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Una biblioteca e una emeroteca digitale

per riandare al passato e riflettere sul presente.

La Biblioteca Gino Bianco con la sua emeroteca digitale di riviste, opuscoli, libri di storia e di politica, dagli ultimi decenni dell'800 al secondo dopoguerra del 900, si propone in particolare di far conoscere, innanzitutto ai giovani, le tradizioni di pensiero e di impegno sociale, italiane ed europee, del socialismo umanitario, del libertarismo, del liberalsocialismo, del socialismo democratico, del repubblicanesimo, del liberalismo democratico e del federalismo, rimaste minoritarie, spesso calunniate, per lo più dimenticate, a cui la Storia, e solo lei, col tempo, ha dato ragione.

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L'anno 1968 in tre
rotocalchi

Sfogliabili le annate 1968 de "L'Espresso", di "ABC" e di
"Grand Hotel"
Avvenimenti, campagne politico-culturali, cronaca, critica, grandi firme, costume, immagini, illustrazioni ...





Testi del '68 in rete

Dalle collane che subito nacquero per pubblicare testimonianze e documenti da tutta Europa















Continuiamo la messa in rete delle riviste del '68 e degli anni 70

Dopo
Quaderni rossi
Quindici
Lotta continua
settimanale
Quaderni Piacentini
Prova Radicale
Argomenti Radicali


Ombre rosse
Tutti i numeri della prima e della seconda serie della rivista, che aveva Goffredo Fofi tra i principali e più continui animatori.
Preziosa per questo risultato anche la collaborazione della Fondazione Gramsci Emilia-Romagna, a cui va il nostro ringraziamento.


Le due riviste radicali degli anni 70

Sono in linea, sfogliabili, "La Prova Radicale" e "Argomenti Radicali", le due riviste dirette da Massimo Teodori, a cui va il nostro ringraziamento per aver donato alla biblioteca le collezioni.



"Siamo quindi qualcosa di diverso e di più di una piattaforma, di alcune battaglie, di un
programma. Abbiamo l’ambizione di dar corpo a quel ‘partito laico’ che non è tale soltanto per gli obiettivi, ma anche per il suo atteggiamento di fronte all’universo stesso della politica. Abbiamo la convinzione - convalidata dall’esperienza di questi anni in Italia e altrove - che sia necessario creare una nuova dialettica tra individui e organizzazioni, tra i ‘politici’ e i ‘non politici’.
Siamo tra coloro e con coloro che ritengono necessarie ed efficaci battaglie che sembrano partire da posizioni di minoranze; che non sono divenuti scettici di fronte alla palude del mondo politico d’oggi; che credono alla possibilità di far pesare come forza e volontà collettiva le nostre speranze individuali; che ritengono che si faccia troppo di "questa” politica che infeuda ogni settore della società civile e riduce ogni cosa a faide di potere e troppo poco dell’"altra” politica, quella che riguarda l’esistenza, i problemi, i desideri e la felicità di ciascuno di noi, e di tutti. Ci sospinge la concreta intenzione di interpretare, esprimere e contribuire a dar forma a quel ‘partito’ che non cerca né "equilibri più avanzati”, né "dialoghi” tra grandi organizzazioni burocratiche e autoritarie, e neppure la lotta per la conquista di anime corpi enti ed istituzioni. Siamo parte del movimento che accomuna idealmente e nel concreto di specifiche iniziative, radicali e socialisti, democratici e libertari e che ha come obiettivo di fondo di riprendere il destino delle nostre vite nelle nostre mani.
* * *

Non si celebrerà Mao né si citeranno Sacri Testi. Per trovare il senso del nostro impegno, anche scritto, non avremo bisogno di ricorrere a Fidel, a Che, e ad Al Fatah: siamo convinti che quanto più lontani e mitici sono i riferimenti anche ideali tanto più servono a coprire puntuali evasioni dalle contraddizioni in cui siamo immersi e dagli scontri che ci attendono "qui ed ora”. La validità delle nostre esperienze e posizioni non deve essere legittimata dal richiamo a questa o quella vulgata marxista. Non abbiamo neppure la Linea Corretta e l’Analisi Giusta da imporre quale avanguardia predestinata di processi rivoluzionari: l’avanguardia è quella che di tempo in tempo, di situazione in situazione, svolge un ruolo propulsore nella lotta per la libertà e le liberazioni. Non sentiamo alcuna necessità di fare bagni operaistici, di rigenerare noi stessi con le mitologie di cui la sinistra - quella tradizionale e una gran parte di quella cosidetta nuova- ha coperto e copre quietismi, pratiche di potere, evasioni quando non addirittura tradimenti. Abbiamo constatato come sempre più le forme di oppressione di sfruttamento di alienazione non passino oggi soltanto nella fabbrica, ma investano tanti aspetti della nostra vita e in tanti modi diversi: la famiglia, il tempo libero, la scuola, la salute, la caserma..."
(Da
"Quale rivista", presentazione del primo numero de "La Prova Radicale”, autunno 1971)


il manifesto (1969-1971)
La rivista mensile della componente del Pci che nel novembre 1969 venne espulsa dal partito per le sue posizioni critiche.


"Dopo un anno di occupazione militare la situazione cecoslovacca non lascia più margine a compromessi e impone nuove scelte al movimento operaio occidentale.
***
... Il primo punto è l'assunzione di una presa di posizione netta di fronte alle scelte politiche dei gruppi dirigenti dell'URSS e degli altri paesi socialisti europei. Non è più possibile puntare su una loro autocorrezione; si è costretti a puntare sulla loro sconfitta e la loro sostituzione, per iniziativa e da parte di un nuovo blocco di forze sociali diretto dalla classe operaia, un rilancio socialista che investa le strutture politiche e sia capace di esprimere realmente le potenzialità immense uscite dalla Rivoluzione d'ottobre. I cauti condizionamenti dall'esterno, le critiche generiche che non individuano esplicitamente obiettivi, responsabilità, gruppi dirigenti, non rappresentano ormai che segmenti di un «realismo» sempre più somigliante all'omertà, che avalla gli stati di fatto e scoraggia sul nascere ogni forza di opposizione. Finché la resistenza cecoslovacca si troverà di fronte — nel campo internazionale - all'alternativa fra le simpatie degli anticomunisti e le prudenziali realistiche coperture all'attuale gruppo dirigente, non le resterà che l'isolamento e il ripiegamento su se stessa. Ma anche questo è un punto preliminare. Il proletariato occidentale ha un solo modo per diventare un punto di riferimento mondiale, un momento di internazionalismo attivo ed efficace: quello di portare avanti la sua rivoluzione; essere in grado di proporre un modello di socialismo diverso, perché lo sta realizzando. Il discorso sulla Cecoslovacchia ci riporta così all'Italia. Con una nuova consapevolezza, e cioè che se la crisi oggi aperta in Occidente si dovesse ancora una volta chiudere con una sconfitta o un nulla di fatto, dovremmo scontare un arretramento grave su tutto il fronte rivoluzionario internazionale. Vi è una perfetta coerenza fra chi perdona la politica di Brezhnev e chi sollecita da noi una linea di compromesso. Se in Occidente i comunisti si inseriscono non c'è da attendersi che un congelamento conservatore nelle società socialiste. Sarebbe l'internazionalizzazione della rinuncia".
(Da
"Praga è sola", numero 4 settembre 1969)

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