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Gaetano Salvemini

Federalismo, regionalismo, autonomismo

Tratto da «La Critica Politica», fasc. 10, 1945

Il termine «regionalismo» è assai pericoloso se include il concetto che le regioni debbano essere costruite per legge dai signori che stanno seduti a Roma, sieno essi, o un dittatore o alcune centinaia di parlamentari.

Molte delle province italiane sono regioni naturali. Per esempio, le province di Reggio Calabria, Catanzaro, Cosenza, Potenza, Lecce, Bari, Foggia, Roma, Perugia, Genova combaciavano, prima di certe riforme fasciste, con vere e proprie regioni naturali: le tre Calabrie, la Basilicata, la Terra d’Otranto, la Terra di Bari, la Capitanata, il Lazio, la Liguria, l’Umbria. In altri casi, per esempio Sicilia, Toscana, Emilia, Lombardia, Veneto, Piemonte, la regione è divisa in più province. Sarebbero queste province disposte ad associarsi in unità regionali?
Se si accetta il principio autonomista, bisogna accettarlo con tutte le sue conseguenze. I comuni debbono essere liberi da ogni influenza prefettizia come sono in America, in Inghilterra, in Svizzera; le province debbono essere federazioni di comuni amministrate da consigli provinciali senza bisogno di prefetti.
Nell’accentramento amministrativo italiano, la frazione di un comune non può costituirsi in comune autonomo se una legge del parlamento centrale non lo permette. Perché mai il deputato di Aosta debba metter becco in una faccenda che interessa solamente alcune centinaia di uomini e donne nella provincia di Chieti, è un mistero impenetrabile. Quando il progetto di legge per la erezione in comune autonomo della frazione di Vattelapesca, arrivava alla Camera, il progetto passava senza che nessuno se ne occupasse in una di quelle antimeridiane sedute, in cui si varavano, senza discussione, centinaia di «leggine» cucinate o consentite dalla burocrazia centrale irresponsabile e a cui non interveniva nessun deputato. Ma ci erano "voluti anni prima che una faccenduola come quella della frazione di Vattelapesca arrivasse a maturazione: suppliche al prefetto; consigli comunali le cui maggioranze dovevano dare parere favorevole; commissioni al deputato a domandare la grazia e a promettergli i voti; viaggi a Roma per andare insieme col deputato a scongiurare il ministro o almeno il segretario competente e il burocrate sedentario che doveva preparare il progetto di legge, e spiegare il perché e il per come; eppoi aspettare una benedetta seduta antimeridiana per varare la grande impresa. Mistero impenetrabile? Niente affatto! Quello era uno degli infiniti filamenti che tenevano incatenato l’elettore al deputato e il deputato al ministro. Se gli abitanti della frazione di Vattelapesca non votavano per il deputato ministeriale, niente comune autonomo. E se il deputato non votava per il ministero, niente comune autonomo. Perciò la faccenda era mandata per le lunghe più che fosse possibile. La gratitudine della gente è di così corta durata!
Con Mussolini i segretari federali presero il posto dei deputati. Fu peggio. Coi deputati una frazione non poteva diventare comune autonomo, e un comune autonomo non poteva essere aggregato ad un altro comune se la faccenda non era discussa dagli interessati. Si poteva bestemmiare, se non altro. Col segretario federale non si discusse e non si bestemmiò più. Un bel giorno gli interessati erano informati che Mussolini li aveva dichiarati per decreto reale autonomi o aggregati a un altro comune, e guai a chi non cantava immediatamente «Giovinezza, Giovinezza!».
Vogliono gli Italiani ritornare alle pratiche schiaviste prefasciste e fasciste? Si decideranno mai ad affermare che nei loro affari essi stessi debbono essere i padroni e non i padreterni, burocratici o parlamentari che sieno di Roma?
Una legge generale deve senza dubbio, fissare la procedura che gli interessati debbon seguire nel deliberare su queste materie affinché decidano a ragion veduta e non per capricciose improvvisazioni. Ma entro i limiti della legge generale, la deliberazione deve spettare agli interessati e non ai padreterni di Roma.
Le regioni, se debbono nascere, debbono nascere non perché una maggioranza nella Assemblea Costituente della Repubblica di là da venire deciderà che debbano nascere. L’Assemblea Costituente abolisca i poteri dei prefetti in questo e in molti altri campi, autorizzi le frazioni a costituirsi in comuni autonomi, autorizzi i comuni e le province ad associarsi o dividersi secondo lo credono opportuno e poi abbandoni ciascuno a se stesso. Ognuno per sé e Dio per tutti.
Che cosa avverrebbe se le province fossero autorizzate a formare federazioni regionali?
Molte province rispondono a lunghe tradizioni storiche. In molti casi risalgono ai tempi di Roma. Una provincia spesso corrisponde a quella che ai tempi di Roma fu una civitas. Quelle che sono oggi chiamate «regioni» sono né più né meno che i «compartimenti» degli annuari statistici. Ma molti di questi «compartimenti-regioni» non hanno nessuna base nella storia italiana. Nel «compartimento-regione Emilia» le province di Parma e Piacenza sono civitates romane che nel 1859 appartenevano a uno «stato», il ducato di Parma. Le province di Reggio e di Modena appartenevano al Ducato di Modena. Ferrara, Bologna, Ravenna, Rimini ecc. appartenevano agli Stati della Chiesa. Le province della cosidetta «Emilia» non hanno nessuna storia comune. Mentre la cosidetta «regione» Emilia consta di province che hanno sempre avuto una personalità storica propria, esistè una volta un Granducato di Toscana diviso in province le quali risalgono anch’esse a Roma. Ma è incerto se Siena, Pisa, Lucca e Arezzo amerebbero dipendere da Firenze più che da Roma. Il Regno delle Due Sicilie consisteva nel continente di province che erano quasi tutte regioni naturali. Se queste regioni-province vorranno ricostituire una super-regione napoletana, magari con un Borbone come re, facciano pure. Ma debbono essere gli abitanti dell’Italia meridionale a volere così e decidere così, e non un certo numero di piemontesi o veneti o triestini sedenti, digerenti, e deliberanti a Roma, anche se in una Assemblea Costituente.
Io non so se in Sardegna le province di Cagliari e di Sassari  vorrebbero formare una  «regione» sarda. Né so se le province di Palermo, Catania, Messina ecc. sarebbero disposte a formare una regione siciliana. Dopotutto i porti di Palermo, di Catania, Messina, sono indipendenti l’uno dall’altro e i territori a cui essi servono, non hanno nessun bisogno di formare una unica regione portuale.
Molto probabilmente le provincie siciliane, abbandonate a se stesse, saranno interessate a formare un consorzio per l’amministrazione in comune delle grandi vie di comunicazione e delle ferrovie principali. Ma Palermo e il territorio dipendente dal porto di Palermo vorranno badare al porto di Palermo, e così Messina e Catania.
Le province che si trovano intorno al basso Po, sia che esse appartengano al Veneto o all’Emilia, avranno interesse a fare un consorzio per la cura del basso Po. Probabilmente tutte le province a Nord del Po dal Piemonte al Trentino e al Veneto avranno interesse a fare un consorzio idro-elettrico. Ma non si vede perché le province del Piemonte -di cui ciascuna ha la sua tradizione- debbano formare una regione sol perché in Roma un certo numero di deputati siciliani o pugliesi avrà deliberato che il Piemonte deve formare una regione. Bene inteso che se i piemontesi vorranno, dovranno poter fare a modo proprio senza domandare il permesso a nessuno.
Specialmente per quanto riguarda la Sicilia, il parlare di una regione siciliana è assai pericoloso e può essere utilizzato dai separatisti.
Io ho forse perduto il mio tempo occupandomi di questa faccenda.
Da quel tanto che arriva qui in America, di quanto si pubblica oggi in Italia, ho la impressione che ben pochi in Italia si interessino di questa materia. Tutti si dicono rivoluzionari e tutti sono conservatori. Tutti dicono male del governo, come tutti ne dicevano male anche quando si stava meglio e quando si stava peggio. Ma invece di domandare al «governo», cioè ai padreterni di Roma, che non si occupi di affari che non lo riguardano, tutti domandano qualcosa al governo. Naturalmente il governo dà quel che solamente può dare: moneta cartacea che aggrava l’inflazione, e burocrati che contribui scono alla inflazione coi loro stipendi e per giunta paralizzano le iniziative private usurpando per sé funzioni che dovrebbero essere lasciate ai privati. Si grida contro la burocrazia e nello stesso tempo si accettano, anzi si domandano, governatori al di sopra dei prefetti, cioè nuove ruote burocratiche, per la Sicilia e per la Sardegna, come se un superprefetto possa dare alla Sardegna e alla Sicilia quel che egli stesso non ha. È la storia delle quattro guardie che guardano le due guardie che guardano la guardia che guarda la porta del re.
Nessuno rivendica le autonomie comunali e provinciali contro i prefetti. Nessuno dice che i prefetti dovrebbero essere senz’altro defenestrati. Nessuno domanda che si facciano una buona volta le elezioni amministrative per consentire ai cittadini di badare da sé ai propri affari, sia pure sul letto procusteo della vecchia legge comunale e provinciale pre-fascista. In queste condizioni, parlare di autonomismo o federalismo è come suonare la «Cavalcata delle Valchirie» a una platea di sordi.
Ma già che mi sono messo a questa bella impresa, voglio continuare.
Chi sa che in quella platea non vi sia qualcuno, per esempio direi Oliviero Zuccarini e gli scrittori di «Critica Politica», che hanno orecchi per sentire. Tutti domandano al «Governo» aiuti -cioè carta moneta e inflazione- per la ricostruzione delle case demolite dalla guerra. E il governo promette aiuti -cioè carta moneta e inflazione- a tutti, e manda impiegati del genio civile qua e là a far perizie e promettere aiuti -cioè carta moneta e inflazione- a tutti; e chi aspetta la manna governativa, se ne sta con le mani in mano ad aspettare. Se qualcosa si fa per riparare al disastro, si fa nei piccoli paesi lontani dalle autorità governative dove fortunatamente nessuno spera nulla, anzi tutti hanno paura del «governo», e debbono arrangiarsi da sé, meglio che possono.
Se Carlo Cattaneo non fosse vissuto in Italia, la gente domanderebbe al Governo due soli provvedimenti: 1) che esentasse per legge da ogni imposta sui fabbricati per mezzo secolo le aree che una volta erano fabbricate e che sono state demolite dalla guerra; e 2) che istituisse banche provinciali di prestiti al 2% d’interesse con ipoteche sulle aree fabbricabili. Dopo di che ognuno dovrebbe sbrigarsela da sé, senza genio civile. Si può essere certi che le case ognuno se le ricostruirebbe da sé colla massima economia possibile e al più presto possibile, come se le era costruite in passato da sé. Il «governo» deve intervenire in questa faccenda a fare solamente quello che i privati non possono fare da sé, cioè abolire la imposta, rendere possibili i prestiti su ipoteca a modico interesse, e inoltre riorganizzare al più presto i trasporti interni e la importazione dall’estero di quelle materie prime che mancano in Italia.
Finché il problema dei trasporti e quello delle materie prime non è risoluto, è inutile illudersi che le case demolite possano essere ricostruite. Bisogna che ognuno «si arrangi da sé» meglio che può, senza aspettarsi nulla dal governo. Invece tutti domandano tutto al «governo». E il «governo» promette putacaso 500 milioni di carta straccia a Napoli, 200 milioni a Messina, 10 milioni al paese del sottosegretario Caio, 5 milioni ai possibili elettori del segretario Sempronio.
Ho parlato delle autonomie locali. Non basterebbe abolire i autorità dei prefetti sui comuni e sulle province. Bisognerebbe restituire ai comuni e alle province molte delle funzioni che sono state usurpate dalla burocrazia accentrata, cominciando per esempio dalle scuole elementari e secondarie, e dalle strade e ferrovie d’interesse locale. Naturalmente insieme con questi servizi dovrebbero essere trasferite agli enti locali le sorgenti tributarie necessarie per alimentare quei servizi: la imposta fondiaria e la tassa sui fabbricati. Si risolverebbe così anche il problema della perequazione fondiaria, perché non ci sarebbe più bisogno di perequare la imposta fondiaria di Val d’Aosta alla imposta fondiaria di Siracusa: ognuno si terrebbe per sé la propria fondiaria. Si perequerebbe così anche la imposta sui fabbricati. Nell’Italia settentrionale e centrale le abitazioni rurali, sparse per le campagne, sono esenti dalle imposte sui Fabbricati. Nell’Italia meridionale i contadini abitano accentrati in mostruose borgate rurali, e tutte le loro case pagano la imposta sui fabbricati. Quando ogni comune e provincia si tenga per sé la imposta sui fabbricati, questa ingiustizia cesserebbe automaticamente. Questo è uno dei vantaggi del metodo federalista: risolve molti problemi di giustizia, distribuitiva fra le diverse parti del paese abolendo le funzioni e le entrate del governo centrale.
Questo non vuoi dire che il governo centrale venga a sparire. Come ho già detto, vi sono funzioni che esso solo può e deve esercitare. Fra queste funzioni vi è anche quella di intervenire negli affari locali nell’interesse nazionale quando gli enti locali si dimostrino inetti a eseguire le leggi rese necessarie dall’interesse e dal decoro nazionale. Per esempio, vi sono comuni i quali finora si sono7 dimostrati incapaci di estirpare l’analfabetismo. Quali che siano le cause di questo fatto, è chiaro che le scuole elementari non possono essere abbandonate a quei comuni diciamo così minorenni e irresponsabili. Un provveditore inviato dal governo centrale deve prendersi cura delle scuole elementari nei comuni, nei quali l’analfabetismo della popolazione inferiore ai vent’anni supera putacaso, il 20%. Ma ogni comune deve conservare il proprio bilancio scolastico sotto la sorveglianza del provveditore. Da un esame dei bilanci locali apparirà, immediatamente, ai provveditori che l’analfabetismo è così alto in quei comuni perché questi sono così poveri da non poter pagare tutti i maestri necessari e costruirsi gli edifici scolastici. Ecco dove l’interesse e il decoro nazionale obbligherebbero il governo centrale a intervenire a spese dell’intera nazione, sussidiando i poveri comuni. Ma altro è intervenire a costringere tutti i comuni in una rete di regolamenti scolastici cucinati da un direttore generale a Roma ed eguali per tutta Italia dal Trentino alla Sicilia. C’è bisogno che tutte classi elementari si aprano e si chiudano lo stesso giorno in tutta Italia? Nello stesso comune, le semine e le raccolte si fanno in un mese nelle frazioni di montagna e in un altro mese al piano. Che ogni comune adatti il calendario scolastico alle condizioni locali, e al diavolo il sedentario di Roma.
Un altro caso in cui l’intervento del governo nazionale è necessario è quello, già accennato, della imposta sui fabbricati. La guerra è stata un fatto nazionale. Ecco perché coloro che hanno perduto la casa debbono essere aiutati dal governo nazionale a ricostruirla a spese della nazione. Ma se l’imposta fondiaria è abbandonata ai comuni e alle province, i comuni e le province devastate dalla guerra perderebbero questo cespite di entrate. Il governo centrale deve compensarli con sussidi straordinari, ricavandoli da una sovraimposta che dovrebbe essere pagata dai fabbricati non distrutti di tutta l’Italia.
I casi si potrebbero moltiplicare. Ma non è necessario. Quando si sostituisca il metodo federalista o autonomista al metodo centralista e burocratico, ogni problema deve essere risoluto caso per caso.
Un’ultima osservazione. Il mio vecchio amico, Dorso, dirige a Napoli un quotidiano «meridionalista». Buona fortuna a lui e ai suoi amici. Ma il «meridionalismo» può essere pericoloso come il «regionalismo» se non è bene inteso. Giustino Fortunato insegnò che l’Italia meridionale deve non domandare leggi speciali, ma riforme nella politica generale che siano veramente adatte ai bisogni delle classi povere in tutta l’Italia. Siccome l’Italia meridionale consiste quasi interamente di classi povere, le riforme nella politica generale riusciranno utili specialmente all’Italia meridionale. Ma non saranno favori speciali. Saranno giustizia per tutti.
Spiegatevi con un esempio!
Eccolo qua. Gli edifici per le scuole elementari non possono essere ricostruiti dai comuni poveri senza sussidi governativi e leggi pre-fasciste e fasciste sussidiavano i comuni che costruivano edifici scolastici: cioè sussidiavano i comuni ricchi in proporzione degli edifici che essi potevano ricostruirsi, e lasciavano dove stavano i comuni poveri: il pastore senza scuole della Sardegna pagava le tasse per sussidiare i municipi di Genova, Torino e Milano che si costruivano le scuole: una legge speciale alla rovescia. Domandare allora una legge speciale per il mezzogiorno che faccia equilibrio alle leggi speciali per il Settentrione? Sarebbe metodo sbagliato. Bisogna domandare una legge generale. Tutti i comuni italiani siano divisi in classi secondo l’analfabetismo. Per esempio:
Classe    I    comuni nei quali l’analfabetismo è sceso sotto il 10%
   
»         II         »      »     »              »                 è fra l’11 e il  20%
   
»         III        »      »     »              »                 è fra il 20 e il 30%
    »         IV        »      »     »             
»                 è superiore al 30%
I sussidi governativi per edifici scolastici debbono essere concentrati in un primo tempo sui comuni della classe IV; quando tutte le scuole necessarie a questa classe siano state costruite, la classe quarta è entrata a far parte della classe terza e i sussidi si concentreranno tutti sulla classe terza. Frattanto le classi una e due se ne vadano senza sussidi, che non ne hanno il bisogno. Una misura di questo genere sarebbe necessaria non solo nel mezzogiorno e nelle isole ma anche nei comuni più poveri dell’Italia settentrionale e dell’Italia centrale. Dunque, legge generale e non favori speciali.
Ma a che scopo sciupare tempo in queste piccinerie? Meglio domandare le colonie e dichiarare la guerra al Giappone.

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