ponte tra anarchismo e cultura radical-libertaria che i redattori e collaboratori di Volontà intendevano costruire.
Vi propongo una riflessione finale, un bilancio, sull'esperienza di Volontà. Ammetto che adotterò una prospettiva più concettuale che storica. Restiamo sul tentativo di attualizzare l'anarchismo. Ora, la storia di questa tradizione e della sua attualizzazione è peculiare. Paul Eltzbacher, sociologo tedesco di grande scuola, contemporaneo di Weber, di Sombart, di Simmel, all'inizio del Novecento indica i principali nomi del canone nel suo Anarchismus, che viene tradotto in inglese, in francese e anche in russo: Godwin e Proudhon sono gli antenati, poi vengono Bakunin, Kropotkin e Tolstoj, poi Malatesta e infine il meno noto di tutti, l'americano Benjamin Tucker. Per formarsi l'anarchismo ci mette quindi solo 25/30 anni. Dopodichè gli anarchici cominciano a volere attualizzare la propria tradizione, e continuano per tutto il secolo successivo in questo sforzo. In altri termini, la storia dell'anarchismo è la storia del costante tentativo di attualizzare se stesso. Cosa ci racconta questo percorso un po' nevrotico? In sostanza, ci indica una distanza strutturalmente insuperabile tra l'anarchismo e il suo calarsi nell'attuale. Si tratta di un'operazione  -quella appunto di calarsi nell'attuale- che sembra non risolversi mai. L'anarchismo pare veramente inattuale, davvero contro il tempo, davvero sopra il tempo: e resta sempre lì, "in favore di un tempo futuro" (lo ammetto, è una citazione colta, dalla fine della prefazione alla seconda inattuale di Nietzsche). Ogni generazione mette così in atto il suo tentativo di attualizzazione, lasciando in eredità solo un'ennesima porzione di pensiero e di progettualità da attualizzare. Non può non sorgere il dubbio: l'anarchismo non pare sopportare i tentativi di attualizzazione, di aggiornamento, di adeguamento. Mi sembra che il tema emerga con forza -e nella sua sostanziale aporia- in una delle polemiche più interessanti in cui viene coinvolto Zaccaria. Gaston Leval, grande storico della rivoluzione spagnola, attacca l'idea della libera sperimentazione (esattamente come farà anni dopo Cerrito), che è un concetto fondamentale per gli anarchici, è quello che permette loro di distinguersi da ogni tipo di sinistra autoritaria. Il concetto dice: quando ci sarà la rivoluzione, quando avremo la società libera, non imporremo alcun tipo di soluzione economica a nessuno, ognuno sceglierà la propria strada, la propria via, il proprio sistema, ecc. ecc. Noi non imporremo nulla perchè qualsiasi tipo di imposizione sarebbe una violazione dell'eguale libertà altrui. Quindi nel momento post-rivoluzionario ci sarà grande libertà di opzioni di carattere economico, ma anche di carattere morale, sessuale, familiare, politico, eccetera. La rivoluzione non ci porta a un preciso sistema, ci porta invece alla libertà di fare esperimenti. Leval replica: questa idea fondata sulla libertà di sperimentare, applicata alla concreta esperienza storica della rivoluzione spagnola, si è rivelata fallimentare. È arrivato Franco, la società spagnola tradizionale si è dissolta, abbiamo avuto la presa di potere delle comunità anarchiche, soprattutto in Catalogna. E abbiamo avuto un disastro: i tram a Barcellona si sono fermati, abbiamo avuto bisogno di un sindacato, di una autorità che mettesse le mani sulla questione. Abbiamo avuto la necessità dell'imposizione, di un organo di coordinamento, di distribuzione, di scambio: occorrono quindi, per questa evenienza, risposte più chiare, più precise, più sensate. Di fronte a tali argomenti Zaccaria non può far altro che rispondere che se ciò fosse vero implicherebbe il tradimento del concetto di libertà totale che sta alla base dell'anarchismo. Non entra davvero nel merito ma pone di fatto un'altra domanda: se usassimo un altro sistema, se rinunciassimo alla possibilità di sperimentare, dove andrebbe a finire l'anarchismo? Davvero una bella domanda. Dove andrebbe a finire l'anarchismo? La mia impressione è che la maggior parte degli anarchici non riesca a fare propria l'idea che l'anarchismo sia per definizione impolitico e che ogni tentativo di attualizzarlo significa in qualche modo calarlo nel politico. L'anarchismo, da questo punto di vista, forse in modo molto ingenuo, offre in genere una risposta che mira all'autoconservazione, e quindi al purismo. Di conseguenza gli anarchici (che vogliono restare coerentemente tali) non potrebbero fare altro che accettare l'aporia e tener conto del fatto che la natura essenzialmente impolitica, critica e negativistica dell'anarchismo rende estremamente problematici i tentativi di attualizzarlo (in particolare dal punto di vista politico). Di fatto, è questa la strada seguita da Resistance, dalla Volontà di Zaccaria e, mi verrebbe, dall'intera tradizione post-classica (per lo meno tendenzialmente): l'anarchismo smette così di essere un progetto di riorganizzazione o di rimodellamento della società e diventa un metodo, un'epistemologia, un criterio di libertà. In questo senso le indicazioni di Zaccaria (ma anche di molti anarchici post-classici) non si applicano più a una dinamica politica entro il paradigma rivoluzione (il luogo da cui/entro cui pensano tradizionalmente sia Cerrito sia Leval), ma piuttosto a una dinamica etica di sopravvivenza (anche nel senso di sopravvivere oltre) nella società di massa contemporanea. Il grande problema di Zaccaria e di fatto anche il grande problema dell'avventura della Volontà sua e di Giovanna sta nella non disponibilità a pensare sino in fondo in termini "resistenziali" e post-classici: di fronte a Leval e ai suoi rilievi tutt'altro che fantasiosi o capziosi, non trova null'altro da rispondere se non appellarsi ai temi dell'identità e del tradimento. Ragionamento da purista, ma non da attualizzatore e purtroppo neppure da "resistenzialista".


da sfogliare

Anche su iPhone, iPad e su smartphone e tablet con sistema Android.
Le pagine non si possono stampare né scaricare, ma si può richiedere l'invio di fotocopie o PDF dei documenti desiderati, previo contributo per rimborso spese.


Riviste sfogliabili

Tempo Presente (64 numeri)
politics (42 numeri)
Volontà (216 numeri)
Giustizia e Libertà (191 numeri)
Il Quarto Stato (17 numeri)
Noi Giovani (6 numeri)
Problemi italiani (24 numeri)
L'Unità (366 numeri)
La Voce (81 numeri)
Pensiero e Volontà (41 numeri)
Studi Sociali (60 numeri)
Pègaso (54 numeri)
La Critica Politica (46 numeri)
Nuovi quaderni di Giustizia e Libertà (4 numeri)
Lo Stato Moderno (83 numeri)
Aretusa (14 numeri)
L'Acropoli (15 numeri)
La Nuova Europa (67 numeri)
Mercurio (29 numeri)
Fiera letteraria (477 numeri)
Uomo (9 numeri)
Rinascita (43 numeri)
Nuova Repubblica (174 numeri)
Quaderni Piacentini (25 numeri)
Critica Sociale (880 numeri)
Rivista Critica del Socialismo (11 numeri)
Il Socialismo (70 numeri)
La Nuova Commedia Umana (34 numeri)
Biblioteca di propaganda per i lavoratori (5 numeri)
Entretiens politiques & littéraires (16 numeri)

Opuscoli e libri sfogliabili
Vai all'elenco completo