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Gino Bianco

Togliatti in Spagna

Tempo presente, Vol. IX, n. 1, gennaio 1964

«Quando io giunsi in Spagna, Negrín era già capo del governo e non ebbi quindi parte alcuna nelle vicende politiche che dettero origine alla caduta di Largo Caballero... In Parigi mi giunse la comunicazione pura e semplice di Dimitrov di recarmi in Spagna e mettermi a disposizione del partito spagnolo». Così, pacatamente e con apparente disinvoltura, Palmiro Togliatti racconta (Rinascita, 19 maggio 1962) la sua partecipazione alla guerra civile di Spagna. Anche i suoi biografi «ufficiali», Marcella e Maurizio Ferrara, affermano che Togliatti non giunse in Spagna prima del luglio 1937 e che «si doveva far vedere il meno possibile». Eppure, stando alle testimonianze di molte persone, per esempio di Jesús Hernández ministro della Repubblica spagnola, già membro della direzione del partito comunista spagnolo e dell’esecutivo del Comintern; di Julián Gorkin, già dirigente del POUM e direttore del giornale La batalla, del leggendario generale Campesino; dell’ex-commissario generale delle Brigate internazionali ed «eroe del Mar Nero» André Marty, nonché di numerosi altri maggiori e minori testimoni, e infine anche secondo lo storico della guerra civile spagnola, I’inglese Hugh Thomas, risulta che Togliatti si era stabilito in Spagna sin dall’agosto 1936 e «pur facendosi vedere il meno possibile» effettivamente «dedicò il suo lavoro completamente alle questioni spagnole, a quelle del partito comunista e del movimento popolare spagnolo». E non vi è nessuna ragione per dubitare della veridicità di queste testimonianze, mentre ve ne sono molte per dubitare di quello che racconta di sé Palmiro Togliatti.
Per tutto il periodo della guerra civile i capi comunisti spagnoli (Díaz, Hernández, Dolores Ibarruri, Checa, Uribe) sono, com’è noto, affiancati nella loro attività da un certo numero di «consiglieri», e sono i delegati dell’Internazionale comunista che prendono in mano la direzione e l’organizzazione del partito: l’argentino Codovilla, conosciuto sotto lo pseudonimo di Medina, il bulgaro Stepanov, I’ungherese Geroe, I’italiano Togliatti. «Tutti costoro -scrivono Broué e Témime (La rivoluzione e la guerra di Spagna)- sono circondati da tecnici e da consiglieri la cui esperienza è preziosa e che sono quasi sempre agenti dei servizi segreti russi». Quasi tutta la politica militare del partito comunista spagnolo -almeno in un primo tempo- è nelle mani di Vittorio Vidali, uno dei più importanti agenti della NKVD alI’estero, conosciuto in Spagna col nome di Carlos Contreras. Tutti questi «consiglieri», poi, operano in stretto contatto con l’Ambasciata sovietica e con gli uomini della NTKVD (Orlov, Konij, Kotov, eccetera).
Come «istruttore del Comintern», Togliatti ha un compito delicato e difficile: conciliare le ragioni dell’internazionalismo operaio e della solidarietà rivoluzionaria, di cui l’intervento sovietico è apparentemente una manifestazione eloquente, con la «ragion di Stato» e il realismo cinico che inequivocabilmente impronta, per l’essenziale, l’atteggiamento di Stalin nei confronti della Spagna. Il compito di tradurre e rendere esecutiva la «linea generale» è notevolmente complicato dalla permanente cura di Stalin di lasciarsi aperte tutte le soluzioni. Occorre spiegare il ritardo (esiziale, poiché nei primi mesi di guerra un intervento a fianco deIla Repubblica sarebbe stato decisivo) dell’aiuto sovietico; la «doppia politica» dell’URSS, motivata dall’interesse di non inimicarsi la Francia, nei confronti di quella che giustamente è stata definita l’abbietta farsa del non intervento organizzata dal governo conservatore inglese. «La prima decisione -riferisce Max Beloff (La politica estera dell’Unione Sovietica)- nella quale entrò certamente il desiderio di conservare la collaborazione della Francia, fu di non intervenire». Alla Francia, del resto (secondo la testimonianza di Jules Moch, allora segretario generale della presidenza del Consiglio del ministero Blum), si era fatto sapere che «il patto franco-sovietico del 1935 ci impegna a un aiuto reciproco nel caso in cui uno dei nostri due paesi sia attaccato da un’altra potenza, ma non nel caso di una guerra derivante dall’intervento di uno dei nostri due paesi negli affari di un’altra nazione».
L’URSS deve salvaguardare la sua sicurezza -spiegherà Togliatti ai capi del comunismo spagnolo inquieti e allarmati dalle incertezze, dalle oscillazioni e dalle ambiguità della politica russa- come il bene di gran lunga più prezioso, e una qualsiasi azione avventata può causare la rottura dell’equilibrio attuale e far scoppiare la guerra all’Est: «L’errore di Hernández è comprensibile. Egli perde di vista questa realtà e vede i doveri della patria del socialismo con il cuore, non con la ragione».
Non permettere che la Repubblica venga definitivamente sconfitta e nello stesso tempo non aiutarla a vincere: questo è il segreto disegno di Stalin, e con esso si spiega la ricorrente disposizione, mai completamente abbandonata nel corso della guerra, a considerare la possibilità di un’alleanza con la Germania. Il «piano» del ministro della Difesa Prieto, che propone di attaccare le navi tedesche nelle acque del Mediterraneo, è respinto come una «provocazione». Al governo repubblicano riunito a Valenza -racconta Hugh Thomas- Prieto propone che la Repubblica bombardi tutte le navi tedesche che si incontrano nel Mediterraneo: è cosciente del fatto che ciò potrebbe provocare la guerra mondiale, tuttavia afferma che bisogna correrne il rischio perché solo così si porrà sicuramente termine all’aiuto tedesco a Franco. «Negrín dice che dovrà consultarsi con Azana. Pertanto i ministri prendono tempo per consultarsi con la propria coscienza. E con i propri amici. Hernández e Uribe si dirigono al comitato centrale del partito comunista. La proposta lasciò i rappresentanti del Comintern completamente stupefatti. Codovilla si avviò all’ambasciata sovietica. Da parte sua, Togliatti si preoccupò di incontrare i rappresentanti russi nel loro quartier generale». Mosca fu consultata immediatamente dal ministro degli Esteri Alvaro del Vajo e Stalin rispose che il governo sovietico non desiderava una guerra mondiale. Conseguentemente, occorreva eliminare il piano di Prieto a tutti i costi.
La destituzione di Prieto nel marzo 1938 è anche diretta a liquidare tutte le resistenze che ancora si frappongono alla totale manomissione dei comunisti sull’esercito. Il ministro della Difesa Prieto -secondo Togliatti- sta facendo una campagna nell’esercito e nel commissariato politico. I comunisti devono pertanto consolidare e rafforzare le proprie posizioni nell’esercito, con una intensa campagna di reclutamento di nuovi elementi che coincida con promozioni di comunisti a tutti i posti di comando importanti. Nella valutazione di Togliatti, come precisa ancora Hernández (La grande trahison) Prieto «ha più del piccolo-borghese sentimentale che del rivoluzionario cosciente. Di qui la sua mancanza di fede nelle forze popolari, la sua assenza di entusiasmo. Non è un disfattista per principio, ma un pessimista. Questo genera la demoralizzazione proprio quando noi abbiamo bisogno di combattere tutti gli scoraggiamenti. Dobbiamo rafforzare l’unità attraverso una lotta implacabile contro tutte le tendenze alla capitolazione».
Con la complicità del Campesino e dei comandanti militari comunisti Modesto e Walter, si tramano intrighi volti a coinvolgere la responsabilità di Prieto nella battaglia di Teruel; Hernández firma con pseudonimo due violenti articoli sul giornale comunista Frente rojo: la crisi è virtualmente aperta.
Prieto in una relazione tenuta nel 1938 e resa pubblica nell’emigrazione (Como y porqué salí del mínisterio de Defensa nacional) ha offerto una denuncia inequivocabile dei metodi comunisti, nonché prove esplicite della «doppiezza russa»: le armi sovietiche vengono concesse secondo un calcolo preciso, un rigoroso razionamento che corrisponde alla tattica segreta del Cremlino, senza alcun rapporto con le difficoltà del controllo internazionale, mentre «per parte nostra, il timore di rimanere sprovvisti di materiale bellico ci costringeva a molti compromessi». I consiglieri militari sovietici agivano ignorando le autorità spagnole. Avevano un proprio stato maggiore che si sostituiva agli stati maggiori regolari dell’esercito repubblicano; operavano a piacimento nella polizia e, tramite il partito comunista spagnolo, nella politica generale del paese.
Condizione essenziale per il controllo politico e militare che Stalin vuole «conquistare a tutti i costi» sulla situazione spagnola è riuscire ad eliminare ogni opposizione imponendo al paese un governo totalitario dal quale ogni critica sia interpretata come un tradimento. Poiché non si deve fare la rivoluzione, ma vincere la guerra per dar vita a una democrazia di «tipo nuovo», viene liquidato ogni potere rivoluzionario che spontaneamente si era formato nei Consejos o Juntas degli operai e contadini, e si procede alla restaurazione dello Stato. Tutti i capi del comunismo spagnolo insistono sul fatto che non si tratta di una rivoluzione proletaria, ma di lotta nazionale e popolare contro la Spagna semifeudale e contro i fascisti stranieri, come pure di un episodio della lotta mondiale che mette di fronte i «democratici» da una parte e la Germania e l’Italia dall’altra. Secondo José Diaz, «lanciarsi in tentativi di socializzazione e di collettivizzazione... è assurdo ed equivale a diventare complici del nemico». «I comunisti -osserva Franz Borkenau nel suo libro The Spanish Cockpit dedicato al primo anno della guerra civile- non si opporranno solamente al dilagare delle socializzazioni, ma si opporranno a ogni forma di socializzazione. Non si opporranno solamente alla collettivizzazione dei lotti contadini, ma avverseranno con successo ogni politica determinata dalla distribuzione delle terre dei grandi proprietari terrieri. Non si opporranno solamente, a giusto titolo, alle idee puerili dell’abolizione locale del danaro, ma avverseranno addirittura il controllo dello Stato sui mercati»; e ancora: i comunisti hanno «non solo organizzato una polizia attiva, ma per le forze di polizia dell’antico regime, tanto odiato dalle masse, hanno sempre mostrato una deliberata preferenza. In una parola agivano non certo con l’obiettivo di trasformare l’entusiasmo caotico in entusiasmo disciplinato, ma con lo scopo di sostituire un’azione militare e amministrativa disciplinata all’azione delle masse e di sbarazzarsene completamente».
La linea politica del partito comunista è formalmente quella del Fronte popolare e della unità di tutte le forze antifranchiste; ma in realtà è una politica di dominazione e di sopraffazione. Dappertutto si scatena «la lotta per il potere e per il comando»: nell’amministrazione statale, nell’esercito, nelle organizzazioni politiche, nei partiti, nelle fabbriche, nelle campagne, nei trasporti. La pressione poliziesca, la corruzione, l’inganno, una propaganda martellante, la spregiudicatezza tattica, ma anche l’efficienza, l’autoritarismo e la monoliticità delle organizzazioni comuniste insieme alla capacità di sacrificio dei suoi militanti e all’eroismo dei suoi combattenti migliori nelle zone di guerra, sono all’origine del successo. I governi cadono, mutano composizione per l’azione extra-parlamentare del partito comunista spagnolo. Di fronte a un partito socialista diviso in frazioni, i comunisti sfruttano con grande abilità, secondo una tecnica di cui sono maestri (la ricerca dell’anello più debole) i contrasti interni, appoggiando ora l’uno ora l’altro, rovesciando la posizione il giorno dopo e così di seguito. Per neutralizzare Caballero, sostengono Prieto e Negrín; per farla finita con Prieto, utilizzano Negrín.
Le pretese totalitarie dello stalinismo in Spagna -che Togliatti definisce «funzione dirigente dell’URSS in nome del socialismo»- anticipano i tratti foschi di un’esperienza di cui più tardi l’hitlerismo e l’ulteriore degenerazione dello stalinismo ci hanno fatto conoscere le conseguenze estreme.
Dalla «restaurazione dello Stato», in meno di un anno si passa alla liquidazione delle opposizioni. Largo Caballero, chiamato (certo con esagerazione) il «Lenin spagnolo», non è disposto a mettersi sulla strada dell’aperta repressione antidemocratica e antipopolare.
In una riunione dell’Ufficio politico del partito comunista spagnolo, tenuta nell’aprile 1937 e alla quale assistono Codovilla, Stepanov, Marty, Togliatti, Geroe, Gaikins (consigliere dell’ambasciata sovietica) e per la prima volta lo stesso Orlov (della Ghepeù), Togliatti pone senza mezzi termini il problema dell’estromissione dal governo di Largo Caballero. Díaz e Hernández protestano. Secondo Díaz, è necessario avere una politica conseguente verso gli uomini e i partiti, le ragioni per le quali si dovrebbe sacrificare Caballero non gli sono chiare; inoltre ciò equivarrebbe ad «attirarci l’inimicizia della maggioranza del partito socialista e degli anarchici, poiché si dirà che i comunisti pretendono esercitare un’egemonia nella direzione della guerra e della politica». Per Hernández, l’affare Caballero non ha alcun senso politico. Grazie a Caballero, i comunisti avevano potuto organizzare il Fronte popolare, unificare i movimenti giovanili, collaborare con il partito socialista e con gran parte dell’anarchismo. Caballero aveva assicurato la predominanza comunista nell’esercito, non si era neppure opposto all’attribuzione dei migliori armamenti alle «unità» comuniste e s’era mostrato docile ai consigli dei tecnici sovietici. Rompere con lui -conclude Hernández- equivaleva a spezzare il «nostro fronte di lotta». Perché, a che scopo? Secondo Stepanov, non Mosca ma «la Storia» condannava Caballero, in quanto dopo la costituzione del suo governo «noi andiamo di catastrofe in catastrofe». A sua volta Gaikins spiegò: «Caballero non vuole ascoltare i nostri consigli. Pochi giorni fa ha congedato Rosenberg quasi brutalmente perché chiedeva con insistenza la soppressione del giornale La batalla e la messa fuorilegge del POUM».
Finalmente Diaz e Hernández, pur non modificando la loro opinione, dichiararono di rimettersi alle decisioni della maggioranza. Togliatti invitò senz’altro l’Ufficio politico a occuparsi dell’organizzazione della campagna contro Caballero e «soavemente» suggerì di cominciare con un grande comizio a Valenza «nel corso del quale il compagno Hernández farà un discorso; sarà di grande effetto politico che un ministro dello stesso governo Caballero si levi contro il presidente».
Nel corso del 1937, l’anno delle terribili repressioni di massa e della liquidazione dell’intera vecchia guardia bolscevica nell’URSS, quasi tutto il personale civile e militare russo che era stato in Spagna dall’inizio della guerra (per esempio, l’ambasciatore Rosenberg, il suo vice e successore Gaikins, Koltzov «corrispondente fittizio» della Pravda, i generali Kleber e Goriev, il console a Barcellona Antonov-Ovseenko) cadde in «questo oscuro, silenzioso, orrendo olocausto». Stalin prende in considerazione -come risulta da ricerche presso gli archivi del ministero degli Esteri tedesco- la possibilità di un’alleanza con Hitler. E per la fine dell’anno si delinea chiaramente una convergenza di interessi russo-germanici a prolungare la guerra. Il semplice prolungamento della guerra -nota Julián Gorkin (Caníbales políticos)- avrebbe infatti lasciato a Stalin mano libera «per agire come meglio gli conveniva nel momento opportuno, compreso quello di una probabile guerra mondiale, nella quale Francia, Inghilterra, Germania e Italia si sarebbero distrutte a vicenda, con una Russia neutrale arbitra del conflitto».
In quello stesso anno sempre più chiaramente si delinea una connessione tra la politica interna sovietica e quella della Spagna. Del resto sulla scena internazionale dell’epoca -come è stato detto- si proiettava la macchia oscura della «purga» russa, «ma più se ne adombrava la scena spagnola, in quanto molte delle vittime erano figure dominanti del mondo socialista internazionale».
Con la caduta di Caballero, il 16 maggio 1937, la politica del «pugno di ferro» viene imposta ormai senza alcuna remora, e sarà portato a termine il disegno staliniano annunciato dalla Pravda il 17 dicembre 1936: «In Catalogna l’eliminazione dei trotzkisti e degli anarco-sindacalisti è già cominciata: sarà condotta con la stessa energia che in URSS». Chi sono -si domanda José Díaz nel Pleno ampliado del partito comunista spagnolo riunito a Valenza nel marzo 1937- i nemici del popolo? «I nemici del popolo sono i fascisti, i trotzkisti e gli "incontrollabili”».
Il POUM è costretto all’illegalità, i suoi capi (Nin, Gorkin, Andrade, Bonet, Gironella) assassinati o arrestati; gli anarchici vengono ridotti alla ragione -secondo la frase di Winston Churchill- «col ferro e col fuoco». La repressione terroristica contro anarchici, ex-comunisti, «dissidenti» eccetera, è diretta a sopprimere i loro giornali (Cartagena nueva, La batalla, CNT del Norte, Nosotros), ad arrestare e assassinare i più tenaci nella denuncia degli orrori staliniani (Camillo Berneri, Alfredo Martínez, Mark Rein, il figlio del vecchio capo menscevico Raphael Abramovich, Kurt Landau).
Il «governo della vittoria» non limita la sua azione repressiva ad anarchici ed ex-comunisti, ma la estende al Consiglio di difesa d’Aragona imponendone manu militari lo scioglimento; liquida infine ogni ulteriore resistenza della UGT della quale era rimasto segretario Caballero.
La rivoluzione è stroncata, lo Stato è alfine restaurato. I vincitori della rivoluzione vinceranno anche la guerra? In realtà alla fine del 1937, nella battaglia contro Franco e i suoi alleati «la Spagna totalitaria e "rispettabile” è altrettanto isolata della Spagna rivoluzionaria del 1936». Il «governo della vittoria» all’inizio del suo insediamento aveva affermato che il problema non era quello di fare la rivoluzione, ma di vincere la guerra; dopo meno di un anno comincia a pensare (si vedano i famosi tredici punti di Negrín) che il problema è di concludere una pace onorevole. «Stiamo perdendo la guerra -ammonisce Diego Abad de Santillan in uno scritto del 1938 (La revolución y la guerra en Espana)- e stiamo perdendo tutte le conquiste della rivoluzione. Noi volevamo vincere la guerra per assicurare la rivoluzione... La trasformazione della guerra popolare in guerra del governo di Valenza o, per dir meglio, in guerra di partito... non è la più adatta per farne... una bandiera di concentrazione nazionale».
Dall’estate del 1937 -nota ancora Jesús Hernández in La grande trahison- allorché la consegna era stata di conquistare il maggior numero di posizioni nell’esercito per fare una guerra di resistenza accanita, fino a tutto il 1938, data nella quale l’URSS consiglia ai comunisti spagnoli di abbandonare la collaborazione governativa e impone poco dopo il ritiro delle Brigate internazionali per «ingraziarsi» la fiducia delle democrazie occidentali, le manovre diplomatiche di Stalin sono semplicemente disastrose. Sotto la pressione dei conservatori inglesi, la Francia aveva lasciato senza effetto il patto franco-sovietico del 1935. L’arma della preponderanza comunista in Spagna, dalla quale Stalin si aspettava un vantaggio sostanziale, gli si era rivoltata contro. Londra e Parigi avevano addotto a pretesto questa preponderanza per rifiutare ogni aiuto ai repubblicani. Quando Hitler aveva minacciato la Cecoslovacchia, le potenze democratiche s’erano dimostrate disposte al sacrificio di quella nazione. L’esistenza dei patti tra Parigi, Mosca e Praga fu completamente dimenticata. Nel febbraio 1939 Francia e Inghilterra riconoscono il governo di Franco.
«Il patto di Monaco -scrive Jesús Hernández- segna il trionfo dell’atteggiamento di sottomissione alla rapacità hitleriana. Da quel momento Stalin, senza esitare, gioca la carta hitleriana. Getta la maschera del rivoluzionario internazionalista e si lancia furiosamente nello sciovinismo». Già verso la metà del 1938 Litvinov aveva annunciato che di buon grado la Russia si sarebbe ritirata dalla Spagna sulla base della formula «La Spagna agli spagnoli»; Ilja Ehrenburg sulla Pravda (17 giugno) tende una «mano di riconciliazione» ai fascisti che chiama con l’appellativo di «patrioti spagnoli».
Il 10 marzo 1939 Stalin accusa le democrazie occidentali di «voler avvelenare l’atmosfera e provocare un conflitto tra la Germania e l’Unione Sovietica». Dal canto suo Hitler, al ritorno delle truppe tedesche dalla «campagna spagnola», vale a dire ai primi del giugno 1939, proclama che la legione Condor aveva lottato contro «le plutocrazie europee fomentatrici di guerre», senza fare la minima allusione né a Stalin né al comunismo.
L’URSS ha ormai abbandonato la Repubblica spagnola. Occorre sbarazzarsene al più presto. Nel marzo 1939, la sconfitta del popolo spagnolo è consumata.
Con la caduta della Catalogna, la situazione evolve rapidamente verso l’ultima fase della tragedia. Il colpo di Stato di Casado rappresenta l’estremo epilogo di una crisi ormai sfuggita a ogni controllo e insieme lo sbocco di una politica disastrosa. Certo, la Junta di Casado esprime, oltre che l’aspirazione alla pace di gran parte del popolo spagnolo stremato da due anni di guerra civile, tutti i risentimenti e gli odi che la pratica comunista nel corso della guerra aveva accumulato. Nondimeno, nell’affare Casado v’è qualche cosa di torbido che coinvolge la responsabilità degli «istruttori del Comintern».
La direzione del partito comunista spagnolo, ormai completamente nelle mani di Togliatti e della Pasionaria, continua ufficialmente a proclamare la resistenza ad oltranza; nella realtà persegue una «linea» ispirata alla necessità di chiudere rapidamente la questione spagnola liberando Stalin da un problema molesto.
Il 5 marzo, con un autentico colpo di forza, il governo Negrín nomina una serie di alti capi militari, tutti comunisti; il partito comunista spagnolo assume il controllo assoluto di tutte le unità militari. Il colpo di forza viene giustificato con la necessità di continuare la guerra in Spagna poiché «il conflitto mondiale sta per scoppiare... e allora la Spagna si allineerà automaticamente a fianco dei nemici della Germania e delI’Italia», ma anche con la necessità di prevenire un Putsch militare (che dunque è atteso). Puntualmente, il giorno dopo, prende corpo il Putsch del colonnello Casado e tuttavia non accade nulla che indichi la volontà comunista di sbarazzarsi della Junta di Casado. Dappertutto, quasi senza eccezione, le unità militari comandate da comunisti (Lister, Modesto, Castro eccetera) si limitano a difendersi, e solo i reparti di Ascanio attaccano le truppe casadiste. Al Campesino che propone di muovere contro la Junta, Uribe risponderà che essa serve assai utilmente a coprire la ritirata «liberando il partito dalle responsabilità della sconfitta».
Secondo Hernández, il quale sembra abbia combattuto la disposizione a capitolare, la partenza dello stato maggiore comunista, avvenuta il 6 marzo, prova che il partito comunista spagnolo si è piegato e ritiene inevitabile la sconfitta. Anche secondo la testimonianza di Ettore Vanni, stretto collaboratore di Togliatti in Spagna, i comunisti avrebbero potuto sconfiggere la Junta di Casado; ma l’ordine di liquidazione definitivo fu portato il 12 marzo da Rita Montagnana venuta in Spagna dall’URSS per una «missione speciale». A Casado e alla sua Junta Togliatti indirizzò un appello nel quale si dichiarava che l’Ufficio politico del partito comunista spagnolo era non solo disposto a riconoscere la Junta medesima, ma addirittura chiedeva che due suoi rappresentanti potessero entrare a farne parte.
Intanto a Madrid si scatenava una violenta repressione anticomunista, autentica guerra civile nella guerra civile. Migliaia di comunisti, ormai in balìa di se stessi, senza direttive né collegamenti, venivano fucilati o cadevano in combattimenti con reparti armati casadisti, altre centinaia di comunisti arrestati e chiusi nelle carceri di Madrid, Cordova, eccetera, venivano poi massacrati dai franchisti sopraggiunti.
Nel clima di generale disfacimento, nessuno sapeva che cosa fare. A Hernández che glielo chiedeva, Negrín rispose: «Niente, per il momento: ci stiamo pensando». Gli unici che sapessero con chiarezza quel che dovevano fare erano i russi. «Nel palazzo del generale Borov, che aveva sostituito Kulik come capo dei consiglieri militari sovietici -racconta Hugh Thomas- vi era un gran disordine, e lo stesso generale Borov in preda a una grande agitazione andava ripetendo: "Noi ce ne andiamo, noi ce ne andiamo”».
A Palmiro Togliatti, «consigliere e animatore» della rivoluzione spagnola -scriverà più tardi il suo biografo Maurizio Ferrara- non restava altro da fare che provvedere a «non rischiare la perdita dei dirigenti».

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