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Francesco Ruffini

Bissolati


Non avevo avuta mai la fortuna di avvicinare Leonida Bissolati prima di essergli collega nel Ministero Nazionale. Confesso che l’animo mio di uomo d’ordine, di uomo di studio, di uomo rimasto pressoché estraneo alla vita politica, non era completamente scevro, quando lo avvicinai, da quella quasi superstiziosa e un po’ timorosa prevenzione, a cui gli uomini d’ordine, di studio, estranei alla politica non sanno sottrarsi, quando si trovino di fronte a un uomo, che tanta parte abbia avuto, com’era appunto del Bissolati, nelle lotte e nelle agitazioni politiche, sollevando intorno a sé ire ed amori, compiendo gesti onde larga, profonda, clamorosa era stata la ripercussione nel paese. Ebbene, bastò uno sguardo, un solo sguardo di quei suoi occhi indicibilmente belli, che dalla miopia traevano quasi una morbidezza femminea, è bastato uno di quei suoi sorrisi, che illuminavano d’un vero raggio quel suo scarno e tormentato viso di condottiero e di asceta; perché di un subito, come per un fulmineo intuito, come per una rivelazione, si radicasse in me la convinzione incrollabile che mi trovavo di fronte ad un’anima. Quando dico un’anima, voglio dire un essere, in cui la lampada dell’ideale ardeva inestinguibile, quale che fosse il vento delle passioni circostanti; un essere in cui avrebbe parlato sempre più forte di qualsiasi altra voce quella del dovere; un essere disposto ognora a sacrificare se stesso prima di sacrificare qualunque altro suo simile. ...
Ad ogni modo, per comprendere quale sia stata la grandezza storica e la nobiltà morale della figura che è scomparsa, per comprenderla cioè a fondo, nelle sue scaturigini più remote ed intime, nei suoi elementi costitutivi più essenziali e decisivi, io stimo necessario risalire per un momento alle origini stesse del socialismo italiano. Bisogna rifarsi al drammatico colloquio a tre, di cui furono a volta a volta interlocutori il russo Bakounine, il tedesco Marx e il nostro Mazzini: lo storico contrasto gigantesco, che decise forse per sempre delle sorti dell’anarchia, del socialismo e della democrazia, e non solamente quanto al paese nostro. Poiché la predicazione di Bakounine, che veniva conquistando nell’Italia meridionale e centrale sempre più numerosi e risoluti accoliti, dal Cafiero al Malatesta, e l’insegnamento di Carlo Marx, che guadagnava terreno ogni giorno più nell’Italia settentrionale, finirono con lo straniare compiutamente lo sconfitto mazzinianesimo dalle folle, rincattucciandolo sempre più nel campo della pura idea. E tolsero che si avverasse ciò, che da noi Aurelio Saffi, e fra gli stranieri Bolton King, avevano ritenuto possibile anzi quasi naturale, e che lo stesso Mazzini si può dire aveva sperato effettuabile quando per lungo tratto egli si professò socialista: vale a dire, che il mazzinianesimo potesse sboccare esso pure nel socialismo. Che sarebbe stato, allora, un socialismo di impronta schiettamente e risolutamente italiana, con a fondamento il principio di nazionalità e il concetto e il culto della Patria.
Poiché dei tre punti di divergenza fra il Mazzini e i suoi due possenti antagonisti, di gran lunga più importante e decisivo e irriducibile, che non quello del diritto di proprietà, rispetto al quale la teoria mazziniana si scosta molto meno che a prima vista non paia dalla socialista, o quello della concezione di Dio, rispetto al quale non sarebbero stati impossibili attenuazioni e accomodamenti successivi a seconda dei vari temperamenti individuali; il più importante, dico, fu la negazione da parte di quegli stranieri della Nazione e della Patria, come elementi essenziali e gradini imprescindibili al giusto e pacifico assetto della umanità e alle sue future ascensioni.
Quando Leonida Bissolati entrò nell’agone politico, la grande lite era oramai risolta in favore di quelle due correnti straniere, e massimamente della marxista; alla quale egli, e per influenza dell’ambiente, in cui cominciò la propria azione, e per il carattere stesso di questa, volta tutta, come si sa, alla organizzazione del proletariato rurale, non poteva non accedere. E non fu certo fenomeno isolato. Quando si farà la storia delle influenze straniere sopra la nostra vita sociale e intellettuale della seconda metà del secolo scorso, assai più che non, per esempio, della tanta strombazzata pressione della cultura germanica sulla nostra scienza, bisognerà tener conto di ciò che il marxismo fu per il nostro pensiero socialistico e per la nostra vita politica; come forse, per il secolo presente, sarà la concezione mongola del formidabile compatriota di Bakounine, l’attuale dittatore della Russia.
Orbene, io credo, che rimarrà come caratteristica suprema della figura del Bissolati e come suo principale merito, quello di aver meno di tutti risentito di cotesta influenza straniera, e di avere conservato nel suo intimo il più e il meglio di quel nostro pensiero e di quel nostro sentimento nazionale. Così che si può ben dire di lui, ch’egli è rimasto sempre il più italiano dei socialisti e perciò, io penso, la figura più rilevante del socialismo italiano.
... Ed è bastato invero che sul cammino del socialismo si ponesse di traverso la suprema questione della nazionalità e della Patria, perché dal profondo della sua coscienza irrompessero i substrati mazziniani e garibaldini, vale a dire i substrati eternamente e santamente italiani, del suo essere; ed avessero facile ragione di tutte le soprastrutture di metodo, di coltura, di opportunità tattica, ch’egli poté derivare dalle correnti straniere.
E come avrebbe potuto essere diversamente? Non era stato Leonida Bissolati, per le ragioni più incoercibili del suo temperamento spirituale, più vicino sempre al Mazzini, in cui predominò il cuore dal quale, come egli stesso diceva, "vengono le più grandi idee”; anziché al Marx, in cui predominò il cervello, così che le sue stesse concezioni umanitarie, siccome fu giustamente osservato, appaiono piuttosto deduzioni, raggiunte necessariamente in forza di un puro processo logico, anzi che aspirazioni rampollanti spontaneamente da un’anima accesa dall’amore dell’umanità? Come avrebbe potuto, del resto, rimanere supinamente aderente alla tradizionale concezione socialistica un uomo, come il Bissolati, che non avrebbe mai potuto capire e accogliere quella potenza di odio, che nel Marx era stata rilevata di già con terrore dallo stesso Mazzini? Come poteva adattarsi, anche soltanto come a metodo o a strumento di indagine e di dimostrazione, al materialismo storico un uomo come Leonida Bissolati, che non comprese, che non ammise, che non subì, che non adoperò mai, se non la potenza imponderabile delle più grandi forze ideali?
Orbene, questo fece la sua grandezza, ma ha fatto forse anche la sua debolezza. Grandezza, intendo, non solo morale, ma politica, come apostolo, innovatore, agitatore, educatore e conduttore di popoli. Debolezza di uomo di Stato, o forse, è più esatto dire, di eventuale uomo di Stato. Come mai un uomo, a cui non si poteva mai dare da nessuno la propria parola d’onore, senza che egli si sentisse vincolato nella sua coscienza a crederci, un uomo che non avrebbe potuto mai vedere una lagrima sincera rigare un volto umano senza sentirsene turbato e intenerito, un uomo che non avrebbe mai potuto non piegarsi ad una preghiera disperata, un uomo che non poteva darsi ad una causa se non sentiva di potersi ad essa tutto sacrificare, pagando sempre e prima di tutto con la propria persona; -come mai avrebbe potuto formare un vero uomo di Stato, nelle crude, nelle tristi, nelle spietate necessità della vita politica odierna?
In lui cotesto senso del sacrifizio assurse, almeno nelle più ferventi e profonde aspirazioni di tutta l’anima sua, alle sfere superne dell’eroismo. Non dimenticherò mai il giorno in cui, avendo io scritto una commemorazione di Cesare Battisti ed avendo creduto di non poterla dedicare a person più degna e più spiritualmente prossima all’eroe, se non dedicandola a Leonida Bissolati, vidi passare nei suoi occhi, accanto all’ombra della sua allarmata modestia, anche un lampo, forse il solo lampo di invidia, che abbia solcato mai un suo sguardo: l’invidia che il destino non avesse consentito a lui pure di poter fare alla patria un sacrifizio egualmente grande e completo, come quello che le aveva fatto Cesare Battisti. E sì che al destino egli non aveva certo precluse le vie, con la grave ferita toccata, con il ritorno quasi gioioso ai maggiori pericoli, con i propositi eroicamente disperati dei giorni della suprema sventura. Poiché in lui, al di sopra di tutte le fedi, al di sopra di tutte le cause, al di sopra di tutte le tattiche, era questa convinzione e questa credenza istintiva e connaturata con tutto l’essere suo e la sua stessa vita: che di fedi e cause e tattiche non si potesse dare la giusta misura, se non facendo per esse il sacrificio supremo, quello della vita.
Per lui era profondamente vera la sentenza immortale: fidem firmavit sanguine! La sola prova irrefutabile, che si possa opporre a tutti gli scetticismi, a tutte le ironie, a tutte le calunnie, a tutte le ingiurie, a tutte le perfidie!
Ma in lui fu forse un eroismo anche più difficile e meritorio di questo. Un eroismo, che con il sempre più fatale e tirannico prevalere delle grandi masse, irresponsabili, impulsive e cieche, diventa sempre più scabroso e doloroso: quello di affrontare il loro odio travolgente con asserire fermamente in faccia ad esse la verità, che ci sta chiusa nel più profondo del cuore. Questo coraggio il Bissolati possedette in sommo grado, e lo spiegò di contro agli amici di ieri e agli amici di oggi, affrontando imperterrito la detestazione degli uni e degli altri. Contro ogni suo interesse privato e politico, contro, in apparenza, ogni più legittima aspirazione di popolarità e di gloria, egli confessò sempre, con serenità intrepida, quel divino ideale di giustizia umanitaria, in cui la sua anima si affissava quasi in una esaltazione mistica, in cui egli credette come in una religione. Così che anch’egli avrebbe potuto esclamare con l’amareggiato poeta:
Ogni plebe m’insulta, e rossa e nera,
Dio, perché vidi un ciclo aperto e Te.
Quando la posterità volgerà curiosa e attonita il suo sguardo sopra questa nostra grande epoca travagliata, della cui importanza, della cui gravità, del cui appassionante interesse per i futuri noi, che ne siamo attori, non possiamo forse avere piena coscienza; e cotesti futuri saranno tratti a immaginarci anche peggiori di quanto fummo, ed anche più feroci, per quanto sangue sparso e più ancora per un così selvaggio cozzo di passioni contrastanti; ebbene, un qualche più benigno giudizio si farà strada nei loro animi, quando vedranno passare attraverso l’insanguinata e torbida scena una immagine come quella di Leonida Bissolati!
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