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Max Ascoli

Saluto a Gobetti

Tratto da «Il Quarto Stato», n. 1, 27 marzo 1926

All’inizio di questa rivista noi dobbiamo salutare un morto: e questo morto di 25 anni che era nostro amico ci dà il senso di una fatalità che ci colpisce, quasi a rendere il nostro cammino ancora più duro. Ci sono già troppi vuoti fra noi perché anche la morte debba contribuire a formarli, troppe deficienze di energie perché proprio quegli che era il più fervido dovesse essere colpito. E il dolore per la morte di Gobetti e il senso amaro che ci viene da questa morte di un amico, rendono ancora più serio il nostro inizio di lavoro, in questa nuova rivista che per sé non attende e non desidera nulla di facile.
Parecchi di quanti collaborano qui hanno scritto in "Rivoluzione liberale”, sono stati amici di Gobetti, hanno imparato a conoscersi grazie a "Rivoluzione liberale” e a Gobetti. E questo certo non potrebbe definirci perché molto oltre la cerchia dei nostri attuali o eventuali compagni di lavoro si estende il numero di coloro che han conosciuto Gobetti e hanno in un qualsiasi momento lavorato con lui; tanti, fino ad essere troppi, fino a dare, talvolta, il senso di una confusione e quasi di una contaminazione, come se si trattasse più di un punto di transito e di incontro che di un vero centro di raccolta; come se dall’attività politica o culturale dovesse poi sorgere assorbente quella commerciale, libraria. Siamo stati tutti molto ingiusti verso Gobetti: d’altra parte il suo atteggiamento lo portava a non incontrare nemici, ma a suscitare dissensi e proteste da ogni parte. Tutti amici, tutti o quasi tutti dissenzienti; e di tutti o quasi di tutti Gobetti era critico scontento. La "Rivoluzione liberale” era appunto l’incontro di tendenze diverse ed opposte, ricercate in quanto ciascuna potesse coscientemente contribuire alla formazione di un substrato liberale alla vita politica italiana, non vi era allora tendenza da cui il liberalismo non potesse ricever contributo, e da cui non potessero sorgere individui collaboranti a "Rivoluzione liberale”. Praticamente nemmeno i fascisti avrebbero dovuto essere esclusi, e in realtà con fascisti della tendenza più estrema Gobetti ebbe rapporti personali e editoriali. "Rivoluzione liberale” non era né avrebbe potuto mai essere un partito, ma coi più opposti partiti, soprattutto coi più rivoluzionari, era, attraverso Gobetti, costantemente in contatto, creando così una provvisoria sintesi liberal nel gruppo d’uomini che si trovavano attorno a Gobetti. Singolarissimo fenomeno, profondamente più originale, certamente più pieno di significato di quante altre imprese culturali o editoriali si erano svolte in Italia. Questo ventenne conosceva tutti, sapeva da ogni scrittore italiano che non gli repugnasse provocare un contributo o una collaborazione, era giunto con una iniziazione pressoché nulla a impossessarsi delle più riposte regole d’attività per penetrar nel pubblico, formarsi un pubblico, vivere con uomini di lettere e di parte giovando loro e servendosene per i suoi scopi. Che cosa volesse Gobetti, quale fosse con esattezza il suo pensiero, pochi sapevano; l’originalità del suo stile fatto di sottintesi, di riferimenti intimi, era da moltissimi giudicata come una impenetrabile oscurità; e nell’uso delle parole e delle idee, Gobetti seguendo la necessità della propria formazione originalissima, soprattutto per rapidità, impregnava parole e idee comuni con una tale vastità di significati da rendere qualche volta veramente difficile la comprensione. Ma tutto questo importava molto poco; anche chi non capiva Gobetti lo seguiva, e gli serviva e se ne serviva; e chi gli era lontano doveva, in un modo o nell’altro fare i conti con lui. Gobetti non era tutto in questa o in quella sua attività, tanto che come scrittore poteva far a meno della comprensione, come pensatore di un sistema e come uomo politico di un partito; Gobetti era tutto nella sua illimitata capacità di agire, nella rapidità quasi inverosimile con cui sapeva comprendere, racchiudere in una forma, suscitare energie. E poi scrivere, trovare il tempo per passare ore in biblioteche, tenere corrispondenze con centinaia di uomini, e amministrarsi e pubblicare libri che imballava poi con le sue stesse mani. Un articolo, un atteggiamento di Gobetti provocano critiche qualche volta irose: ma come si poteva reagire se mentre si stava ancora discutendo su quel che Gobetti aveva fatto, lui era già lontano, alle prese con una nuova opera?
Veramente non si può intendere Gobetti se non pensando che egli era un ragazzo, anche se un prodigioso ragazzo: e tale egli è stato fino all’ultimo. Anche ora che questo povero figliolo è morto, si ha, pensando a lui, quel senso di pena infinita che danno tutti i morti troppo giovani: perché non si sa vedere quel che essi avrebbero fatto e sarebbero stati; eppure Gobetti ha scritto quanto un autore non sterile può scrivere in una non breve vita. Gobetti era un prodigioso ragazzo, che all’età in cui si fanno appunti in margine ai libri letti, volgeva già i pensieri provocati dalle sue letture scrivendo con la linotype. E all’età in cui si mandano le prime lettere esitanti all’uomo illustre del proprio cuore, Gobetti si poneva innanzi ai protagonisti della vita italiana con la severa attitudine del critico quasi sempre temuto. Tutta la sua elaborazione di pensiero da adolescente a uomo si svolgeva in pubblico: invece del giornale intimo, il giornale di battaglia, e invece del primo abbozzo di lavoro originale, la vasta opera di raccolta e di selezione per avviare tutti a un lavoro comune attorno a lui che forniva il formidabile e inimitabile esempio. Ma nella sua crudezza che qualche volta pareva anche durezza, si sentiva l’assimilazione troppo rapida del ragazzo precoce e nella fervorosa attività in cui nessuna dura fatica repugnava si sentiva insieme la serietà acre e la gratuità del giovanissimo ingegno. Serio come non sanno esserlo i grandi nel pensare e nel vivere la politica, si può dire che nella attività di Gobetti vi fosse qualche cosa del giuoco. Un giuoco fatto con estreme serietà da ragazzi riuniti sui vent’anni attorno a Gobetti, come a dieci erano riuniti attorno a Vamba: e di contro all’Italia troppo amaramente conosciuta si elevava il miraggio di un’Italia più severa, secondo le aspirazioni di alcuni autori, la cui letteratura aveva fortissimamente impressionato; e ci si faceva e si agiva già come cittadini di questa Italia.
E quel che ci fu di veramente straordinario in questo serissimo giuoco giuocato in Italia sotto la direzione del ragazzo Gobetti, fu la sua profonda utilità. Fu una palestra che servì a scoprire alcuni, a fare pensare molti, fu una rivelazione di cui ora si può appena intravedere il significato, dell’intimo travaglio di una generazione che ancora non riesce ad esprimersi. Questo travaglio, portato a investire i più fondamentali problemi della vita del pensiero, Gobetti lo mostrò con un vigore incomparabile. Ci voleva della forza, del coraggio quasi temerario, solo un ragazzo così riccamente dotato come Gobetti poteva avere questo coraggio. Di colpo egli arrivava alla posizione netta intransigente con una spontaneità di cui non possono essere dotati i grandi troppo iniziati e invischiati nei misteri della attività politica. In una situazione così dolorosamente aggrovigliata quale era la situazione italiana, l’istintiva, netta, intransigenza di Gobetti, la facilità con cui egli era portato a superarla furono provvidenzialmente utili.
Ora tutta questa attività è finita, il nobilissimo giuoco, l’esempio e lo stimolo e la rampogna dati ai grandi da questo giovanissimo, tutto ciò è finito. Gobetti è stato consumato non si sa se dalla sua fatica o dal dolore per non poterla continuare. Non saremo più rimbrottati e stimolati da lui, non diremo più male di Gobetti, ora che è diventato il povero Gobetti e la sua opera ci appare sempre meglio come qualcosa di necessario e provvido. Le funzioni più dure che egli amava assumersi, dovremo, pesantemente, dividercele tra noi. Ma la sua avventura è qualcosa di inimitabile e la sua opera assai difficilmente continuabile. Rimane sì l’esempio, ma forse nessuno è capace di seguirlo. Soprattutto rimane, forte come il rimpianto di lui, l’intransigenza ben più salda della sua giovanile curiosità di contatti con ogni gente estrema, e la sua fede ferma e secca. Per questo, all’inizio di questa nuova rivista, noi salutiamo con commossa gratitudine, il giovanissimo amico morto, quasi come un maestro.

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