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Giovanni Russo

Dialogo su Israele

Tempo Presente, Vol. VII, n. 11, novembre 1962

Dan è seduto nella poltrona con braccioli di legno di finto lusso, nell’albergo di Tel Aviv dove ho trovato una camera per trascorrere la mia ultima notte in Israele. È venuto a salutarmi prima della partenza. Legge un giornale. Io sto dando le valigie al facchino. L’albergo non è molto comodo. Per esempio nella mia camera manca la doccia e l’aria entra dalla finestra. Ho intravisto, salendo le scale, una grassa ragazza che lavava gli scalini; evidentemente un’ebrea yemenita o marocchina. Ho ripensato al nuovo problema di questo paese nuovo: l’integrazione e l’educazione degli ebrei provenienti dai paesi arretrati dell’Africa e dell’Asia che potrebbero abbassare il livello della maggioranza. Possono diventare cittadini di seconda classe, i nuovi arabi.
Sono desideroso di partire. Non mi hanno stancato le migliaia di chilometri che ho percorso in automobile o in aereo, ma mi hanno stancato, quasi ubriacato, tutti i problemi che ho dovuto discutere. Mi ha colpito soprattutto la necessità che hanno gli israeliani di riaffermare continuamente la validità delle loro esperienze. È come se cercassero, convincendo l’interlocutore straniero, di allontanare ogni dubbio dalla loro mente e dalla loro anima: è giusto lottare qui, in condizioni di difficoltà e di sacrificio, contro natura e contro gli arabi, è giusto insomma creare uno Stato ebraico.
Quando sono arrivato ho capito che il rapporto fra Israele e gli arabi non m’importava tanto quanto avevo pensato; m’importava, invece, conoscere gli israeliani, la loro umanità, le loro esperienze; ma, ora che stavo per ritornare in Italia, mi sembrava di non essere riuscito a coordinare le mie impressioni e di non aver colto l’essenza di questo viaggio. Pensavo che sarebbe stato facile accusarmi di aver ubbidito alle ragioni della propaganda, di aver «creduto» facilmente alle interpretazioni ufficiali degli israeliani (che ne sanno fare buon uso) e questo pensiero mi infastidiva. Ero lì, nella sala dell’albergo, e guardavo Dan che, quindici giorni fa, ancora non conoscevo. Impeccabile nel suo vestito tagliato all’inglese, gentile. Quante volte, parlando con questi israeliani di origine europea, mi sono accorto che, nonostante la maschera che essi si sono imposti, covano il dubbio; e benché abbiano tentato di soffocarlo nel più chiuso di se stessi, non hanno potuto uccidere quel nucleo di dolore, di inquietudine eterna. [...]

Davanti al grande teatro romano che si inconca nella spiaggia di fronte al vallo della Fortezza Crociata, col mare che s’insinua nelle piccole baie, si staglia la figura di questo vecchio turco che parla spagnolo («Siamo trentamila venuti qui») e che mi mostra una lettera dell’architetto italiano che ha contribuito alla scoperta di Cesarea. La sua figura si sovrappone sulla poltrona a quella di Dan. «Israele non è per me (risento le sue parole castigliane fra il rumore delle onde) che ho 68 anni, ma per i miei sette figli. In Turchia si sa com’è. Difesi quel paese in guerra dal 1912 al 1918 e, quando la guerra finì, mi dissero: "Porco ebreo”».
Le sue parole mi fanno guizzare, per un attimo, nella sfaccettatura turca della universale realtà ebraica: il commercio nei bazar, le prepotenze della polizia (un ebreo aveva torto), le vessazioni, le estorsioni e lo spettro, dietro, dell’odio. Dan mi vede assorto: «Stai pensando a quello che scriverai?». «Mi sembra di non ricordare più nulla -rispondo- mi pare come se l’essenziale mi sia sfuggito».

Che cos’è Israele? È ancora per noi un’entità così astratta, metafisica; un pensiero e una volontà di essere come nazione così lontani dalla nostra vecchia storia di europei, legati alla terra, sgorgati e ingorgati nei nostri paesi e nelle nostre città, tra monumenti e miserie, sangue e guerre e ora tutti, con l’apparenza allegra, nel cemento armato, nelle automobili del Mec, nel lungo week end. «Anche voi il sabato fate il week end» . Dan non sembra ascoltarmi. «Voi siete tanto più antichi e vi trovo tanto più nuovi e incomprensibili. Con i vecchi e con gli adulti, ho potuto parlare. Ho intuito la verità sotto la propaganda. Siete stati troppo abituati a scrutare le intenzioni nascoste degli "altri”, nei secoli, per non distinguere chi vi crederà subito in tutto o chi potrà penetrare, anche solo per poco, più in fondo, un millimetro sotto la superficie della vostra anima. Ma allora siete a bloccarlo perché non vada tanto avanti. Tutto sommato, vi preferisco ai giovani. Questi un po’ li compiango, forse perché li invidio. Sono sicuri, energici, spericolati, coraggiosi, orgogliosi, vittoriosi e decisi. Mi guardano come uno straniero. Non riesco a parlare con loro. Maneggiano il volante del trattore e il grilletto del mitra con disinvolta perfezione, calcano le sabbie con gioia. Studiano con passione. Sono nazionalisti. Forse non ho la misura per capirli. Assomigliano a tanti giovani di oggi. A Gerusalemme, in un night club, ne ho visti ascoltare, intenti, canzoni esistenzialiste cantate in ebraico, al lume di mucchi lacrimosi di candele. Una ragazza di un kibbutz, con i capelli a crocchia, una vecchia moda campagnola delle nostre parti, ballava il twist con un giovane di città».
Dan sorride: «Tu cerchi anche qui la risposta a domande fondamentali. Vedi la gente di un paese nuovo e ti domandi se è felice; se ha trovato la felicità ritornando alle origini, riattingendo alla fonte della Bibbia, questo suo passatopresenteeterno; e mi domandi: "Voialtri siete religiosi? Siete contenti?”. No, noialtri siamo come tutti: cerchiamo».

Vorrei avere da Dan, prima di partire, una chiave, una illuminazione per organizzare le mie impressioni, per portare da questo viaggio, con me, un granello di verità. Andiamo in un ristorante. Sono le due del pomeriggio e a quest’ora Tel Aviv, come tutte le città del mondo, è semivuota. Mi sembra ancora più brutta nel grigio stinto delle sue case e poiché non c’è sole. Il ristorante è deserto. Mi stupisce sempre osservare che questi ristoranti hanno spesso l’atmosfera dei ristoranti dell’Europa del Nord.

È ancora difficile per me collegare quella realtà, travolta dalla brutalità del genocidio, alla realtà nuova, che sta fiorendo tra le aride sabbie . Mi dispongo ad ascoltare Dan. «L’ebraismo -mi dice- era una immensa riserva d’azione della civiltà occidentale. Perciò chi si aspettava dalla raccolta di due milioni di ebrei una manifestazione di azione e cioè di pensiero è rimasto deluso. All’azione, che era reazione all’esclusione in cui l’ebreo condannava se stesso e era condannato dagli altri, si è sostituita l’attività. La spiegazione può sembrarti banale, ma è fondata su due ragioni: è stato attuato il sogno del ritorno alla Terra promessa e, in secondo luogo, è cessata l’antinomia con delle società estranee. Sono sorti invece i bisogni dall’articolazione dello Stato. Così quella forza complessa dell’ebraismo si è scaricata ed è diventata forza realizzatrice». «Me lo hai già detto: per fare andare avanti i treni non occorre essere ebrei e non tutti possono essere padri e madri di Gesù o Marx». «Proprio così- continua Dan-  cerca di convincerti che gli ebrei che hai prima conosciuto non ci sono più; quelli stessi, qui, sono cambiati. Ormai dobbiamo vivere in funzione del sapone, degli aranci, delle fogne, e non delle ideologie di Marx oppure dei pensieri di Kafka». «Ma le ideologie e le religioni non potete cancellarle. Sono vostre come nostre». «Per questo Israele non ha grandi pensatori, grandi poeti, grandi pittori, almeno per ora. Quelli che lo sono, sono rimasti francesi, tedeschi, inglesi, americani, russi. Ma abbiamo i migliori agricoltori, i migliori tecnici, i migliori soldati del mondo; abbiamo il nostro Far West dove, nella campagna del Sinai, abbiamo fatto l’ultima cavalcata di Tom Mix. La differenza tra un israeliano e un ebreo è che quest’ultimo ha un problema dietro ogni soluzione, mentre un israeliano ha una soluzione per ogni problema. L’israeliano è qui attore, l’ebreo è stato lo spettatore inerme, il testimone, nel senso etimologico, di tutti i fenomeni sociali, storici, religiosi. Vuoi esempi? Gli ebrei qui sono il contrario di quello che erano: perfetti contadini, ma cattivi banchieri. Vorrei spiegarmi meglio: la coscienza ebraica per la prima volta in tremila anni, ha una realtà su cui agire. Ecco perché in Israele si può addirittura constatare una diminuzione di intensità del pensiero ebraico, benché esso non sia cambiato nella sua natura. Solo che questa intensità è diretta alla conquista del deserto e alla creazione di uno Stato. Vogliamo dimenticare le persecuzioni. Del resto la maggioranza degli ebrei di Israele, che proviene da paesi africani o asiatici, non ha conosciuto quegli orrori». Dan tace e osserva mio silenzio perplesso. «E gli arabi?» (penso agli arabi scacciati, che sono ammucchiati nelle tende di Gaza, un milione circa; penso al loro dramma, il dramma di una civiltà che si misura con rapporti ormai sorpassati da secoli).
«Gli arabi ci vogliono distruggere perché si odia ciò che si invidia». «Mi pare una risposta troppo semplice». «Ma è la verità. Solo che noi siamo anche per loro un elemento di evoluzione. Proprio in Israele ci siamo accorti, calandoci nella realtà, di quello che avevamo sempre saputo: che l’ebraismo è un modo di essere uomini, un modo se vuoi antico, ma non è religione. In questo nodo sta il problema di Israele. Dalla Bibbia che ci ha ricondotti nella Terra promessa, siamo arrivati alla Tecnica e oggi possediamo la scienza atomica, applichiamo la sociologia, avanziamo velocissimamente perché ci serviamo di tutti gli strumenti più moderni anche se osserviamo, come i nostri antenati, il sabato. Ci siamo accorti che eravamo ebrei perché tutti uniti da un solo filo, ma per il resto, in tutto, divisi; e ora ci stiamo fondendo in un crogiuolo che produce gli israeliani». Dan mi saluta. Quell’ultima  sera  in Israele la trascorrerò in un kibbutz fino a tarda notte con i kibbutzim. La mattina, è appena l’alba, piove. Nell’autobus che mi porta all'aeroporto vi sono anche due giovani ebrei ortodossi con barbe inanellate e lunghe palandrane, le stesse che indossavano i loro antenati del 1700, e una donna con una parrucca che le nasconde i capelli. Penso alle parole di Dan, alle "chiavi” che egli mi ha offerto per tentare di farmi capire questo mondo nuovo; e alle sue parole si mescolano immagini di villaggi, di trattori, di fabbriche, di città nel deserto.

Quanta verità c’era nei discorsi di Dan e quanto era sofisma? È vero che anche qui, proprio in Israele, l’ebraismo non ha resistito alla tecnica? Significava dunque, questo annullamento, il ritorno nella Terra promessa? Non è allora, se ciò è esatto, un annullamento spirituale grave e terribile quanto quello fisico della cieca rabbia nazista? E il primo non era una conseguenza o un effetto secondo? Ma a questo punto il mio desiderio di capire incontrava un limite: il mondo ebraico, come tutto ciò che è circondato dal timore del sacro, crea dei limiti psicologici. Le contraddizioni di Israele le ho constatate, ma qualcosa mi impediva sempre di andare oltre, di scavare più a fondo, ed era la preoccupazione di ferire, anche involontariamente, anime già tanto provate dalla crudeltà degli uomini.
È difficile guardare con occhio sgombro e distaccato la sorte degli altri uomini, senza antipatia o simpatia. Ma credo di non essere stato vittima di alcuna suggestione quando ho sentito comune a me l’esperienza di Israele e ne ho capito la rassomiglianza con la nostra esperienza di italiani che ci accorgiamo, proprio sotto la tirannia delle tecniche moderne, di affiorare tutti per la prima volta in questi ultimi quindici anni a una coscienza collettiva comune. Gli israeliani lavorano per affermare il loro diritto a essere se stessi. Non so quanto gli stessi ebrei riescano a capire gli israeliani, a identificarsi con loro e con questo loro sforzo. Forse molti di essi, che inviano i loro aiuti materiali laggiù, riescono a partecipare alla loro intima storia.
A me è accaduto di intuire come in Israele sia scomparsa quella cortina, quel cerchio d’ombra che ha sempre diviso finora gli ebrei dagli "altri”.
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