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Nicola Chiaromonte

Albert Camus

Tratto da «Tempo presente», n. 1, gennaio 1960

Un uomo è morto, e si pensa al suo volto vivo, ai suoi gesti, ai suoi atti, alle occasioni vissute insieme, cercando di ricostituire un’immagine per sempre dissolta. Uno scrittore è morto: si riflette alla sua opera, ai suoi libri uno per uno, al filo che li legava, al movimento verso un significato ulteriore che ne faceva delle azioni vive, e si cerca di formare un giudizio il quale renda ragione dell’impulso intimo da cui scaturivano, e che è spezzato. Ma né l’immagine dell’uomo si ottiene dalla somma dei ricordi, né la figura dello scrittore dal seguito delle opere, né l’uomo attraverso lo scrittore, né lo scrittore attraverso l’uomo. Tutto è frammento, tutto è incompiuto, tutto è preda della mortalità, anche quando il destino sembra aver concesso all’uomo e allo scrittore di vivere fino all’estremo delle forze, di dare tutto quello che umanamente poteva dare, come nel caso di Tolstoi. La storia di un uomo è sempre incompiuta, e basta -pensare a ciò che in essa avrebbe potuto essere altrimenti -quasi tutto- per sapere che non può mai contenere il senso di una vita umana, ma solo ciò che a un’esistenza fu concesso di essere e di dare. La verità era nella presenza viva, e questa niente può sostituirla. L’immortalità è un inganno, anche per l’arte, anche per il pensiero: il muto sopravvivere delle spoglie all’erosione del tempo e ai disastri della storia, come per i monumenti di pietra. Ma in questo, che equipara ciò che falsamente chiamiamo «grande» -ed è semplicemente ciò che ha avuto la fortuna di esprimersi- all’esistenza più umile, sta il senso e il valore della vita umana; e varrà oltre la fine del mondo.
Albert Camus apparve nella mia vita nell’aprile del 1941, a Algeri, dove ero arrivato profugo di Francia. L’avevo conosciuto presto, perché a Algeri era celebre: capo riconosciuto di una banda di giovani giornalisti, aspiranti scrittori, studenti, amici degli arabi, nemici della borghesia locale e di Pétain, che facevano vita comune, passavano le giornate in riva al mare o in giro per le colline, le serate a suonar dischi e ballare, auguravano la vittoria dell’Inghilterra e sfogavano come potevano il disgusto che avevano per quel che era successo alla Francia e all’Europa. Facevano anche teatro, e in quelle settimane lavoravano a mettere in scena un Amleto dove Camus, oltre che regista, era Amleto, e sua moglie Francine Ofelia.
Aveva pubblicato un volume di prose poetiche intitolato Noces, mi dissero. Io non lo lessi perché in quei giorni non avevo voglia di leggere prose poetiche; ma soprattutto perché mi bastava la compagnia di lui e dei suoi amici: in mezzo a loro ritrovavo la Francia amata, il calore puro e netto dell’amicizia francese. Assistevo alle prove di Amleto, andavo con loro al mare, vagabondavo con loro e parlavo con loro degli avvenimenti. Fu in quei giorni che Hitler occupò la Grecia, fece sventolare la svastica sull’Acropoli: io soffrivo una nausea continua, una gran solitudine di fronte ai fatti. Ma, solo e chiuso com’ero, ero ospite di quei giovani. Bisogna essere stati soli e randagi per sapere il valore dell’ospitalità.
Mi metto a ricordare particolari come se attraverso i particolari potessi giungere a risapere qualcosa di quei giorni, qualcosa di quel giovane scrittore col quale in fondo parlai poco, non essendo neppur lui d’umore loquace. Mentre ricordo bene che ero tutto occupato da un solo pensiero, e quello solo m’importava: che si era giunti all’anno zero dell’uomo, che la storia era insensata e solo ciò che dell’uomo rimaneva fuori dalla storia, esterno, estraneo, impenetrabile al turbine degli eventi, aveva un senso; se, tuttavia, esisteva. Questo pensiero, io lo consideravo il mio possesso privilegiato, e che nessun altro potesse albergarlo così a fondo; al tempo stesso, avrei molto desiderato trovare con chi condividerlo. Ma non c’era nessuno: non era un pensiero compatibile con la vita normale, né tanto meno con la letteratura. Così mi pareva.
Con quel giovane scrittore ventottenne, tuttavia, avevo certamente una cosa in comune: l’amore del mare, la gioia del mare, l’ammirazione estatica del mare. Me ne accorsi un giorno che, ospite suo a Orano, ce ne andammo in bicicletta oltre Mers-el-Kebir, su una spiaggia deserta. Non si parlò troppo neppure allora, ma si disse molto bene del mare, come di un oggetto nel quale non c’è niente da capire, eppure è inesauribile e non stanca mai. Ogni altra bellezza stanca, fummo d’accordo. Su questo accordo, si manifestò chiaramente la simpatia reciproca. Camus mi disse allora che stava scrivendo una tragedia su Caligola, e io cercai d’immaginare che cosa potesse attirare uno scrittore moderno in un tal soggetto: la tirannia sfrenata? Ma la tirannia contemporanea non mi sembrava aver molto in comune con quella di un Caligola.
Da Orano, continuai il viaggio fino a Casablanca, da dove si diceva che fosse possibile imbarcarsi per New York. Salutai Camus e sua moglie sapendo che ci eravamo scambiati il dono dell’amicizia e che in fondo a quell’amicizia c’era qualcosa di assai prezioso, qualcosa di non personale che non fu detto, ma stava nel modo stesso in cui loro mi avevano accolto e io ero stato in loro compagnia: avevamo riconosciuto l’uno nell’altro i segni della sorte; che credo fosse il senso antico dell’incontro fra lo straniero e l’ospite. Io me ne andavo dall’Europa, cacciato; loro rimanevano esposti alla violenza che aveva cacciato me. Di lui, mi rimase l’immagine di un uomo che poteva essere pieno di calore e quasi tenero un momento, il momento dopo distantissimo.

Rividi Albert Camus a New York nel 1946, sulla banchina del porto dove ero andato ad aspettarlo: per me, aveva l’aria di venire diritto da un campo di battaglia, ne portava in viso la fierezza e la tristezza. Prima di rivederlo, avevo letto L’Étranger, Le mythe de Sisyphe, Caligola. In quegli anni tenebrosi, il giovane d’Algeri aveva combattuto e aveva vinto: era diventato, insieme a Jean-Paul Sartre, il simbolo di una Francia vinta che, attraverso loro, si affermava vittoriosa sul terreno più suo: quello dell’intelligenza. Aveva conquistato il suo posto sulla scena del mondo, era celebre, i suoi libri erano belli. Ma, per me, egli aveva vinto in un senso assai più importante: aveva affrontato la questione che mi pareva cruciale, quella che portavo in me nei giorni in cui l’avevo conosciuto, se n’era impadronito e l’aveva portata a conclusioni estreme e lucide: era riuscito a dire, in un suo modo febbrile e con un discorso continuamente teso come su un filo di rasoio, perché, malgrado il furore e l’orrore della storia, l’uomo è un assoluto, e a indicare con esattezza dove fosse, secondo lui, quest’assoluto: nella coscienza, anche se chiusa e muta, nel tener fede a se stesso, anche se condannato dagli Dei a ripetere in eterno la stessa vana fatica. Il valore dell’Étranger e del Mythe de Sisyphe, per me, stavano in questo.
Con una quasi mostruosa ricchezza di idee e forza di ragionamenti, Sartre diceva qualcosa di simile; ma, arrivato alla questione del rapporto attuale fra l’uomo e la Storia, fra l’uomo e le scelte che s’imponevano nell’oggi, Sartre sembrava perdere il filo del suo stesso pensiero, tornare indietro,verso il realismo, verso gli obblighi categorici imposti all’uomo dal di fuori e, peggio, dall’opportunità politica. Camus rimaneva fermo, a costo di esporsi indifeso alle critiche dei consequenziarii, e di sembrar passare bruscamente dalla logica all’affermazione emotiva. E certo, quel che lo induceva a rimaner fermo non era un sistema d’idee: era il sentimento, espresso in maniera così veemente nell’Étranger e in alcune pagine del Mythe de Sisyphe, del segreto inespugnabile chiuso nel cuore di ogni uomo, semplicemente perché uomo è «condannato a morire». Lì stava la trascendenza dell’uomo rispetto alla Storia, la verità che nessun imperativo sociale può obliterare. Trascendenza e verità disperate, perché contestate nel cuore stesso dell’uomo, il quale si sa mortale e colpevole, sempre, e non ha nessun ricorso contro il destino. Assurde. Ma, assurde com’erano, rinascevano ogni volta che Sisifo ridiscendeva «con passo pesante, ma uguale, verso il tormento di cui non vedrà mai la fine...». Quel segreto, come l’«eterno gioiello» di Macbeth, non poteva essere patteggiato né violato senza sacrilegio.
Albert Camus aveva saputo dar figura a questo sentimento e mantenercisi. Per questo, la sua presenza aumentava veramente il mondo di tutti, lo faceva più reale e meno insensato; e per questo, non per la fama conquistata, il giovane scrittore di Algeri apparve «aumentato» ai miei occhi, e degno di ammirazione, oltre che di affetto. Non era infatti più questione di letteratura, ma di confronto diretto col mondo. Lo spazio della letteratura, questo trompe-l’oeil inventato nell’Ottocento per difendere la libertà d’indifferenza dell’individuo artista, era infranto. Camus (e, a suo modo assai diverso, Sartre), per il semplice fatto di sollevare alla radice la questione del valore dell’esistenza, affermava la volontà di esser presente al mondo attivamente, in prima persona, e cioè di contestare direttamente lo stato attuale dell’uomo in nome delle esigenze di una coscienza rigorosa, non attenuate da considerazioni mondane. Con ciò, se si vuole, egli tornava al fondamento primo dell’atto di scrivere. Contestare radicalmente il mondo significa esporre se stesso per primo alla contestazione, abbandonare il privilegio tradizionale dello scrittore di rimaner distinto dalla propria opera, puro artefice. Nel linguaggio, di Camus, ciò significava che, se il mondo è assurdo, bisognava che lui stesso vivesse immerso nell’assurdo, ne portasse il peso, lo ragionasse fino all’ultimo, per gli altri.
Questo era il vero senso dell’engagement, il solo valido. Un tale impegno portava in sé connaturato il pericolo della negazione cancerosa: quello che Camus chiamava il nihilismo. Bisognava vivere il nihilismo -la possibilità che niente avesse senso e tutto fosse permesso- e insieme combatterlo: il più semplice atto di vita, infatti, è un atto di affermazione, significa accettare la vita propria e l’altrui come il principio d’ogni ragione; pretendere di vivere negando significa installarsi nella malafede, come il borghese nei suoi redditi.

A New York, nel 1946, Camus fu invitato a parlare agli studenti della Columbia University. Ho conservato traccia scritta di quel che disse, e quindi sono sicuro di poterlo riferire senza tradirne il senso. Il discorso era costruito così: «Siamo nati all’inizio della prima guerra mondiale. Adolescenti, avemmo la crisi del 1929; a vent’anni, Hitler. Poi ci furono la guerra d’Etiopia, quella di Spagna, Monaco. Questi furono i fondamenti della nostra educazione. Quindi vennero la seconda guerra mondiale, la disfatta, Hitler nelle nostre città e nelle nostre case. Nati e formati in un tale mondo, in che cosa credevamo? In nulla. Nulla, tranne la negazione ostinata in cui ci chiudemmo, costretti, fin dal principio. Il mondo in cui eravamo chiamati a esistere era un mondo assurdo, e un altro in cui potessimo rifugiarci non esisteva, quello della cultura era un mondo bello, certo, ma non era reale. E allora, quando ci trovammo dinanzi al terrore hitleriano, da quali valori potevamo trarre conforto, per opporli a quella negazione? Da nessuno. Se il problema fosse stato quello del fallimento di un’ideologia politica, o di un sistema di governo, sarebbe stato abbastanza semplice. Ma quel che accadeva veniva dal fondo stesso dell’uomo e della società: su questo non c’era da sbagliarsi, ne avevamo conferma ogni giorno, e più ancora nel comportamento dei mediocri che in quello dei criminali. A guardare i fatti, gli uomini meritavano quel che stava loro capitando: il loro modo di vita valeva veramente troppo poco, e la violenza della negazione hitleriana, in sé e per sé, era logica. Ma era insopportabile, e l’abbiamo combattuta.
«Ora che Hitler è sparito, sappiamo un certo numero di cose. La prima è che il veleno di cui era carico l’hitlerismo non è stato eliminato: è ancora qui in ciascuno di noi. Chiunque oggi parli dell’esistenza umana in termini di potere, d’efficienza, di "compiti storici”, lo diffonde: è un assassino, effettivo o potenziale. Giacché, se il problema dell’uomo si riduce a un "compito storico” quale che sia, allora l’uomo non è che la materia grezza della storia, e si può fare di lui ciò che si vuole. Un’altra cosa abbiamo imparato, ed è che non possiamo accettare nessuna concezione ottimistica dell’esistenza, nessuna specie di lieto fine. Ma, se crediamo che essere ottimisti è una stoltezza, sappiamo anche che esser pessimisti quanto all’azione dell’uomo in mezzo ai suoi simili è una viltà. Ci siamo opposti al terrore perché il terrore è la situazione nella quale la sola alternativa è uccidere o essere uccisi, e la comunicazione diventa impossibile. Questa è la ragione per cui rifiutiamo ogni ideologia che pretenda a diritti globali sulla vita umana».
Mi sembra oggi che in quel discorso, che era una specie di autobiografia, ci fossero tutti i motivi di quella che sarebbe stata l’opera ulteriore di Camus, dalla Peste ai Justes, all’Homme révolté. Ma lì rimaneva discretamente nell’ombra l’altro Camus, quello che io non chiamerei né più vero né artisticamente superiore, perché è semplicemente l’altro, quello gelosamente chiuso nel proprio segreto d’individuo: il Camus doloroso, fosco e misantropo, ma forse ancor più teso verso la comunicazione umana che l’autore della Peste; l’uomo che, contestando il mondo, contestava se stesso, e in questa contestazione testimoniava pienamente della propria vocazione: il Camus delle ultime pagine dell’Étranger e, soprattutto, il Camus della Chute, nel quale parlava l’uomo profondo, tormentato tormentatore di sé, ribelle a ogni forma di sufficienza e di soddisfazione morale. Quello che ha scritto: «Ero perseguitato da un timore ridicolo... Non si poteva morire senza aver confessato tutte le proprie menzogne... Altrimenti, ci fosse pure in una vita una sola menzogna nascosta, la morte la rendeva definitiva... Quest’assassinio assoluto di una verità mi dava le vertigini». Se queste parole, mi sembra, troncato com’è dalla morte, il discorso di Albert Camus con i suoi contemporanei è tuttavia un discorso compiuto.
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