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Lettere ad Antonio Banfi1  

I
                   3 ottobre 1915
Mio caro Ton2
  Scusami se ho tanto tardato a rispondere alla tua cara (e per me realmente proficua) lettera - e di ringraziarti per l'invio (pure proficuo) che la seguì. Aspettavo di stare un po' meglio e potere ragionare con tutta serietà sul magnifico sunto di "metafisica dell'autocoscienza"3 . Ma sono sempre clopin clopant rassegnamoci dunque a una risposta mia parziale e fiacca. Tu hai scritto con vera veemenza filosofica e qualche salto del pensiero si spiega con la fretta - e poi forse - caro Ton - e ciò in vista dell'opera che certo terminerai sulla "Logica"4 come anche di qualche lavoro che forse riusciremo a fare assieme - non sei forse ancora depurato dal "gergo spiritualista" (chiamiamolo così) che ci viene forse dall'era spaventiana5 ; mi spiego: in greco e in tedesco la terminologia metafisica è efficace, cioè ogni parola riesce a un pieno e preciso significato, perché queste "parole difficili" o avevano un senso nella lingua usuale (della gente colta) o la loro composizione trasparente con elementi ben noti - ne rendeva subito facile la comprensione e la manipolazione (sarebbe quasi come un caso particolare di quella collaborazione della storia della civiltà con la logica che tu invochi).
  Tutti sanno che il latino e i suoi derivati sono molto refrattari a "contenuti metafisici". I Francesi hanno saputo "girare la difficoltà" (parlo di Descartes, Ravaisson, Pascal, Renan, Bergson) architettando nitide ed esatte espressioni di fatti veduti o sentiti che da ogni parte aderivano al "quid trascendentale" che si voleva afferrare - e mi pare che talvolta siano veramente riusciti a esser chiari e profondi senza rigorosi "termini tecnici".
  Mi pare che in Italia sia stata preferita l'introduzione di parole ad hoc (spesso tradotte) e che non hanno per appoggio nella nostra intuizione che troppo pallide, troppo complesse, troppo speciali - ad ogni modo artificiali - "oggetti" del pensiero (e troppo spesso della scuola, della bibliografia) filosofico. Ora io che ti conosco - se ti leggo o ti ascolto - so benissimo che dietro ogni "parola difficile" o "periodo aggrovigliato" c'è una reale esperienza spirituale - e mi lusingo di penetrarla non di rado - pure rimangono come delle zone di informità o come il vuoto fra un corpo e dei vestiti mal tagliati - e mi chiedo talvolta se ciò oltre a nuocere alla "comprensibilità per gli altri di ciò che tu pensi" non sia anche un impedimento a una completa coesione del sistema a chi elabori e soprattutto all'accertamento per te stesso se ogni tua asserzione sia proprio "a prova dei fatti" e "a prova della dialettica".
  Ecco una introduzione lunga e tediosa. Ma era per farti una proposta: tu, per rispondermi su una questione particolare (che continua a occuparmi) - mi hai dato quasi un abbozzo generale di una filosofia dello spirito come "la presenza di sé a se stesso" - e questa per me è di grande valore - Ora - se tu accetti il gioco - vorrei facendoti dei quesiti sulle singole tue affermazioni - spingerti (se avrai tempo e voglia) a precisarmi in ulteriori lettere il tuo pensiero. Naturalmente conserverò le tue lettere (e ne farò accurate copie) così che ti serviranno poi come appunti per qualche cosa di utile6 .
  In quanto poi alla questione perché io mi sia affezionato a questioni astruse - vedi se tu hai gli Essais di Montaigne - nel libro I cap. 24 la risposta di Crates alla domanda "fino a quando si debba continuare a filosofare"7 .
  Per oggi ho esaurito (e forse oltrepassato) la quantità (?) - ora ecco io ti pregherei molto molto: vorresti tu sacrificarti a scrivere in quattro-cinque pagine il tuo pensiero sulla questione politica delle nazionalità - mandare a Prezzolini (via Brescia 29). Io ho cercato (scrivendogli ieri) di farci obbiezioni dal punto di vista che credo anche tuo - ma a te riuscirebbe più assoluto, più reciso. E sarà un bene perché non sono aurer habentes et non audientes.
  Senti, e per la vecchia Europa? Non ci esageriamo un poco la sua parentela con noi? Eravamo proprio bene accetti alla Europa del 1910? - non v'era forse molto brutale rischio in quella Europa - non eravamo trattati da cattivi figlioli rinnegati? Si era dolce - paragonata all'oggi - ma tanto arguta e fine la vecchia ... non era più.
Scusami e lasciati fraternamente abbracciare.
                                           Andrea                                      

                           
II                         1 aprile 1916
Mio carissimo!8
  La tua lettera del 22.3 mi giunge solo ora perché tu mi metti al IV Corpo di Armata mentre io sto molto ... più in alto (come importanza) - alla IV Armata cioè (quando speriamo il più tardi possibile farai la recluta un gentile sergente piemontese ti spiegherà come un'Armata si componga di parecchi Corpi d'A.).
  Ti rispondo subito, perché la tua lettera mi ha veramente fortificato lo spirito - come sono intensamente commosso - ed anche fiero - di essere così in perfetta comunione con te. Quello che ci divide da Z. B.9 appunto: 1) l'idealismo con astrazioni maiuscole 2) il pedagogismo verso le masse; 3) il senso degli avvenimenti attuali - io glie li ho francamente e recisamente esposti nella lettera che gli scrissi tre settimane fa - Non ho parlato della questione sociale perché per essere chiari bisogna molto dilungarsi e poi c'è una favola di Krjlov sulle oche che salvarono il Campidoglio che termina "di poterne dire molto di più ma c'è pericolo di svegliare le oche" - Naturalmente malgrado queste riserve espressi a Z. B. la mia sincerissima simpatia. Tu la capiresti meglio forse se fai venire alla biblioteca (e dovrebbe leggerla anche il nostro Cotti) la "Quistione polacca" dello stesso Giorgio D'A.10 . E' veramente una grande azione di generoso lavoratore e di larga e sicura intelligenza. La dico grande proprio perché porta luce abbagliante in un campo dove anche le anime piene di buona volontà stavano al buio. Se non facesse altro, per questo Z. B. sarebbe benemerito. Vedi, caro Ton, la nostra concezione mi pare coinvolga il bisogno assoluto di attività di partecipazione diretta alla storia - il sentimento di una quantità di valori ... immediati, che noi non cercheremo nemmeno di gerarchizzare sotto un "massimo": sono perché sono - Non è di azione personale (per sfogo o disperazione come tutto quello che faccio da un anno e mezzo in qua) che voglio parlare ma dell'utilizzazione per un bene - piccolo o grande - di quelle poche facoltà che si possiede. Non so se è un segno di spirituale incoerenza; ma ho sempre sentito irresistibile l'"attirance" verso un operare anche effimero, anche se molto lontano dalla via maestra che vorrebbe l'"io" profondo. Anzi non potrei mai soffermarmi coscientemente a "crearmi internamente" del resto sono cose che abbiamo chiarito insieme. Anzi tu sai che la torre d'avorio in cui ho sembrato compiacermi tanto nei due anni di Parigi mi fu vita intensa perché completata dalla "messa in pratica" delle nostre aspirazioni in quelle minuscola ma molto viva congrega di giovani che era con me11 - Eppure questo periodo di isolamento (relativo) non lo risentiamo forse adesso come una colpa? -
  Ora nel caso concreto di Z. B. ecco un uomo - già vasto - ristretto il suo circolo d'azione - (ma certo ha più fondamenta pratiche che non noi!) che contribuisce ad un'opera utile, difficile, rara: attirare l'attenzione dei giovani su problemi massimamente calpestati! Non si tratta certo di andare ad aggregarsi - del resto non esiste neanche il gregge credo giacché egli mette a contributo ... quello che trova - Io credo del resto che in nessun modo potrei aderire a un dogma, a un programma dogmatico, a una chiesuola - ma appunto per ciò non ho paura di nessun contatto. Il mio nome profondamente sconosciuto, non è comprensibile; quello che faccio lo faccio in buona fede (e spero con un pochino di riflessione) ma sono rassegnato che conduca ad effetti minori e in parte diversi da quel che attendo: in fin dei conti io stesso non sono che un tramite per impulsi e presentimenti che vengono su da inscrutabili fondi d'umanità. Poi noi siamo bene decisi a "unire" quanto più possibile e a non provocare acrimoniosi frastagliamenti. Io credo per esempio che fu un grave errore (che condusse alle conseguenze che sappiamo) quel sdegnoso appartarsi di Marx e più ancora degli epigoni: guadagnò per sé molti scemi, si rese antipatico ai migliori. Dunque non credo al pericolo di fare la comparsa "sentimentale". Non dispero di poter in qualche modo far penetrare un poco del nostro spirito nell'azione di questa "giovane Europa" - Se poi si constatasse l'irreducibile "incomprensione reciproca" eh bien noi saremo noi e loro saranno loro. O forse abbiamo tanto parlato di intuizione dell'essere altrimenti per non tentarlo una volta che si presenta l'occasione. Bisogna fare appunto ciò che dici: saggiare il terreno, dire tutto quel che si pensa, ma non perdere di vista l'utile immediato (io penso sempre alla Polonia). Tu sei quello che ci rappresenta tutto quello che farai, sono certo di trovarlo ben fatto, come trovo giusto quello che mi scrivi. D'altronde ti dirò sempre tutto quello che da parte mia potrei essere tentato di fare (poca roba per ora - fare conoscere persone, opere; forse abbozzare qualche pagina; discutere e quando verranno tempi nuovi ove sarò libero ... ma questi sono lontani). In ogni modo del manoscritto sei assoluto padrone12 - Passo a un altro argomento. E' doloroso per me e vorrei che non te ne restasse nessuna amarezza pur lievissima. Leggendo quello che mi scrivete Daria e tu (Daria è un nome molto russo e Daria Vladimirovna un'eroina di romanzo per la gioventù che mi appassionava nello scorcio del secolo scorso) mi sono venuti rimorsi e dispetto: come ti scrissi in una cartolina ho avuto la voglia di vedere un po' di Toscana e ho chiesto una licenza per Firenze. Ora che ho il desiderio di Alessandria (giacché è difficile che ci vediamo altrimenti!) ma 1) non avendo tue lettere da molto tempo non sapevo neanche se fossi soldato o in viaggio di licenza, o già at home! E poi ... questa nostalgia di una città proprio città, di un paio di affreschi et toute la balançoire. Ho paura che starò malissimo quei otto giorni tanagliato da ogni fastidio che ormai è fatto.
  Sarò più o meno domiciliato da S. C. Sensani - Piazza Savonarola 10 - Ma non so ancora se mi lasceranno partire (tra il 15 e il 10). Improvvisamente abbiamo molto lavoro - Ti abbraccio. Tanti saluti affettuosi, scuse, ringraziamenti a Daria.
                                 Vostro Andrea

1) Lettere disponibili presso IBRE.

2) Antonio Banfi
3) Tra il 1910 e il 1915 Banfi pubblicò soltanto una recensione a G. Amendola, La categoria. Appunti critici sullo svolgimento della dottrina delle categorie da Kant fino a noi, "La Voce" (Firenze), V, n. 22, 1913, pp. 1089 - 1090. Il "sunto di <<metafisica dell'autocoscienza>>" di cui parla Caffi quindi era probabilmente contenuto in una precedente lettera, poi andata dispersa, di Banfi.
4) Non è possibile determinare con certezza a quale opera qui Caffi si riferisca; sappiamo però che otto anni più tardi Banfi scrisse un saggio dal titolo La tendenza logistica nella filosofia tedesca contemporanea e le "Ricerche logiche" di E. Husserl, "Rivista di Filosofia", XIV, n. 3, luglio - ottobre 1923. Ristampato in: A. Banfi, Filosofi contemporanei, a cura di Remo Cantoni e introduzione di Antonio Banfi, Firenze, Parenti, 1961, pp. 365. Appare improbabile, ma possibile, che il "sunto" letto da Caffi fosse la prima bozza di tale saggio.
5) Sull'"era spaventiana" si veda: M. Quaranta, La filosofia italiana fino alla seconda guerra mondiale, in: Storia del pensiero filosofico e scientifico, a cura di L. Geymonat, Milano, Garzanti, 1972, vol. VII, pp. 289 - 294.
6) L'assenza di tali lettere nell'istituto Banfi di Reggio Emilia fa pensare che siano andate disperse, o che i due amici non abbiano intrapreso questo lavoro.
7) "fino a quando non siano più degli asini a condurre il nostro esercito". (M. Montaigne, Essais, libro I, cap. XXIV).
8) Antonio Banfi
9) Umberto Zanotti Bianco
10) Umberto Zanotti Bianco
11) Di questa "congrega" ne parliamo nel capitolo I, paragrafo 1.2, p. 9.
12) Si tratta con ogni probabilità del Frammento politico, cit.

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